Alcide Renzi
e la “legge truffa”

Per giustificare le proprie azioni si ricorre a qualsiasi strumento. In politica spesso si ricorre al paragone storico. Lo ha fatto anche Matteo Renzi in queste ore concitate per l’approvazione del cosiddetto Rosatellum. Per contrastare l’idea che la fiducia imposta al Parlamento sia un colpo di mano – come ha scritto Ezio Mauro – o un colpo di Stato – come invece hanno detto, con toni roboanti, Di Maio e Di Battista che vedono il fascismo un po’ dappertutto – il segretario del Pd ha spiegato che “anche Alcide De Gasperi ha utilizzato questo strumento”.
Una riunione del consiglio dei ministri con De Gasperi

Ora, a parte il fatto che questa affermazione – come spiega Fabio Martini sul proprio profilo Facebook: https://goo.gl/mWWp9k – non serve a fare giurisprudenza e quindi a legittimare una scelta controversa, il paragone con il 1953 è sinceramente a dir poco stonato. Per alcuni motivi.

Il primo riguarda la condivisione delle regole del gioco. La legge elettorale del 1953, ribattezzata da comunisti e socialisti “legge truffa” e passata alla storia con questo nome, fu il tentativo della Dc di conquistare una maggioranza inossidabile imponendo un sistema maggioritario che aveva l’obiettivo non secondario di relegare in un angolo sia il Pci che il Psi. Persino Mario Scelba, allora duro e inflessibile ministro dell’Interno, ebbe qualche iniziale perplessità: «L’idea è buona, ma se noi proponiamo una simile legge questa legge sarà chiamata “truffa” e noi saremo chiamati “truffatori”», disse all’inizio della discussione in casa dc. Poi cambiò idea e schierò la polizia contro chi manifestava contro quella legge.

Lo scontro che quella scelta provocò è nei libri di storia: manifestazioni, cortei, lunghe sedute parlamentari e scontri a Montecitorio, cariche della polizia con manganelli volanti (il giovane deputato comunista Pietro Ingrao finì in ospedale con la testa spaccata e fece poi un durissimo intervento in aula). Insomma, quel riferimento al 1953, non è un bel paragone. Ed è semmai un’ulteriore prova che le regole del gioco politico è meglio condividerle piuttosto che imporle a maggioranza.
Pietro Ingrao picchiato dalla polizia

Il secondo motivo riguarda il tema della sconfitta. Quella legge infatti, approvata con la fiducia, alla prima prova finì in pezzi: la Dc e i suoi alleati alle successive elezioni politiche non riuscirono a ottenere la maggioranza e di conseguenza il premio elettorale non scattò. Fu per De Gasperi una bruciante sconfitta, a tal punto che quella legge fu poi messa da parte e l’Italia ha mantenuto il sistema proporzionale fino all’inizio degli anni Novanta quando fu introdotto il Mattarellum.

Il terzo motivo attiene al finale della storia. Non si può non ricordare infatti – e ricordarlo in particolare a Matteo Renzi – come andarono le cose dopo che alla prova delle urne la legge naufragò. De Gasperi pagò duramente quell’atto di forza e il successivo fallimento che furono la causa del suo declino politico. Sconfitto nelle urne, spazzata via la “legge truffa”, l’allora presidente del Consiglio fu infatti costretto a dimettersi solo qualche mese dopo. La sua uscita di scena segnò anche la fine del degasperismo che aveva permeato la vita pubblica nel primo decennio della Repubblica democratica.
Cartelli del Pci dopo il fallimento della legge truffa

Non vogliamo aggiungere altro, se non un consiglio al segretario del Pd: la prossima volta li scelga con maggiore cura i paragoni storici. Altrimenti, come in questo caso, possono risultare non solo sbagliati ma persino controproducenti.