La sinistra in Europa
e i Verdi, la prospettiva
di un’alleanza naturale

Se c’era bisogno d’una conferma, è arrivata dalle elezioni amministrative nei Paesi Bassi. I Verdi, qui nella versione più dichiaratamente di sinistra dei groenlinkser, non solo hanno quasi raddoppiato voti e seggi ma si sono manifestati come l’argine più solido contro la destra populista che smessi i panni del violento islamofobo Geert Wilders si è presentata con il doppiopetto di Thierry Baudet del Front voor Democratie, meno becero ma forse altrettanto pericoloso.  D’altra parte, la sensazione che, almeno nella parte d’Europa che va dal Brennero a Capo Nord passando (probabilmente) per la Francia, i Verdi stiano viaggiando verso le elezioni di fine maggio col vento in poppa si era già diffusa con lo straordinario successo della giornata per l’ambiente che ha portato in piazza centinaia di migliaia di giovani emuli di Greta Thunberg. Confortante esempio di un male che conduce al bene, le prospettive fosche del riscaldamento globale hanno riportato le tematiche ambientali in alto dentro l’agenda politica dell’Europa, o almeno nei diversi paesi d’Europa perché non pare che, almeno per il momento, ci sia stato un sussulto di consapevolezza nel seno delle istituzioni di Bruxelles. Bisognerebbe capire se, chi e come saprà capitalizzare in termini elettorali questa presa di coscienza generale e se e come saprà tradurla poi in termini di schieramenti, di alleanze e di iniziativa politica nel parlamento europeo e fuori.

Proviamo a immaginarlo, cominciando dal partito più forte e più emblematico del vario e abbastanza disordinato schieramento verde europeo: i Grünen tedeschi. Da una ricerca condotta tempo fa dalla prestigiosa fondazione Bertelsmann risulta che tra i partiti della Germania i Verdi sono, insieme con i socialdemocratici, i meno esposti al pericolo della deriva populista, che i ricercatori individuano secondo tre criteri fondamentali: il sentimento anti-establishment, il fastidio per il pluralismo e la credenza in una non meglio definita “volontà del popolo”. I più esposti, secondo i ricercatori, sono ovviamente affiliati ed elettori del partito di estrema destra Alternative für Deutschland, ma anche la Linke, i due partiti democristiani (CDU e CSU) e i liberali appaiono contagiati dal virus della demagogia populista. L’impermeabilità al trend populista spiega, invece, l’evidente perdita di appeal della SPD, che ha pagato un prezzo molto salato la scelta del suo gruppo dirigente di accettare il ritorno alla große Koalition in nome della stabilità politico-istituzionale. Una scelta che apparve drammaticamente contraria alla “volontà del popolo”.

Daniel Cohn-Bendit

I Grünen, al contrario, non pagano alcun prezzo per lo scivolamento populista dell’orientamento dell’opinione pubblica, espresso, secondo i ricercatori della Bertelsmann, da un buon 30% degli elettori tedeschi, mentre il 33% resterebbe ancorato ai princìpi della democrazia rappresentativa tradizionale. Di questo scivolamento i Verdi tedeschi, anzi, in qualche modo si avvantaggerebbero perché agli occhi di quella che è ancora una maggioranza (sia pure insidiata) appaiono come un baluardo dei valori e del metodo della democrazia rappresentativa contro le lusinghe della cosiddetta “antipolitica”. In questo appaiono più conseguenti e più attrezzati degli stessi socialdemocratici, tant’è che li superano in quasi tutti i sondaggi d’opinione, assestandosi come secondo partito della Repubblica.

Si può dire, insomma, che i Grünen appaiano agli occhi dei tedeschi come il più “istituzionale” dei partiti della loro Repubblica. Il che è un bel paradosso se si pensa che i Verdi si affacciarono sulla scena tedesca con il marchio del movimento anti-istituzionale per eccellenza, continuatore politico, culturale e ideologico della Grande Rivolta del ’68. Una continuità non solo ideale ma per così dire anche biografica, simboleggiata da personaggi che, come Rudi Dutschke e Daniel Cohn-Bendit, erano stati icone del ’68 e furono tra gli iniziatori del movimento verde, il secondo ancor oggi in posizione preminente.

La trasformazione da movimento anti-sistema a baluardo contro le lusinghe demagogiche della malintesa democrazia diretta è meno sorprendente di quanto possa sembrare a prima vista. Fin dall’inizio fu presente nella cultura politica del movimento l’idea che il fondamento della nazione fosse non un indistinto e mitizzato “popolo”, ma la comunità dei cittadini organizzata intorno a valori, istituzioni e pratiche politiche non solo condivise ma anche attivamente partecipate. Anche lo scontro che ha a lungo scosso il movimento tra i Realos, propensi a entrare nel gioco delle alleanze politiche, e i Fundis, ostili alle compromissioni con i partiti tradizionali deve essere letto attraverso la lente dell’atteggiamento verso la democrazia partecipativa. L’attitudine dei fondamentalisti non era un’opposizione “di sistema”, ma una strategia vòlta ad accentuare la radicalità delle scelte che si proponevano. I Realos non erano meno radicali sulle scelte concrete e però il modello di partecipazione che proponevano non escludeva ma tendeva a coinvolgere le forze politiche tradizionali, costringendole a confrontarsi su temi e problemi che erano stati loro estranei.

Rudi Dutschke

Non c’è dubbio che questo obiettivo di coinvolgimento i Grünen lo abbiano pienamente centrato. Fino a qualche tempo fa si diceva che in Germania non c’era stato più “bisogno” dei Verdi da quando più o meno tutti i partiti avevano fatto, volenti o nolenti, largamente proprie le istanze dell’ecologia e dello sviluppo sostenibile. Considerazione abbastanza ovvia, che è ben fondata per quanto riguarda l’atteggiamento verso l’energia nucleare, meno per quanto riguarda altri settori, per esempio l’industria automobilistica. Comunque, non c’è dubbio che, insieme con i paesi scandinavi e i Paesi Bassi, la Repubblica federale è lo stato europeo in cui i partiti tradizionali si sono mostrati più consapevoli e attivi sui temi dell’ecologia. Come non c’è dubbio, però, che la forza con cui nell’opinione pubblica, specie giovanile, si stanno riproponendo le istanze ambientaliste sull’onda della consapevolezza del grande pericolo costituito dal riscaldamento globale dovrebbe tornare a vantaggio di chi su quelle istanze ha, per così dire, una sorta di copyright politico.

L’altro pilastro della iniziativa politica dei Grünen all’inizio della loro ascesa, il pacifismo, ha perso importanza con la fine della guerra fredda, anche se più complicato e controverso è apparso per loro il compito di definire il proprio pacifismo nel disordine che è succeduto al “semplice” schema del confronto Est-Ovest nei tempi della confrontation e dei missili contro i missili. Gli interventi militari umanitari (o tali autodefinitisi) furono appoggiati, per esempio nei Balcani, da personalità come Cohn-Bendit, ma il giudizio sull’opportunità di sostenere la NATO in quelle campagne fu abbastanza controverso ed è nota a tutti la portata politica che ebbe il gran rifiuto opposto dal governo in cui Joschka Fischer era ministro degli Esteri a far partecipare la Germania all’avventura militare di George W. Bush in Iraq. Anche in questo capo i Verdi hanno qualche primato di iniziative da rivendicare.

Negli ultimi tempi un altro tema è andato imponendosi nell’azione politica e nella coscienza di sé dei Verdi tedeschi: quello dell’atteggiamento verso gli stranieri, declinato nei suoi due aspetti, l’integrazione degli stranieri presenti in Germania e l’accoglienza dei migranti. Fin dalla nascita i Grünen hanno avuto come modello la società multiculturale, coerentemente con la loro idea di comunità al fondamento della quale ci sono i “cittadini” e non il “popolo”. Bisogna riconoscere che anche sotto questo profilo hanno dato lezioni di coerenza, fino ad essere il primo partito ad eleggere come proprio leader un tedesco di origine straniera, il figlio di emigrati turchi Cem Özdemir.

L’atteggiamento aperto sull’integrazione e soprattutto verso l’accoglienza agli immigrati è un’altra chiave del successo elettorale dei Verdi. La cosa può suonare stranamente in controtendenza proprio nel momento in cui in tutta Europa si vanno manifestando sempre più chiari e preoccupanti segnali di intolleranza e di chiusura, in diversi paesi si rimettono in discussione i modelli di integrazione e si diffondono, anche in Germania, fenomeni anche gravi e violenti di islamofobia. Ma, in qualche modo, vale il discorso fatto su riguardo all’impermeabilità dei Verdi al populismo: la parte maggioritaria dell’opinione pubblica che non è sedotta dalle cattive sirene della xenofobia e del pensiero securitario riconosce e premia la loro coerenza, mentre diffida degli opportunismi dei partiti moderati, specie dopo la pessima prova fornita dalla CSU all’inseguimento di AfD in Baviera, e anche dell’assenza ideale dei socialdemocratici, i quali, pure su questo terreno, danno da tempo prova di una desolante mancanza di iniziativa.

Un discorso simile può essere fatto per quanto riguarda l’atteggiamento dei Verdi tedeschi verso l’Unione europea. Anche il loro europeismo può sembrare in controtendenza rispetto allo spirito dominante, ai dubbi crescenti e al distacco critico verso le istituzioni di Bruxelles e verso l’idea stessa dell’integrazione europea che si vanno manifestando nei vari paesi europei. Sarà utile ricordare, a questo proposito, che uno dei due punti di principio su cui, dopo le elezioni federali del settembre 2017, fallì il tentativo di coinvolgere i Verdi in un’ alleanza di governo con la CDU/CSU e i liberali pur di creare una maggioranza data l’indisponibilità (all’inizio) della SPD a tornare alla große Koalition, fu proprio il loro rifiuto ad accettare la pretesa dei liberali di sottrarre la Germania a quel minimo di principio di solidarietà finanziaria che è rappresentato nell’Unione dall’esistenza del cosiddetto fondo salva-stati e dalla politica di quantitative easing della Banca centrale. L’altro punto di principio, irrinunciabile, su cui i Verdi ruppero fu la loro richiesta di una politica fiscale più perequativa, con l’introduzione di una patrimoniale sui redditi più alti ben più consistente di quella che era prevista nel programma presentato dalla SPD.

Joschka Fischer

Come si vede, anche in quell’occasione i Grünen sostituirono, per così dire, le loro coerenze in materia di atteggiamento verso l’Europa e di politica sociale alle assenze e alle debolezze del partito della sinistra tradizionale. È abbastanza per dire che i Verdi in Germania rappresentano le istanze della sinistra più e meglio dei socialdemocratici? Sono diventati, o stanno diventando, una parte integrante della sinistra, come tantissimi anni fa, sosteneva Willy Brandt quando, contro il parere di altri grandi dirigenti socialdemocratici, Helmut Schmidt in testa, vedeva in una alleanza organica e stabile tra i socialdemocratici e i Verdi, allora ben meno organizzati e maturi, la traduzione in politica di una già esistente nelle intenzioni e nei fatti “maggioranza a sinistra del centro”?

E qui è arrivato il momento di allargare il colpo d’occhio all’insieme dei partiti verdi europei e valutare le loro prospettive generali in vista delle elezioni di fine maggio. Nell’attuale gruppo al parlamento europeo VE-ALE (Verdi europei – Alleanza Libera Europa) i tedeschi rappresentano la componente più forte, ma esso comprende partiti presenti in 19 stati, nonché diverse formazioni regionali all’interno degli stati. Che peso avranno dopo le elezioni? Che scelte avranno di fronte?

Le risposte le avremo solo dalle urne. Per il momento non si può fare più di una sorta di état des lieux dell’insieme dei partiti e dei movimenti. Un panorama vario, in cui si registrano successi, anche clamorosi come quello della Groenlinks olandese, ma anche arretramenti e crisi. E un’assenza: quella dell’Italia. La federazione dei Verdi italiani non è mai riuscita a radicarsi, nonostante che, soprattutto all’inizio, abbia espresso personalità di grande rilievo come Gianni Mattioli, Massimo Scalia, Adelaide Aglietta e un indimenticabile protagonista della cultura politica ecologista e pacifista come Alexander Langer.

Nei paesi scandinavi i movimenti ecologisti e pacifisti si collocano in genere all’interno dei partiti a sinistra dei socialdemocratici. Fanno eccezione un sedicente partito verde della Danimarca che è stato allontanato dal gruppo perché si era alleato in patria con i populisti di estrema destra e lo svedese Miljöpartiet de Gröna, che raccoglie nelle elezioni in patria circa il 7%, ha partecipato anche ai governi guidati dai socialdemocratici e ha più che raddoppiato i suoi consensi alle europee del 2014.

Dei groenlinkser abbiamo detto. Guidati da Jesse Klaver, un giovane economista di ispirazione cristiana, hanno quasi raddoppiato i loro voti nelle elezioni provinciali della scorsa settimana dopo che alle parlamentari del 2017 avevano conquistato il 9,1%. In Belgio nelle elezioni nazionali dell’autunno scorso gli Ecolo-Groen guidati dalla copresidente del gruppo europeo Monica Frassoni hanno ottenuto un ottimo risultato, e altrettanto è avvenuto in Lussemburgo. I francesi di Europe écologie – Les Verts guidati dal leader storico Daniel Cohn-Bendit rappresentano con 20 deputati la seconda componente nazionale del gruppo parlamentare europeo e hanno avuto risultati alterni: un ottimo 16,3% nelle europee del 2009, ridimensionato però all’8,9% del 2014. Disastrosi sono stati poi i risultati nelle elezioni nazionali, con 16 seggi persi sui 17 che avevano all’Assemblée Nationale.   I Verdi austriaci hanno avuto in patria un ruolo simile a quello dei Grünen in Germania e nel 2016 sono riusciti a conquistare la presidenza della Repubblica con Alexandre Van Der Bellen, che sconfisse di misura l’esponente del partito xenofobo della FPÖ Norbert Hofer. Alle legislative del 2017, però, il partito ha subìto un grave tracollo, provocato dall’esplosione di clamorosi dissidi al vertice. I sondaggi in vista del voto europeo segnalano comunque una chiara ripresa.

Considerato il clima politico del momento, c’è da aspettarsi che il gruppo verde cresca di numero e d’influenza forse anche più di quello che indicano i sondaggi periodici che gli uffici del Parlamento europeo hanno bizzarramente deciso di fare e di divulgare mettendo insieme, in modo abbastanza arbitrario, le previsioni fatte da enti nazionali stato per stato. Come farà valere questo peso? Che alleanze cercherà di stringere? Intanto si può dire che sarà parte di una maggioranza istituzionale chiaramente europeista, insieme con i popolari, i socialisti & democratici, i liberali e le sinistre del GUE. Una maggioranza che potrà contare su almeno il 70% dei seggi, frustrando le illusioni dei sovranisti di tutte le fedi. In un’intervista rilasciata a un giornale italiano, lo Spitzenkandidat dei popolari Manfred Weber ha spento le ultime speranzucce di Salvini, Le Pen, Kazcyński e soci di tessere, insieme con l’”entrista” Orbán, un’alleanza destra-estrema destra.

Poi si presenta la questione del rapporto con le sinistre. In qualche modo in Germania i Grünen hanno sostituito le loro coerenze in materia di politiche sociali e di atteggiamento verso l’Europa alle assenze e alle debolezze del partito della sinistra tradizionale. C’è chi sostiene che in Germania oggi rappresentino le istanze della sinistra più e meglio dei socialdemocratici. Sono diventati, o stanno diventando, una parte organica della sinistra come, tantissimi anni fa, sosteneva Willy Brandt? Si può immaginare uno sviluppo delle alleanze con questo segno anche in Europa? E la sinistra deve promuoverlo? Il dibattito è aperto.