Al PD occorre
una nuova identità

Ben vengano contributi come quello recentissimo di Galli della Loggia (Corriere della Sera, 27/06/18) al dibattito, più che mai urgente e necessario, sulla profonda crisi del Partito democratico (e della sinistra italiana in genere).  Ne approfitto per segnalare alcuni punti di tale contributo che tra parentesi mi pare più a sinistra di tanti articoli precedenti dell’autore. E che esprime una evoluzione Interessante della sua riflessione tanto più che si verifica nel momento in cui il trasformismo tipicamente italiano sta cercando di “adattarsi ” alle posizioni reazionarie del leader della Lega. Ma vediamo:

Occorre al Pd, sostiene Galli della Loggia, una “identità nuova”. Condivido: la ragione di ciò va ricercata nel modo con cui è nato il Pd. Figlio di un partito postcomunista che a un certo punto (2007) si è fuso con la sinistra democristiana. E’ ormai evidente: il matrimonio non è riuscito e proprio in questi giorni le continue litigate interne lo dimostrano ampiamente. Già, ma perché? Qui Galli della Loggia taglia corto. In estrema sintesi penso che la ragione profonda del divorzio in atto vada individuata a sua volta nei limiti storici di quelle due identità. Quella di origine comunista non aveva ancora compiuto una analisi critica dell’esperienza comunista alla quale il glorioso PCI, pur tra dubbi e incertezze, è rimasto sostanzialmente legato fino al tracollo (ovvero fino agli anni ottanta del secolo scorso) del totalitarismo sovietico (il nome PCI è stato sepolto solo dopo la fine dell’URSS). Una storica “ambiguità democratica” che il PCI si è portato dietro fino all’ultimo momento. E quella di origine democristiana (la Margherita), erede del pragmatismo interclassista e delle divisioni interne del partito che aveva confinato il PCI ad una eterna opposizione. Due identità non più in grado, come ha dimostrato la recente chiusura nei riguardi del M5S, di comprendere la nuova realtà sociale e culturale, specie giovanile, dell’era digitale.

Meno convincente è l’idea di Galli della Loggia che a questo punto solo un forte riferimento ai valori cristiani può ridare alla sinistra visione strategica e spinta morale. Se si tratta di dare patenti di sinistra, chi scrive condivide l’opinione che l’unico “leader” davvero progressista nel disastrato panorama della sinistra europea sia proprio Papa Francesco. E tuttavia, resta il fatto che milioni di donne e uomini di formazione laica o di altre fedi religiose condividono in tutto il mondo i valori di giustizia, libertà ed eguaglianza che rappresentano il DNA di una sinistra non solo di nome. La futura sinistra (un Pd finalmente rinnovato?) dovrà cercare con queste forze, come con quelle di orientamento cristiano, le forme e i contenuti nuovi della lotta contro le ingiustizie indotte dal capitalismo nell’era della globalizzazione. Sia consentita una domanda: riuscirà un partito ormai ben radicato nei quartieri benestanti a conquistare il voto delle borgate?

Ma Galli della Loggia non si ferma ad una analisi della crisi della sinistra. L’intellettuale della politica compie una scelta non usuale: identifica i punti di quello che potrebbe essere una sorta di programma di governo di una sinistra rinnovata nelle idee e nei metodi. Una scelta coraggiosa che, in questa fase di dubbi e ripensamenti, andrebbe sostenuta, non solo tra gli intellettuali. Mi limito a segnalare un punto che mi ha in particolare colpito perché si tratta di un tema tabù anche a sinistra: l’importanza dell’equità fiscale e quindi della patrimoniale come mezzo per perseguirla. “Lo so che è una misura che provoca, in tanti, parole di rivolta: ma come ci si può rassegnare al fatto che chi in Italia detiene grandi quote di ricchezza si sottragga sempre in un modo o nell’altro all’obbligo dell’equità fiscale?”. Parole decisamente condivisibili, tanto più oggi di fronte alla proposta governativa della flat tax . Sarebbe interessante sapere cosa ne pensano i dirigenti del Pd.