Alle spalle della lotta
dei pastori sardi
un sistema di schiavitù

E adesso si può riprendere a parlare di prezzo del latte senza ignobili strumentalizzazioni per fini elettorali! Abbiamo assistito al teatrino politico, alle intestazioni abusive di forme di lotta autentiche, ma oggi, a urne chiuse, possiamo affrontare nei termini giusti la vertenza (vertenza o più giustamente lotta per la sopravvivenza?) dei pastori sardi.

In aiuto ci viene un editoriale di Aboubakar Soumahoro sull’Espresso di questa settimana che ci inquadra il problema dal punto di vista di chi si spezza la schiena sui campi, fatica negli allevamenti, di coloro che più in generale rappresentano l’anello più basso della catena agricola. Da lui, sindacalista della USB, ma anche bracciante in Calabria, capiamo meglio come nella filiera agricola “il prezzo del latte viene stabilito dopo la trasformazione e la vendita delle materie derivanti”. Ovvero, è l’industriale a stabilire il prezzo pagato al pastore, solo dopo aver fissato il suo profitto!

E non è finita… anche la Grande distribuzione organizzata (Gdo) si assicura il suo profitto, “a partire dalla materia trasformata dall’industriale”! Alla base della catena il pastore che non riesce a uscire da questa gabbia in cui è costretto a lavorare, garantendo il profitto degli industriali ma senza il riconoscimento anche monetario, e non solo di dignità, del proprio lavoro.

Una forma spudorata di schiavitù che accomuna tutto il sistema agricolo, un problema del quale il governo, anzi i governi, non ne sono mai venuti a capo. Un sistema distorto, scorretto, sbilanciato totalmente a favore della grande industria e che non garantisce nessuna protezione a chi, quel sistema lo mantiene in piedi con fatica, tanta fatica.

Tutto va ripensato. L’intero comparto agricolo, che soffre delle stesse dinamiche in ogni filiera, va corretto partendo dal profondo malessere dei pastori, dei contadini, di tutti i lavoratori agricoli e mettendo al primo posto dell’azione di governo il riconoscimento e la protezione del lavoro dei braccianti insieme al ripensamento del ruolo, oggi predominante degli industriali e della grande distribuzione. Anche perché aver alimentato e rinfocolato la rabbia dei lavoratori per scopi meramente elettorali, così come ha, vergognosamente, fatto il governo, senza produrre risultati sensibili, potrebbe accendere violentemente una lotta che fino ad oggi si è mantenuta nei confini della legalità.

Mi rivolgo anche a quel che resta di una sinistra ancora sensibile alle vertenze dei lavoratori, ancora lucida nel portare avanti i valori della dignità umana e proteggerli con azioni politiche conseguenti. Una sinistra che riprenda la propria antica mission e si liberi dall’avvitamento su se stessa che oggi la tiene ingabbiata e non le permette di dispiegarsi in tutta la sua forza etica e umana. Basta con le formule, basta con le conte, basta con i numeri, basta con “la toponomastica – come scrive Lucia Annunziata”. Prendiamo una strada di emancipazione dalla cattiva politica che ci ha disintegrati e mettiamoci alla testa di un progetto di riproposizione del diritto ad una vita migliore per tutti e di riaffermazione dei valori fondanti di una comunità di eguali.