Non serve un gattopardo
dipinto di rosso

Un gattopardo s’aggira per l’Italia. Il suo colore è rosso e non ha ancora un nome, ma i più informati giurano che è solo questione di tempo. Presto, dicono, sapremo tutto di lui: che forma ha, cosa fa, ma soprattutto come vive e dove cresce. Perché una cosa è certa: a differenza del suo antenato, metà rosso metà bianco e rinsecchito all’improvviso, questo è dotato di qualità straordinarie e non potrà che aumentare di peso e dimensioni. Francesco Rutelli, uno che di questi animali se ne intende – anche se ormai si “occupa di cinema e non di politica” (il virgolettato è suo) – spiega che il nuovo esemplare, per adattarsi all’ambiente, dovrà essere “empatico, molto empatico e tornare ad essere vicino alle persone” (virgolettato sempre suo). Carlo Calenda, che il gattopardo lo ha visto davvero e gli ha persino dato un nome, giura però che la qualità migliore di “FR” (come Fronte Repubblicano) è difendere e persino mordere, “perché questo, in fondo, è ciò che la gente vuole nei momenti di incertezza e di paura”. Romano Prodi, più enigmatico, si limita a spiegare che, quando arriverà, la nuova creatura dovrà andare “oltre”: che tradotto, forse, significa mettere in pratica quello che il suo progenitore non ha saputo o voluto fare…

Chissà se alla fine questo nuovo esemplare politico uscirà davvero dalla giungla delle dichiarazioni post voto o se, come crediamo, è soltanto un sogno di prima estate, una reazione onirica alla pesante sconfitta delle elezioni amministrative di domenica scorsa. Le quali, tanto per esser chiari, non hanno “soltanto” consegnato le ultime roccaforti rosse a Lega e Cinque Stelle: hanno fatto molto di più. Ad esempio confermare, se ancora ce ne fosse bisogno, che per tutta la sinistra, e non solo per il Pd, la lunga notte del 4 marzo non è affatto passata. Qualcuno dice sia appena iniziata. E qui spunta, vero o presunto che sia, il fantasma del gattopardo rosso. Perché tra le strade che la sinistra potrebbe (dovrebbe) imboccare per evitare questo allarmante declino, l’unica da cui tenersi rigorosamente a distanza è quella del cambiamento posticcio, del maquillage tanto per fare, della mano di bianco, anzi di rosso che tutto copre ma nulla cambia.

Il voto di domenica ci dice, senza se e senza ma, che la strada imboccata è ormai senza uscita. E più che comprare un’auto nuova, operazione ridicola prima ancora che inutile, bisognerebbe reimpostare il navigatore. Già, ma per andare dove?

La domanda ovviamente è pericolosa. Come ben sanno i lettori, non c’è nulla di peggio, a sinistra, che aprire un dibattito sull’universo mondo. Con l’auto, quella vecchia, che intanto procede a tutta velocità contro il muro. Perché è vero che bisogna rimettersi “in viaggio” (speriamo non en marche) come spiega Cuperlo nel suo ultimo libro avvertendo che tempi non saranno affatto brevi. Ma è anche vero che nel lungo periodo saremo tutti morti, come diceva inesorabile Keynes. E’ questo che vogliamo? Discutere, litigare, ragionare forse in attesa del grande botto?

Per nostra fortuna (si fa per dire) esiste un modo per confrontarsi senza perdersi. Basta aprire un computer e collegarsi al sito di Eurostat, l’Istituto di statistica europeo che raccoglie i dati di tutti i 28 Paesi dell’Unione europea, Gran Bretagna ancora compresa. Girando e compulsando, ma soprattutto ordinando quelle cifre in tabelle facili da interpretare il risultato è una classifica, voce per voce, settore per settore, della salute economica e sociale di ogni Paese. Ebbene, passeggiando liberamente in quel sito si scopre, senza troppi giri di parole, che il nostro Paese è messo male, molto male. E che quando non è ultimo, ma proprio ultimo, è penultimo o al massimo terzultimo. Non ci credete? Ebbene, il famoso Pil che fra trombe e fanfare ci hanno detto essere finalmente in ripresa, segna la terza crescita più bassa d’Europa. Più bassa del Portogallo e dell’Estonia, nettamente più bassa di Cipro e Lituania. Più bassa vuol dire che mentre noi brindiamo all’1,3% cento (ma l’anno prossimo è già previsto all’1,1) la Spagna e l’Ungheria senza troppi brindisi registrano oltre il doppio della nostra crescita, mentre Svezia e Repubblica Ceca addirittura il quadruplo. E non è finita: penultimi come numero di giovani che trovano lavoro a tre anni dalla laurea, quinti (ma dal basso) per investimenti nell’educazione universitaria e ancora quinti (sempre dal basso) per sostegno alla ricerca. Penultimi nella classifica dell’occupazione generale e lo stesso, penultimi, in quella dell’occupazione femminile e quella giovanile spezzando sì le ossa alla Grecia, ma solo a quella. Dove siamo avanti, come numeri assoluti questa volta, è nel campionato ignobile della povertà: con 10,5 milioni di persone che hanno difficoltà a farsi un pasto proteico ogni due giorni (due), siamo il Paese europeo con il più alto numero di poveri. Record incontrastato anche per la povertà minorile: nel 2016, ultimo dato ufficiale, erano 1 milione e 292 mila, con un aumento del 14,5 per cento rispetto all’anno prima. E che dire delle quattro famiglie su dieci che vivono senza riscaldamento? Ancora: siamo venticinquesimi (su ventotto) nella trasformazione digitale del Paese e non ci vuole un corso ad Harvard per capire che si tratta dell’asfalto su cui correrà il futuro. Mentre riposiamo saldamente nella parte alta della classifica dei Paesi che importano più energia dall’estero: già, proprio mentre tutti, ma proprio tutti (India e Brasile compresi) stanno sgomitando per occupare le posizioni più basse di quella energica classifica grazie ai vantaggi tecnologici ed economici delle rinnovabili.

Sì, basta scorrere le tabelle di Eurostat per capire che il nostro è un Paese dimenticato e malato. Perché se la crisi del 2007 e quella del 2011 sono state devastanti, è innegabile che gli altri si sono ripresi e noi no. Per recuperare i danni economici del terribile ’29 abbiamo impiegato otto anni, per aggiustare quelli della seconda Guerra mondiale ce ne sono voluti dieci: oggi, undici anni dopo, siamo ancora in debito di ossigeno mentre gli altri corrono. Cos’altro ci vuole per capire che la vera emergenza di questo Paese non sono le rotte di Lifeline e Aquarius, ma il motore economico e sociale della nostra nave? Cos’altro deve accadere per convincere la sinistra, prima ancora che il Pd, che se vuole riannodare il filo spezzato con il proprio popolo e i propri elettori non può permettersi il lusso di stare in silenzio a guardare (ignoriamo per carità di patria l’orrenda battuta sui pop corn) ma deve incalzare il governo, il Parlamento, i media, i cittadini prima ancora che gli elettori sulle cose da fare per rimettere in moto il Paese. E che guarda caso, non spuntano nostalgiche dagli appunti sbiaditi di qualche sovversivo dell’Ottocento, ma dai libri di economisti e premi Nobel come Joseph Stiglitz, Paul Krugman, Amartya Sen. O da quelli di studiosi come Mariana Mazzucato e Thomas Piketty. Per riaccendere i motori, dicono in coro, bisogna ridurre le diseguaglianze, combattere la povertà, aumentare l’occupazione femminile, investire sull’istruzione e la conoscenza e, tabù dei tabù, affidare allo Stato, prima ancora che ai privati, l’iniziativa di una politica industriale basata sull’innovazione e la ricerca.

Sono tante le cose da fare e da dire pur restando all’opposizione: perché restare in silenzio e perdere tempo? Facciamo un governo ombra, lanciamo iniziative. Soprattutto elaboriamo e sosteniamo un’agenda di priorità che non sia rispondere alle provocazioni di quel sosia del dottor Stranamore che siede oggi al Viminale. Come ha spiegato bene George Lakoff, grande esperto di scienze cognitive, in politica vince chi impone i propri temi, non chi si accontenta di ribattere a quelli altrui. E in tutto questo, davvero crediamo che la soluzione sia un gattopardo dipinto di rosso?