Alla sinistra non serve un contenitore

All’assemblea milanese del 16 Luglio di lancio di #Leu nel capoluogo lombardo, Laura Boldrini suggeriva di fare una lista unica con il Partito Democratico che candidasse praticamente solo figure civiche (qualunque cosa questo voglia dire). Nel mentre Nicola Fratoianni dall’Huffington Post suggerisce che leu confluisca nella lista unica della sinistra radicale che dovrebbe contenere come di consueto tutte (o quasi!) le molte schegge impazzite di quel mondo. Lo fanno praticamente con lo stesso slogan: “cambiare l’Europa per salvare l’Europa” e alcuni punti in comune: dire no alle politiche di austerity e impedire a Salvini di lasciare le navi coi migranti in mezzo al Mediterraneo. È un film che alcuni di noi già visto e, se nel 2015 usciti dal Partito Democratico, poteva sembrare fantascienza, arrivati a questo punto è diventato il sequel di un horror. Stiamo facendo lo stesso congresso da tre anni o almeno questa è l’impressione di chi scrive. Il timore è che questo legittimo scambio di opinioni sul “che fare” diventi l’ennesima discussione sulle forme e non sulle cose, un’ulteriore polemica auto-riferita su alleanze, schemi, geografie politiche, la quale tipicamente in questi casi produce divisioni fra chi ha opinioni simili sui temi ma divergenti sulle alleanze e unioni fra chi ha interesse a stare insieme anche se sulle questioni di fondo la pensa differentemente. Così, la missione più urgente della sinistra oggi, cioè immettere razionalità in un dibattito folle, lanciando un vero e proprio cantiere di contro-progettazione, viene abortita sul nascere, nella confusione delle voci, delle posizioni, delle sigle e dei nuovi simboli che la sinistra politica macina da anni a ritmi incessanti; nomi fantasiosi, leader pescati dalla magistratura, tutti i colori compresi quelli dell’arcobaleno: 3% quando va di lusso, 4% quando qualche italiano in più si astiene.
Sappiamo tutti che questo Governo e l’avanzata delle destre non si combattono né con la sacra alleanza dei sinceri democratici (fronti repubblicani e progressisti a seguito) né con il richiamo identitario ad un’epica della lotta e della contrapposizione fine a se stessa, come si vivesse in un’assemblea di istituto perenne, magari al fine di eleggere qualche altro editorialista di testate di sinistra o qualche altra figurina pescata a caso dall’associazionismo che dal giorno dopo non si prenda in carico la costruzione di un soggetto politico solido e duraturo.
Bisogna dire cosa si vuole non solo con chi ci si vuole alleare e contro chi ci si sta alleando. Bisogna dire che modello di società si ha in testa e come si intende praticamente arrivarci, non solo lamentare gli errori altrui (bene che anche alcuni moderati inizino a denunciarli, ma non basta). Bisogna motivare delle persone che hanno votato cinque stelle, destra o si sono astenute a sostenere l’idea di Paese ed Europa che la sinistra propone e certamente questo non avviene facendo la lista della spesa delle colpe di una classe dirigente che parla solo con se stessa. Il 4 Marzo, con la sua geografia del voto identica per pd, leu e pap, soggetti politici asserragliati nei centri città, nella classe media urbana che ancora sopravvive e nelle velleità di qualche giovane studente, sembra non aver insegnato alcunché. Non emerge ad oggi nel dibattito, né nel Paese né nella sinistra politica, il modello di accoglienza che propone chi si oppone a Salvini, non emerge un piano per mobilitare e superare questo sistema di produzione – che si chiama capitalismo e forse dovrebbe essere un problema per chi si propone di rifondare un punto di vista alternativo, o no? -, non emerge una visione della politica estera italiana, non emerge una proiezione strategica che risponda all’esodo di massa di connazionali che cercano futuro altrove, né un’idea strutturale e strutturata di come rimettere in sicurezza il territorio. Mancano molti capitoli, ma che qui siano rievocati o meno, sono tutti sono attraversati dalla medesima assenza: il foglio del “come” e una massa critica tale da diffondere anche il “perché”.
La sensazione è che Laura Boldrini e Nicola Fratoianni vogliano infondo fare la stessa cosa – una lista – ma farla con compagni di viaggio differenti. Il “con chi” prima del “cosa”, la coalizione politica prima del “per chi” sociale, rischiando pure di fare due cose molto molto simili nelle rivendicazioni seppur a differenti tonalità con le quali le si esprime. Le loro opzioni vanno bene entrambe e allo stesso tempo non ne va bene nessuna, se per “bene” si intende immettere un fatto nuovo nel Paese nel tentativo di superare gli errori del passato. L’augurio quindi è quello che l’imminente nascita di Liberi e Uguali come soggetto politico non rimanga impigliata in questa tenaglia di politicismi e che il Comitato Promotore Nazionale in strettissima connessione con quelli locali riesca ad esprimere alcune semplici ma determinanti idee cardinali in virtù delle quali affrontare i prossimi appuntamenti elettorali e, più importante, la costruzione di un soggetto che – seppur in futuro potrà certamente cambiare assetti – non evapori senza lasciare traccia.
Insomma, bisognerebbe essere coscienti che, parafrasando gli antichi, rem tene, liste sequentur ma la storia che insegna ancora una volta non ha scolari. Questa volta – se dovesse andare così – avrà anche una partecipante in meno.