Aimée & Jaguar, l’amore
impossibile ai tempi del nazismo

L’incontro avvenne all’ora del tè d’un pomeriggio di novembre del 1942 in un locale che non esiste più, il Cafè Berlin, a due passi dallo Zoo. Una donna e una ragazza che non avrebbero potuto essere più diverse. Una trentenne madre di quattro figli, sposata con un funzionario di banca arruolato nella Wehrmacht e ora da qualche parte sul fronte orientale, nazista convinta. Un’ebrea poco più che ventenne, una poetessa che viveva un po’ alla giornata dopo che il destino e i nazisti le avevano distrutto la famiglia ma che non aveva proprio intenzione di arrendersi.

Immaginiamo la scena: vitale, esuberante, Felice Schragenheim arriva all’appuntamento con un vestitino leggero anche se fa già freddo. Tiene all’eleganza, Felice, perché è un modo di tenersi stretto il proprio passato di ragazza ricca, figlia di genitori della buona borghesia, cresciuta nella bambagia fino alla tragedia. La madre è morta nel ’30 in un incidente stradale, il padre, un dentista di successo, è stato stroncato dalle sofferenze dopo che le nuove leggi razziali gli hanno proibito la professione. Lei è stata cacciata dalla scuola e da allora vive da sola, con i soldi che è riuscita a salvare dalle requisizioni. È una bella ragazza e gli uomini si voltano a guardarla. Nessuno sa che è un’ebrea e che in quel locale pubblico non potrebbe metterci piede.

Riservata, elegante Elisabeth Wust, che tutti chiamano Lilly, al Cafè Berlin è nel suo ambiente. Ci viene spesso, ma oggi, senza saperlo, è qui per un motivo un po’ particolare. Qualche giorno fa si è vantata con Inge Wolf, la ragazza che viene ad aiutarla in casa, di saper riconoscere gli ebrei dall’odore. Inge in quel periodo divide una stanza in affitto con Felice e pensa di mettere Lilly alla prova: le farà incontrare la sua compagna di stanza senza dire che la ragazza è ebrea e vediamo proprio se la riconoscerà dall’odore. Così quel pomeriggio di novembre le tre si trovano nel locale, si siedono a un tavolo, ordinano caffè e pasticcini. Poi Inge lascia Lilly e Felice da sole.

Esistono, si sa, gli innamoramenti improvvisi. È quello che succede quel pomeriggio nel Cafè Berlin. Lilly e Felice si parlano per ore, poi, al momento di lasciarsi, la ragazza offre una mela dalla nuova amica e lei la prende con le mani tremanti: è il suggello di una storia che comincia. Per Felice è più facile accettare la realtà di questo nuovo amore. È una ragazza emancipata e i suoi amici appartengono a quelle briciole della Berlino tollerante, cosmopolita, viva e colta che è sopravvissuta, quasi in clandestinità, nella plumbea tristezza del regime nazista. Frequenta il circolo che si è formato intorno ad Olga Tschechowa, la bellissima attrice russo-armena i cui film fanno furore in Germania e che non disdegna i corteggiamenti dei gerarchi di Berlino. In realtà è una spia sovietica, ma questo lo si saprà solo dopo la guerra. Nell’ambiente della Tschechowa l’omosessualità femminile non è uno scandalo. Anche il regime, severissimo contro l’omosessualità maschile duramente repressa sulla base del paragrafo 175 del codice penale (almeno 100 mila omosessuali finiranno nei campi di concentramento), è meno intollerante verso le donne. Almeno a Berlino e almeno fino al ’43.

Per Lilly no. Non è affatto facile accettarsi. È cresciuta in una famiglia conservatrice, ha aderito al nazismo fin dall’inizio, si è sposata prestissimo e ha fatto quattro figli con l’uomo che ama. Sembra il prototipo della brava donna tedesca come la vuole il nazismo. Tanto che ha ricevuto il riconoscimento ufficiale di “madre della patria”: un onore cui tiene e che le garantisce qualche vantaggio economico. L’amore per Felice sconvolge la sua vita. Lilly rompe con gli amici che non accettano la sua “follia”, smette di frequentare le riunioni di partito, alla prima licenza del marito gli annuncia che chiederà il divorzio. Non sa ancora che Felice è ebrea, ma già così ci vuole un gran coraggio. Nell’ottobre del ‘43 il divorzio arriva: due figli verranno affidati al marito e due a lei. Non sarà facile tirarli su: la figura della mamma single non ha certo posto nella soffocante normalità delle convenzioni borghesi fatte proprie ed esaltate dal regime nazista, ma l’amore le darà la forza necessaria. E Felice è là per aiutarla. Ora le due amanti si sono date anche nuovi nomi per l’intimità: si chiamano Aimée e Jaguar ed è quasi ossessiva la loro voglia di rendere testimonianza della relazione: centinaia di lettere, biglietti, fotografie, souvenir che il figlio maggiore di Lilly ha raccolto e donato a un fondo istituito presso lo Jüdische Museum di Berlino. E poi il diario, che Lilly ha cominciato a scrivere nel luglio del ’43 e che riempirà delle sue gioie e poi del suo dolore fino alla fine della sua vita.

Intanto, alla fine dell’estate, sono cominciati i bombardamenti sulla città. Sempre più spesso, quando arriva il buio suonano le sirene. La notte tra il 20 e il 21 novembre è il terrore: interi quartieri vengono rasi al suolo. I bombardamenti creano un’atmosfera strana: la gente ha paura, ma la precarietà in cui tutti sono costretti a vivere libera in un certo modo dalle convenzioni. Di fronte alla morte si sente quasi l’obbligo di godersi quel po’ di vita che è ancora concesso. Il circolo della Tschechowa continua a frequentarsi e ora della compagnia fa parte pure la bella Aimée, l’amica di Jaguar.

Approfittando degli sfollamenti, Lilly e Felice prendono una casa insieme, con i figli di lei. Adesso la donna sa che la ragazza è ebrea e tutte e due sanno che ora che Felice ha una residenza fissa, un posto dove la si può trovare facilmente, la Gestapo può arrivare in ogni momento. Per quasi un anno vivono un ménage quasi normale, tra incombenze familiari, amici che vanno e vengono, litigi di coppia, momenti di passione. Una normalità sovrastata però da una paura che non se ne va mai via.

L’incubo diventa realtà il 21 agosto del 1944. Gli uomini della Gestapo bussano alla porta. Felice tenta di scappare ma viene subito riacciuffata. Le due vengono portate nella Zentrale di Prinz-Albrecht-Straβe e poi vengono separate: Elisabeth Wust potrebbe essere incriminata per aver dato ospitalità a un’ebrea, ma la sua onorificenza di “madre tedesca” la salva dall’arresto.

L’8 settembre Felice viene rinchiusa nel campo di concentramento di Theresienstadt. Per un paio di settimane Lilly mantiene i contatti, riesce a fare avere del cibo e dei vestiti all’amica, a mandarle le sue lettere e a riceverne da lei, la consola, le dice di non disperare, che lei farà di tutto per tirarla via da lì. Ma sa che non ce la farà. I funzionari cui riesce ad arrivare grazie ai suoi vecchi amici nazisti non possono e non vogliono far nulla: dai Lager non si torna indietro. All’inizio dell’inverno Felice viene trasferita in un altro campo e Lilly perde ogni contatto, nonostante le sue frenetiche ricerche per rintracciarla. Dopo la guerra si scoprirà che il 9 ottobre era stata deportata ad Auschwitz-Birkenau e si pensa che sia morta durante la marcia forzata verso Bergen-Belsen cui le SS costrinsero i prigionieri prima della liberazione del campo. Alla fine del ‘45 l’ufficio tedesco dei dispersi fissò la sua morte al 31 dicembre del ’44. A Bergen-Belsen c’è una lapide che la ricorda, ma per Aimée non c’è mai stato un luogo dove piangere la sua Jaguar.

Elisabeth Wust è morta a 93 anni nel 2006. Qualche anno prima la scrittrice femminista inglese Erica Fischer aveva raccolto la sua testimonianza in un libro, “Aimée & Jaguar”, dal quale è stato tratto anche un film. La sua tomba si trova nel piccolo cimitero berlinese di Giesendorf. Sulla sua lapide è scritto: in memoria di Felice Schragenheim.