Al Pd serve un nuovo leader
e una nuova politica
per evitare l’immobilismo

A un mese dalla storica sconfitta del 4 marzo e il giorno in cui sale al Quirinale per le consultazioni del presidente Mattarella il Pd appare in piena confusione. Una crisi peraltro abbastanza comprensibile: già in passato dopo le dure sconfitte inflitte da Berlusconi, la sinistra riformista ha saputo riorganizzarsi e rilanciarsi solo dopo mesi di tormenti e di disorientamento. Figuriamoci dopo un rovescio epocale come quello di un mese fa, con il peggior risultato nella storia del centrosinistra.

Quello che colpisce oggi sono piuttosto i termini della discussione e delle divisioni interne. Non è stata neppure abbozzata un’analisi della sconfitta, delle sue ragioni profonde, dei limiti del governo e del partito, della crisi del vecchio blocco sociale: esattamente come non era accaduto dopo la sconfitta del referendum o dopo il voto amministrativo nella capitale e in altre importanti città.

Il dibattito è invece interamente incentrato sulla collocazione del partito (all’opposizione senza se e senza ma) e sul cosiddetto Aventino, ed è per giunta condotto in modo del tutto astratto senza prendere in considerazione gli sviluppi (e magari le sorprese) che possono scaturire dalla politica.

Oltre che di scarso interesse, il confronto appare persino un po’ inconsistente, perché è evidente a tutti che il PD resterà all’opposizione: nessuno – all’infuori di Michele Emiliano – ritiene che si possano dare i propri voti a premier come Di Maio o come Salvini; l’unica ipotesi forse praticabile per il centrosinistra sconfitto, quella di un governo “di tutti”, viene tolta di mezzo proprio dalla totale contrarietà di Di Maio e Salvini. Semmai sono i toni e il non detto a fare la differenza. Perché un conto è prepararsi a una fase di opposizione, un conto è “non vedere l’ora che nasca un governo 5 Stelle-Lega” come ha auspicato il neo capogruppo al Senato Marcucci, sulla cui ascesa nessuno con un minimo di onestà intellettuale può dubitare che non sia stata determinante l’assoluta fedeltà all’ex segretario Renzi.
Anche la linea che esprime evidentemente è un segno dei tempi: una volta si lavorava per separare Bossi da Berlusconi, oggi si ha invece fretta di vedere rinsaldato il rapporto tra Salvini e di Maio…

Probabilmente dobbiamo rassegnarci a vedere contrassegnata da queste dinamiche tutta la prima fase post- elettorale. Per quanto tempo? Forse fino a quando non emergerà una nuova leadership nel PD, che avvii quella discussione e quel confronto sui grandi temi di cui abbiamo fatto cenno. Il dubbio a questo punto è se possa bastare un segretario eletto dall’Assemblea nazionale o se sia meglio anticipare il congresso e le relative primarie. È intuibile già l’obiezione: può un partito passare da un congresso all’altro, parlare continuamente al proprio popolo, mentre “fuori” tutto cambia e tutto è in movimento? Forse è un azzardo ma restare nell’indeterminatezza di oggi, con un reggente che può contare fino a un certo punto e con un ex leader che ancora esercita la sua influenza sulle scelte e sulle mosse del partito, sicuramente non produrrà alcun rilancio. Stare fermi ad aspettare è l’unica cosa di cui non ha bisogno la sinistra, tanto più dopo essere stata pesantemente ridimensionata nel Paese.