Allarme riscaldamento
i carbon credits
non funzionano

Dal 16 marzo del 2020 il limite di velocità in autostrada nei Paesi Bassi sarà di cento chilometri all’ora. Finora era centotrenta. Lo scopo è limitare le emissioni inquinanti di anidride carbonica e particolato. Non è l’unico provvedimento che farà cambiare abitudini ai cittadini. Il governo olandese ha anche deciso di ridurre il metano e il protossido di azoto prodotti dai processi digestivi e dal letame del bestiame, soprattutto bovini da carne. Queste emissioni dannose per l’ambiente sono aumentate negli ultimi quarant’anni nel mondo del 51 per cento. Gli allevatori olandesi protestano, ma l’esecutivo ha confermato che saranno proprio loro, gli imprenditori della zootecnia, col supporto economico e scientifico degli enti pubblici, a doversi responsabilmente riorganizzare.

Entro un anno diventeranno più severe le norme sulla sicurezza alimentare, vi sarà maggiore innovazione nell’offerta di proteine di sintesi e il benessere degli animali sarà più importante della loro quantità. Andare più piano, cambiare dieta o modo di lavorare possono sembrare scelte di efficacia limitata.  Eppure, il venticinquesimo summit sul clima aperto a Madrid, che si chiuderà il 13 dicembre, ha tra i suoi slogan “everything help”, tutto fa.

Per quasi trent’anni i governi mondiali si sono incontrati ogni anno per rispondere all’emergenza climatica. La COP25 (Conference of the Parties), venticinquesima conferenza delle parti coinvolte nel cambiamento climatico, iniziativa delle Nazioni Unite, richiederà un grande lavoro a tutte le delegazioni.  Ora gli eventi naturali parlano da soli, ma in passato pochi governi, eccezion fatta per quelli del Nord Europa, sembravano avere fretta: le conferenze annuali si sono susseguite tra documenti troppo vaghi e litigi. Il punto di svolta, l’occasionale trionfo, è stato l’accordo del 2015 sul clima raggiunto a Parigi. Si era deciso di limitare il riscaldamento della Terra a non più di due gradi rispetto all’era preindustriale. Recenti, grandi eventi avversi in molte parti del mondo e nuove ricerche hanno indotto la maggior parte dei governi a puntare, almeno nelle intenzioni, a un innalzamento non superiore al grado e mezzo.

Quest’anno si è partiti con un cambio di sede. Tutto era pronto per ospitare la conferenza annuale in Cile, ma le dimostrazioni e gli scontri provocati dalle forti disuguaglianze sociali hanno imposto un trasferimento. Madrid si è fatta avanti ed è qui che stanno arrivando rappresentanti di governi, associazioni, industrie e istituti di ricerca di tutto il mondo. Sono centonovantasei le nazioni che hanno aderito alla conferenza permanente sul clima dell’ONU, compresi gli Stati Uniti che stanno tuttavia seguendo la procedura per ritirarsi dall’accordo di Parigi e lo faranno salvo colpi di scena.

Nuovo allarme

A Madrid il nuovo allarme è arrivato dalle isole Marshall, stato insulare dell’Oceania. La capitale, Majuro, la settimana scorsa è stata spazzata da onde alte cinque metri e totalmente inondata. “Lottiamo contro la morte”, ha detto la presidente Hilda Heine. Le Isole Marshall sono una delle nazioni del Pacifico in cui il clima è cambiato in modo radicale e veloce, con mareggiate tempestose e un innalzamento del livello delle acque. Sono le piccole nazioni insulari le prime ad affrontare una minaccia esistenziale, ma dopo di loro toccherà a tutti, se non si abbassa la temperatura e con essa il livello delle acque. Al summit di Madrid Lois Young, ambasciatore dell’Alleanza dei piccoli Stati insulari ha parlato di “ecocidio”.

L’argomento su cui vi sarà battaglia sarà l’articolo sei del trattato di Kyoto: la norma consente ai Paesi ricchi di “sforare” le quote massime di biossido di carbonio (C02), ossido di azoto e perfluorocarburi (PFC) loro assegnate. Infatti, i diritti di emissione possono essere commercializzati, come se si trattasse di un qualunque asset finanziario. Le aziende che consumano meno inquinanti possono vendere le proprie quote a chi ne rilascia una maggiore quantità. Le quote si comprano direttamente da altre imprese che ne hanno in eccedenza, oppure passando per un intermediario finanziario o, infine, attraverso una borsa. Una parte del ricavato deve andare ai Paesi impoveriti per progetti ambientali. Il meccanismo si è rivelato di ben scarsa efficacia: sono stati concessi carbon credits con troppa facilità, il sistema si è svalutato e inquinare a norma di legge costa poco. Per comprare il diritto a emettere una tonnellata di CO2 bastano 15 euro. Mentre, se si volessero raggiungere gli obiettivi climatici, il prezzo non dovrebbe essere inferiore a 40 euro, secondo la stima di Jean-Yves Caneill, dell’ERCST, l’Associazione europea per la transizione sostenibile.

I delegati delle associazioni per l’ambiente, molti studiosi e i rappresentanti del Nord Europa hanno detto che la licenza di immettere nell’atmosfera più sostanze dannose non può essere un titolo di scambio, perché è necessario ridurre adesso, e velocemente, le emissioni. Juan Pablo Osornio di Greenpeace ha riassunto la posizione del fronte contrario all’andazzo dei carbon credits: la compensazione è inaccettabile, incoraggiare un mercato globale degli inquinanti è ormai impensabile.