Alcoa, lavoratori
prigionieri
di una lunga attesa

In attesa. Una condizione che di per sé dovrebbe essere temporanea sta diventando permanente per i circa 500 operai dell’ex Alcoa di Portovesme. Non è bastata, circa un anno fa, la buona notizia dell’acquisto dello stabilimento di alluminio da parte della multinazionale svizzera Sider Alloys. Nelle vertenze industriali italiane in questo primo scorcio di secolo le fasi seguono la logica delle matriosche e persino dentro a una svolta come quella dell’acquisizione inseguita per quattro anni – tanti ne erano passati dalla chiusura dell’impianto – si può celare un nuovo rebus lungo e complesso da risolvere. Tanto che il problema della fabbrica ferma, in origine un problema industriale, ha cambiato pelle, diventando sociale.

Ad alimentare questa preoccupante metamorfosi lo scoglio del costo di approvvigionamento dell’energia, di cui la produzione di alluminio è un’instancabile consumatrice: se il governo non trova il modo di assicurarla a prezzi competitivi, il riavvio della produzione si allontana, come di fatto sta avvenendo. E intanto gli ammortizzatori sociali sono finiti. E anche se siamo a Portovesme, Sulcis Iglesiente, una di quelle aree di crisi complessa cui era stata concessa la mobilità in deroga, si attende, da dicembre, che l’ammortizzatore venga rinnovato. Intanto, da tre mesi, 500 ex dipendenti, più o meno, non sanno come “campare la famiglia”, privi di lavoro, privi di paracadute sociale, privi, in questo deserto industriale, di alternative occupazionali.

“I segnali che ci aspettavamo non sono ancora arrivati”, ci ha detto sconsolato Bruno Usai, della segreteria della Fiom Cgil sarda. A circa un anno dal passaggio in mani svizzere, in quel 15 febbraio 2018 salutato dall’ex titolare del Mise Carlo Calenda “non come una conclusione, ma come l’inizio di un processo”, le cronache hanno riportato soltanto piccoli lavori di ristrutturazione. Non c’è traccia dell’attesissimo revamping, il rinnovamento, il ripristino, l’agognato riavvio. “Lo stabilimento è fermo da sei anni – ci ricorda Usai –, non è semplice rimetterlo in marcia. Ha bisogno di interventi consistenti”.

Insomma, non basta far rientrare tutti in fabbrica e spingere il pulsante rosso. “Dalla presentazione del cronoprogramma aziendale – ha scritto Mirco Rota, coordinatore nazionale Fiom Cgil per la siderurgia, in una nota diramata all’indomani dell’ultimo tavolo al ministero lo scorso 28 febbraio – abbiamo purtroppo constatato che la fase di revamping non ha ancora una data certa. Infatti, nonostante Sider Alloys indichi le date di gennaio 2020 come avvio degli impianti e gennaio 2021 per la messa in produzione di 328 celle, ad oggi mancano due presupposti fondamentali perché ciò possa realizzarsi: la firma del contratto di revamping con una società cinese specializzata e il contratto di fornitura elettrica a costi compatibili con il piano industriale. Su quest’ultimo punto, l’azienda ha dichiarato che, in assenza del contratto, non andrà oltre l’acquisto di trasformatori elettrici, carri ponte e poco altro”.

“Una situazione molto grave e preoccupante – si legge – anche alla luce dei mesi trascorsi e delle poche cose realizzate, tra cui l’aspetto dell’inserimento dei lavoratori ex Alcoa. Abbiamo chiesto al governo di monitorare quanto sta accadendo, anche attraverso Invitalia che fa parte della compagine azionaria”.

Insomma, dei 430 dipendenti pre-acquisizione da parte della Sider Alloys, ne sono stati assunti circa 70, tra diretti e in appalto. Secondo i calcoli di Usai, quindi, fuori ne sono rimasti 300, tra i dipendenti diretti, e circa 200 degli appalti. La prospettiva tratteggiata dal gruppo inizialmente è mutata. “Nelle precedenti riunioni l’azienda aveva esposto una sorta di piano industriale che prevedeva, nel giro di qualche mese, l’ingresso dei lavoratori legati alle varie attività svolte”. Ma di queste grandi manovre su carta, poco è avvenuto in realtà. Quel che resta, per ora, in uno dei deserti industriali che ci ha lasciato la lunga crisi, è tanta apprensione. E neanche una data certa per un prossimo incontro. Tutto sembrerebbe pronto, il futuro è dietro l’angolo, ma “senza risolvere il nodo del costo dell’energia – ammette Usai – quell’accordo non verrà mai sottoscritto”.
“Si festeggerà quando uscirà il primo lingotto di alluminio. Fino ad allora c’è solo da lavorare”, aveva detto Calenda il 15 febbraio 2018. Quel primo lingotto sembra ancora maledettamente lontano.

Giorgio Sbordoni, RadioArticolo1
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