Tocca ai Democratici
sfidare i due populismi

Di cosa parliamo quando parliamo di alleanze? Il voto siciliano si è appena chiuso e ricomincia la discussione sulle alleanze (che mi sembra nascondere la discussione sul ruolo di Matteo Renzi, anzi sul suo “passo indietro”). Ma cosa ci dice il voto siciliano? Quel voto non parla di alleanze.

Vediamo i numeri e il confronto con il risultato di 5 anni fa che portò a sorpresa alla vittoria di Crocetta. Il voto siciliano mostra in qualche modo una straordinaria immobilità: il 40 per cento prendono le destre di oggi con Musumeci, il 40 per cento avrebbero preso se Musumeci e Miccichè fossero stati insieme. Fava prende esattamente lo stesso 6 per cento che il candidato portato da lui cinque anni fa si era aggiudicato (una vicenda quasi ridicola con una lista che aveva nel nome Fava presidente e Fava che non si poteva candidare perché non risiedeva nell’isola). Insomma l’arrivo di MDP nella colazione di sinistra non sposta un voto.

Le cose cambiamo (ma vediamo come) se si ragiona sul candidato sostenuto dal Pd e quello 5 Stelle. Cancellieri aveva preso il 18% dei voti , il 3 % in più rispetto al movimento grillino che un anno dopo avrebbe superato il 30%. Anche quest’anno Cancellieri prende più del suo partito raggiungendo il 34,7 % contro un voto di lista del 26,7%. La bellezza di 8 punti in più. Micari invece prende il 18,7% mentre le sue liste arrivano al 25,4%, uno spread di quasi il 7 per cento (anche il vincitore Musumeci ha il 2% dei voti in meno delle sue liste). Nel 2012 Crocetta aveva raccolto tutti i voti delle liste che lo sostenevano e il Pd tutto intero e con segretario Bersani aveva preso il 13% esattamente come oggi. A fare la differenza (al di là delle divisioni delle destre) era stato il voto dell’Udc che aveva portato alla coalizione di centrosinistra il 10%. L’Udc è una forza storica in Sicilia, quella che aveva espresso il presidente della regione Cuffaro (sì quello condannato per concorso esterno alla mafia). Stavolta la gamba moderata era Alfano che invece non ha portato voti. Il tutto mentre molti consiglieri che avevano partecipato alla maggioranza di Crocetta erano passati con Musumeci.

L’analisi dei flussi (fonte Cattaneo che ha lavorato non sui voti di lista ma solo su quelli dei presidenti) ci dice che, come sempre, il quadro è ancora più frastagliato e complesso, che una parte degli astenuti del 2012 è tornata a votare per Musumeci, mentre l’elettorato che allora era con Micciché si è distribuito molto finendo anche in parte nel centrosinistra, come ci dice che una parte dell’elettorato di Crocetta si sia spostato (in quantità significative) verso Cancelleri. La complessità dei flussi elettorali è aggravata da quello che viene definito l’astensionismo intermittente tipico del voto siciliano, per effetto del quale anche se le percentuali di votanti restano le stesse la tipologia politica degli astenuti cambia. Ma qui siamo dentro ad analisi troppo complesse specie in una regione dove il voto disgiunto è appannaggio di oltre il 10 per cento degli elettori, mentre nelle altre realtà è di poche unità.

Che cosa significa? Che il centrosinistra non è stato sconfitto? Ovviamente no: il centrosinistra è stato sconfitto e sostanzialmente si è presentato al voto come predestinato alla sconfitta. Tanto è vero che il voto disgiunto stavolta ha penalizzato proprio il centrosinistra. Quando si trattava di votare la lista il 25% degli elettori ha scelto centrosinistra, ma dove il voto era dirimente, dove cioè si sceglieva chi avrebbe vinto tra i due candidati percepiti come concorrenti per la vittoria il voto se n’è andato. Ed è andato a Cancelleri non a Musumeci e per una frazione minima probabilmente a Fava (che pure ha preso lo 0,9% in più delle sue liste). Insomma il “voto utile” ha penalizzato il centrosinistra e ha inutilmente premiato 5 Stelle. E questo non era scontato e significa che gli elettori del centrosinistra percepiscono le destre come il vero avversario e preferiscono correre il rischio dei 5 Stelle piuttosto che il ritorno della complicata alleanza messa in piedi o subita ma alla fine benedetta da Berlusconi. Esattamente il contrario di quello che pensa il ceto politico di centrosinistra.

Insomma in Sicilia non ci sarebbe stata alcuna coalizione di centrosinistra vincente perché comunque il risultati dei 5 anni di governo Crocetta, la vicenda della rottura nel Pd, i balletti attorno alle candidature (e qui la colpa è di Mdp, che Micari lo aveva proposto contro l’ipotesi Faraone e poi lo aveva lasciato quando il Pd si era convinto a sceglierlo) l’aria pesante e i vaticini di sconfitta più o meno interessati (c’erano sondaggi fatti girare ad arte che davano Fava sopra Micari e qualcuno ci aveva pure creduto) hanno determinato una immagine che rendeva il voto a Micari “inutile” e quello a Fava “inutilissimo”. E Renzi ha sbagliato a non andare di più in Sicilia: non avrebbe cambiato il risultato probabilmente, ma ha aggiunto una tessera al mosaico della sconfitta annunciata visto che lui non ci voleva mettere la faccia. Per altro la sconfitta gli sarebbe stata comunque attribuita.

La fuga di Di Maio dal confronto con Renzi è certamente una reazione di preoccupazione, ma fa il paio con l’immediata presa di posizione di Berlusconi che ha definito il suo schieramento come realmente alternativo ai grillini, insomma il tentativo di tutti e due di presentare Pd e centrosinistra come sconfitti in partenza è una mossa abile perché disgregatrice. I sistemi politici (anche quelli più complicati come era quello italiano della Prima Repubblica) tendono a presentarsi come bipolari: c’era il duello tra Dc e Pci in quegli anni, quello tra Berlusconi e la sinistra in questi altri.

Quando Craxi ha tentato lo sfondamento a sinistra negli anni Ottanta lo faceva indicando la irrilevanza sostanziale del Pci e presentando il duello tra lui e De Mita (con l’aiuto indiretto di Scalfari per altro) come l’unico scontro reale. Un sistema tripolare, fatto di forze che hanno una consistenza simile non esiste da nessuna parte e segna soltanto le fasi di transizione alla fine delle quali gli schieramenti se non i partiti tornano sostanzialmente ad essere due (è successo con l’emergere delle forze socialiste e popolari nei primi anni dello scorso secolo). Questo era anche il progetto di Renzi almeno fino al referendum del 4 dicembre, quello di marginalizzare la destra (e all’epoca la destra appariva davvero come scomparsa se non nelle sembianze di Salvini) e di puntare ad un duello tra centrosinistra e 5 Stelle, o meglio ancora tra populisti ed antipopulisti, tra antieuropeisti ed europeisti spingendo la Lega a confluire verso i 5 Stelle e disaggregando i moderati del centrodestra per assorbirli. Questo si iscriveva all’interno della riforma istituzionale ed era il senso dell’Italicum e del suo sistema a due turni.

E ora? Forse il dibattito nel centrosinistra dovrebbe ripartire da qui: andare al voto come la “terza” forza contro i due veri duellanti significherebbe votarsi alla sconfitta e all’irrilevanza. Parlare di alleanza ha un senso solo se questa è in grado di mettere insieme delle idee e degli obiettivi comuni. Ci sono? Non lo so e a sentire le voci di questi giorni parrebbe proprio di no. Credo che l’unica possibilità sia quella di smascherare l’operazione di Berlusconi che sta cercando di occultare il carattere profondamente populista del suo schieramento, che è esplicitamente populista nella Lega e in Fratelli d’Italia ma anche Forza Italia (nei suoi vertici se non nei suoi elettori) è stata a suo modo la prima forza populista italiana ben prima dei 5 Stelle. Se il centrosinistra fosse messo fuori dai giochi l’Italia sarebbe l’unico caso in Europa in cui si confrontano due ipotesi diversamente populiste.

Porre al centro la questione della leadership è straordinariamente fuori tempo e fuori luogo. Questa idea del congresso senza fine non serve a nulla, perché di questo stiamo parlando non della ricerca di una figura di premier condivisa. Il problema semmai è quella di una leadership inclusiva costruita insieme e intorno ad un leader ma che non si può fare in assenza di un leader. Il Pd non è un partito personale (per fortuna e per volontà di chi ci sta dentro) ma non può essere un partito “impersonale” perché diventerebbe un partito feudale come lo è il modello dei caminetti. Ragionare di coalizione nel centrosinistra è difficile. Primo perché le forze con cui costruirla non esistono o almeno non esistono ancora, e quindi sono destinate a nascere come aggregazioni elettorali e non come forze politiche. Secondo perché i rapporti di forza tra questi soggetti non sono incerti: a destra quando si dice chi arriva primo sceglie il premier lo si fa perché tra Lega e Forza Italia almeno nei sondaggi balla un punto a favore di uno o dell’altro. Nel centrosinistra ne ballano almeno 20 (salvo che l’alleanza non serva a svuotare il Pd). Questo non significa che l’idea di coalizione vada abbandonata, ma non è la panacea di tutti i mali. Sarebbe il tempo di Discutere di contenuti , di una idea di cambiamento che non contrapponga equità e innovazione e di come le tante personalità dentro e fuori il Pd possono dare ricchezza a una battaglia politica e culturale contro i due populismi che sfocerà nel voto di primavera.