Allarme debito
2018 a rischio

Nel Documento di economia e finanza appena presentato il governo prevede una modesta riduzione del rapporto debito-Pil dal 132 al 131,6%. Anche se il miglioramento è davvero marginale la novità deve essere accolta come un buon segno perché si tratta del primo calo nell’arco di dieci anni. E bisogna davvero sperare che l’obiettivo del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan possa avere successo e anzi possa rafforzarsi se le condizioni economiche continueranno a progredire.

Certo, in una fase pre-elettorale come l’attuale, non è facile porre al centro del confronto politico e istituzionale il tema del debito e degli strumenti per ridurlo e governarlo. Anzi, sembra ancora di sentire certe polemiche, certe reazioni infastidite di ministri ed esponenti politici di primo piano, compresi leader del centro-sinistra, di fronte alle sollecitazioni, agli inviti pressanti di Bruxelles e di organizzazioni internazionali a ridurre il debito che, ancora oggi, appare un’autentica minaccia per il nostro futuro e per quello europeo. Eppure le novità politiche in Europa – dalle elezioni tedesche con tutte le incertezze sulla futura coalizione guidata da Angela Merkel alla crisi catalana -, le attese per una progressiva riduzione del quantitative easing (l’acquisto di titoli del debito pubblico) da parte della Bce, le incertezze sulle prospettive della debole ripresa italiana dovrebbero spingere il nostro Paese a correre ai ripari, a prepararsi per tempo di fronte a possibili turbolenze.

La questione del debito, infatti, sta tornando un tema di stretta attualità e di seria preoccupazione negli uffici studi e nelle grandi banche dove si inizia a ragionare su cosa succederà dopo le elezioni della prossima primavera. Finora tutti danno per scontato che, con il sistema di voto attuale o col discutibile Rosatellum, la sera del voto non ci sarà un vincitore, non ci sarà una maggioranza chiara e omogenea e si dovrà ricorrere a coalizioni ibride e quindi deboli per costituire un governo. Un’Italia destinata all’ingovernabilità, con un debito di oltre 2.200 miliardi di euro in un contesto economico ancora fragile, è un problema per tutti.
Proprio la necessità di ridurre i rischi sistemici nell’area euro, soprattutto in vista delle scadenze del 2018, è stata al centro del confronto tra Francia e Germania e sui giornali internazionali sono già circolate ipotesi di intervento e di modifiche delle discipline europee, fino a far circolare lo scenario dei “default ordinati”, cioè fallimenti guidati per evitare danni catastrofici.

Ci sono diverse proposte sul tavolo del Vecchio Continente. Ad esempio lo European Stabilility Mechanism (ESM), l’organismo creato nel 2012 per aiutare i paesi in crisi ma rimasto quasi del tutto inattivo, potrebbe essere trasformato in un vero Fondo Monetario Europeo, dotato del potere di concedere fondi rilevanti ai paesi richiedenti ma a condizioni estremamente dure, compresa quella di costringere i governi in difficoltà a interventi radicali di ristrutturazione dei propri debiti pubblici. Una ricetta, più o meno, in stile “troika”, già prescritta alla Grecia con i risultati che sappiamo.
Inoltre viene ipotizzata l’imposizione di un tetto limite alla quantità di titoli del debito pubblico di ciascun paese che un sistema bancario può detenere. Questa opzione avrebbe un impatto molto sensibile sull’Italia tenuto conto del peso del debito pubblico nel portafoglio titoli delle banche.

“Il vero obiettivo di queste iniziative”, sintetizza un’analisi riservata di Banca Leonardo, “è l’Italia, con il suo debito superiore al 130% del proprio Pil ed un sistema bancario massicciamente detentore di titoli di stato nazionali. Un’iniziativa tedesca volta a forzare le istituzioni europee nel senso delineato potrebbe avere conseguenze gravi per i paesi del Sud Europa, noi in particolare, col rischio di riportarci all’interno di una recessione ancora più profonda di quella da cui pare siamo appena usciti”.

Nel 2018, dunque, l’Italia del debito record rischia di essere ingovernabile, esposta alla speculazione e a rinnovate tensioni sullo spread. In più nel 2019 termina il mandato di Mario Draghi alla guida della Bce e, probabilmente, non potremo più godere della benevola protezione di Francoforte che ci ha consentito di risparmiare ben 175 miliardi di euro. Ecco un bel tema di discussione, davvero decisivo per il futuro del Paese, per la lunghissima campagna elettorale che ci attende.