Alemanno condannato e i frutti avvelenati lasciati alla Capitale

Nulla da gioire per la pesante condanna subita dall’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, non si gioisce delle condanne. Si può ricordare, però, spostando l’attenzione dalla vicenda giudiziaria a quella politica, che il declino di Roma, quello di cui parliamo tutti i giorni, cominciò allora, in quel 28 aprile del 2008, quando le urne decretarono inaspettatamente, innanzi tutto per lui che si era candidato aspirando alla poltrona di ministro nel governo Berlusconi, la sua elezione. Cominciò dal saluto romano dei fascisti che lo accolsero al suo arrivo in piazza del Campidoglio.

Il virus era già penetrato durante i governi di centrosinistra, come dimostrano i casi di Buzzi e Odevaine nell’inchiesta “Mafia capitale”. Come dimostra l’accecamento politico che spinse il Pd a porre fine, con le firme dal notaio, alla sindacatura di Ignazio Marino. Qual è, allora, l’apporto particolare di Gianni Alemanno a questo periodo cupo nella storia della Capitale?

I sindaci di centro-sinistra, Rutelli e Veltroni, e nella sua breve stagione Marino, per quanti errori possano avere compiuti, stressavano la città verso il nuovo, cercavano di farne una grande capitale europea, di inserirla in circuiti virtuosi anche nella gestione delle sue aziende partecipate. Non era facile, con il monopolio di Cerroni sull’immondizia, con le contrapposizioni anche interne sul ciclo dei rifiuti, con le resistenze corporative di molti settori, dai taxisti ai dipendenti di comune e partecipate. Però quella tensione aveva consentito di vincere alcune battaglie, di perderne altre ma di motivare funzionari capaci e forze diverse della città ad andare avanti per migliorarla, differenziando i rifiuti, ampliando la rete della metropolitana, creando l’anello ferroviario, le linee veloci e i tram, privilegiando il trasporto pubblico rispetto a quello privato. Gianni Borgna, assessore alla cultura, ricordato pochi giorni fa a cinque anni dalla scomparsa, scriveva in un suo libro che il giorno in cui si era insediato, l’8 dicembre 1993, i musei romani erano chiusi per la festività della Vergine Maria. Sono molti anni ormai, invece, che siamo abituati a visitare mostre e musei nei giorni festivi. Borgna ha lasciato, a fine mandato, alla città una rete di biblioteche di quartiere che costituisce anche oggi un tessuto di cultura, di democrazia e di partecipazione che nessuno ha più potuto smantellare.

Alemanno rappresentò un roll back, un ritorno indietro, pagò il pegno elettorale verso tutti gli strati corporativi a cui doveva la sua inaspettata vittoria, taxisti, ristoratori che non volevano le ZTL, Tredicine con i camion bar, automobilisti infastiditi dalle multe che, infatti, furono condonate. Il linguaggio securitario, alimentato da propaganda anti-rom, copriva un grande flusso di denaro che ha trasformato i campi (che già spesso erano una vergogna) e gli alloggi per i rifugiati in agglomerati ingestibili che, quanto a business, come diceva Buzzi, “erano meglio della droga”. L’acquisto dei vagoni per il “corridoio” della Laurentina si trasformò in un grande scandalo che coinvolse il tesoriere della fondazione di Alemanno, Riccardo Mancini. Ad Ama e ad Atac fu parentopoli o, meglio, “fascistopoli”.

Alemanno non esprimeva alcun progetto ma slogan che, alla prova dei fatti, si dimostravano chiacchiere velleitarie: trasportare il museo dell’Ara Pacis in periferia, abbattere il quartiere di Tor Bella Monaca cementificando a villette l’Agro romano. Per l’Agro romano si prospettava una cementificazione in nome dell’emergenza abitativa. Il progetto è stato poi cancellato dall’assessore Giovanni Caudo della giunta Marino ma, intanto, al tempo di Alemanno, si erano formate cooperative fasulle che avevano truffato cittadini speranzosi di aggiudicarsi una casa a costi calmierati.

Il frutto più avvelenato della stagione Alemanno, quello che paghiamo ancora, ogni giorno per la stato di incuria in cui è ridotta Roma, e, ogni anno, al momento della dichiarazione dei redditi, è il debito. Il debito-monstre della Capitale messo in una bad company e onorato con le tasse dei romani. Quella cifra di 11 miliardi, spiegava l’assessore al bilancio di Veltroni, Marco Causi, contiene molte cose diverse, è come sommare capre e cavoli. Dentro ci sono spese per investimenti (le linee metropolitane) che sono una cosa diversa dalla spesa corrente e che sul lungo periodo producono un ritorno. Ci sono ancora i debiti contratti per le Olimpiadi del 1960. Ci sono gli accantonamenti per il contenzioso sugli espropri, ma non è detto che il comune sia sempre perdente e debba pagare.L’operazione debito, allora, fruttò politicamente ad Alemanno su due piani. Quello propagandistico, contro le giunte di centro-sinistra. E perché contrattò con Berlusconi un trasferimento di 500 milioni che gli consentì di largheggiare. Quel denaro fresco e non gravato dal debito, però, lui lo usò in spesa corrente e assunzioni. Dopo, i cordoni della borsa pubblica si sono chiusi e ai romani è rimasta la bad company a cui restituire i debiti. Come se i soldi spesi nella capitale d’Italia fossero solo per i romani e non per il paese.