Alla Scala pecunia non olet
(neppure se viene dal petrolio)

Pare che l’altra sera lungo i corridoi della Scala echeggiasse un canto corale e che alcuni signori ululassero a petto gonfio: “Il consiglio decretò:/ non passa lo straniero”. Il Piave ancora una volta aveva fatto da insormontabile trincea. Secondo altri testimoni, alcuni autorevoli membri del consiglio di amministrazione in questione avrebbero abbandonato il loro tradizionale vessillo e avrebbero innalzato orgogliosamente quello del re polacco Jan Sobieski che alla guida delle armate cristiane ricacciò i turchi assedianti Vienna salvando la civiltà cristiana dalle mire degli infedeli. Ebbene sì, ce l’abbiamo fatta, abbiamo difeso il vetusto teatro, baluardo della lirica, da mani islamiche. Potremo continuare a cantare liberi e orgogliosi “Va’ pensiero sull’ali dorate…”

Jan Sobieski

Siamo un paese ricco e felice, un paese che ha cancellato la povertà e che procede a passo sicuro verso una dorata recessione. Possiamo ben ributtare in faccia agli altezzosi sauditi i loro soldi, compresi i tre milioni e rotti (i primi per arrivare a quindici nei prossimi cinque anni) che avevano già depositato in cambio di un posto in futuro nel citato consiglio di amministrazione.

In sintesi la tragicomica vicenda milanese si può riscrivere così, additando presto il colpevole, il sovrintendente Alexander Pereira, accusato d’aver condotto in solitaria la trattativa, rispettando peraltro il compito, del tutto naturale per un manager della sua stoffa, compito che gli era stato indicato alla nomina: andare a caccia di finanziamenti per sistemare i bilanci di un teatro, che sarà il primo nel mondo ma che costa assai alla collettività. Pereira si era attivato, senza fare i conti con le regole e i riti del sistema. Si era mosso in autonomia, senza interpellare consiglieri, presidenti, commissari politici, amministratori, eccetera eccetera.

Nella corsa all’indignazione, il primo posto l’aveva conquistato da subito il consigliere comunale e parlamentare leghista Alessandro Morelli, di giorno in giorno martellando il povero sindaco Sala con una accusa infamante: “Sapevi tutto e non ci hai detto nulla”. In aggiunta, per non smentirsi: “Ti abbiamo beccato con le mani nella marmellata”. Solidale Salvini, ritratto in tight da orchestrale ma senza troppo accalorarsi.

Alexander Pereira

Il fedele discepolo del vice-premier aveva sentenziato ancora, dando prova della sua efferata cultura: “Sala sta cercando di tenere in sordina un’operazione che squalifica il primo teatro del mondo”. Alla lettera. Una colossale baggianata nazional sovranista. Non solo perché, come dicevano i furbi romani, “pecunia non olet”, ma anche perché non guasterebbe di tanto in tanto proporsi un orizzonte oltre Vizzolo Predabissi, patria del Nostro. Economicamente siamo di fronte ad un’ipocrita sbruffonata: la Scala vive di contributi di assai varia provenienza e chissà quale è il colore dei soldi che arrivano in cassa (i costi di produzione, circa 120 milioni, sono coperti solo per un terzo dalla vendita dei biglietti, per il resto valgono sponsorizzazioni, quattrini dei privati, dello Stato, oltre trenta milioni, del Comune, oltre sei, e della Regione, circa tre milioni). Nel frattempo la Scala aveva già programmato due concerti a Riad (“Traviata” con la direzione di Zubin Mehta) e la creazione di una Accademia pubblica per musicisti. Fossi l’arabo infedele manderei all’aria tutto.

Morelli, all’annuncio del verdetto del cda che stabiliva di respingere l’offerta saudita, ha postato il suo bel manifesto con la scritta in caratteri cubitali: “Vittoria !”. Come fosse Armando Diaz il giorno dopo Vittorio Vittorio.

Sala, pragmatico, si è limitato a redarguire Pereira, accusandolo di ingenuità, perché avrebbe dimostrato di non conoscere i costumi del Belpaese, confermandogli la fiducia almeno fino a scadenza del mandato l’anno prossimo (del resto nel cda nessuno s’è sognato di chiederne la testa, dopo tanti strepiti e dopo minacce di licenziamento dal fronte leghista, Morelli e il presidente regionale Fontana in prima fila).  Sala querelerà Morelli.

Morale: alla Scala mancheranno un po’ di soldi, noi a reddito fisso e contribuenti certi continueremo a pagare.

Conclusione: Milano è già per un pezzo in mano ai cinesi e per un altro pezzetto ad arabi di varia estrazione, i ricchi negozi del triangolo della moda e i grandi alberghi prosperano grazie allo shopping di mediorientali, giapponesi, cinesi e pure russi. Dovremmo ringraziarli: contribuiscono a rendere questa città più prospera, più efficiente, più viva e persino più bella, come una metropoli deve essere e come certo non si merita il Morelli.