Africa, il land grabbing
visto da vicino

La grande fabbrica di cellulosa ancora non c’è, ma le piantagioni che le forniranno materia prima sì. Succede in Mozambico, è uno dei tanti casi di land grabbing che martoriano l’Africa e le sue popolazioni. Land grabbing, accaparramento di terre: come spesso avviene, le parole “tecniche” nascondono una realtà desolante.
Grazie a uno studio fatto da alcune Ong internazionali e locali (Epn, Adecu, Ara, Kkm, Quercus, qui la versione inglese, qui quella in portoghese) è possibile vedere più da vicino le conseguenze dell’appropriazione di terre in Mozambico.
L’attore principale è Portucel Mozambique, una società controllata da The Navigator Company. Il cui progetto è costruire una fabbrica di cellulosa da 1.500.000 tonnellate l’anno, raddoppiando così l’attuale produzione. Ma intanto si è procurata le terre su cui impiantare le coltivazioni di eucalipto: nel 2010 175.000 ettari nella regione di Zambesia, nel 2011 altri 185.000 ettari nella provincia di Manica.


Zambesia è il titolo di un film Disney noto in tutto il mondo. La Zambesia mozambicana non c’entra nulla geograficamente, essendo al centro dello stato africano, ma condivide con quel cartoon la bellezza delle macchie di bosco costiero e delle foreste di miombo (che vantano 8.500.000 specie vegetali di cui 300 di alberi). Nella foresta asciutta e rada, punteggiata di villaggi rurali attorniati da campi coltivati, vivono grandi mammiferi, 633 specie di uccelli, antilopi, impala, scimmie tra cui le bushbabbies, i piccoli galagoni di Grant. La Portucel dichiara di aver verificato che gli animali selvatici sono rari, ma invece di chiedere alle comunità locali, i dirigenti hanno inviato in zone difficilmente raggiungibili persone del tutto estranee al contesto, che hanno avuto evidenti difficoltà a trovare animali selvaggi che non hanno alcuna voglia di essere trovati.

Foto di Adecru

Oscuro è stato il modo con cui la società è riuscita a farsi assegnare le terre dal governo: le risoluzioni del consiglio dei ministri sono segrete, a darne notizia è stata la stessa Portucel. Ufficialmente il progetto prevede un progetto integrato di silvicoltura industriale e energetica. Che, come tutti i progetti del genere, dovrebbe avere l’assenso delle popolazioni. E la società l’ha fatto, in portoghese, lingua scarsamente compresa da chi vive in zone molto isolate, invece che nelle lingue locali. Hanno promesso case strade scuole e lavoro. Finora hanno costruito solo le strade. Quanto al lavoro, è vero, hanno assunto delle persone perché diserbassero le fattorie che avrebbero dovuto abbandonare. Finito quel lavoro, gli autoctoni si sono ritrovati licenziati ed espulsi dalle loro terre, Interpellati dalle ong, ora gli ex abitanti dei villaggi dicono : “Hanno garantito che avrebbero portato posti di lavoro, ci hanno dato biscotti e caramelle, sale e pochi dollari al nostro capo”. “Non sapevo che ci chiedevano il consenso di distruggere le nostre coltivazioni”. “Abbiamo lavorato alcuni giorni e ci hanno mandato via dalla nostra terra”. “Non ho preso denaro per la mia fattoria ma solo per il lavoro che ho fatto nella mia fattoria, che prima produceva mais, e fagioli con cui viveva la mia famiglia”.
Nonostante la legge mozambicana preveda l’impossibilità di assegnazione delle terre utilizzate dalle comunità locali senza il loro esplicito consenso, in Zambesia e in Manica è andata così. Molti degli abitanti dei villaggi sono stati costretti a spostarsi in cerca di altre terre, ancora più lontane dalle città e dai servizi sanitari, una delle tante migrazioni interne che noi chiamiamo “economiche” e che invece sono costosissime dal punto di vista umano e ambientale.
Grazie alla distruzione della foresta nel settembre 2015 è nato, salutato da evviva, “il più grande vivaio di tutta l’Africa” con una capacità produttiva di oltre 12 milioni di piante all’anno. E già sono state costruite le strade, diserbate e ripiantate molte aree, protette e deviate le acque, così da sostituire con gli eucalipti la foresta, in 12 anni sarà “coltivato il 69% delle terre. Gentilmente una quota verrà risparmiata dalle ruspe: un 10% in tutto, per lo più zone inaccessibili e rocciose, picchi e alte colline.


Che succederà ora? Le ong chiedono innanzitutto il ripristino dei diritti umani, il riconoscimento dei diritti ancestrali sulla terra, un consenso libero e informato, il risarcimento per i danni già fatti che a volte ha provocato conflitti locali per la terra con altre popolazioni. Oltre a contratti di lavoro chiari e non temporanei, con relativa protezione dei lavoratori da malattie professionali o incidenti sul lavoro.
Poi c’è la questione ambientale. Gli eucalipti crescono rapidamente e producono molta cellulosa ma succhiano moltissima acqua dal terreno, quelle vene sotterranee e nascoste che garantiscono il mantenimento della biodiversità. Servono 30 litri di acqua al giorno per albero, cosa che lo rende molto utile a bonificare zone paludose e umide. Ma nelle zone aride è una catastrofe, tanto più se in quantità intensiva: una volta piantati 400 alberi ogni ettaro, a distanza di tre metri l’uno dall’altro, una piantagione di 70.000 ettari assorbirà 840 milioni di litri al giorno. E’ sostenibile in un paese spesso martoriato dalla siccità? E almeno, sottolineano le ong, bisognerebbe che la Portucel avviasse uno studio indipendente sulla situazione idrologica. Sospendendo nel frattempo, richiesta ragionevole e difficile da ottenere, nuovi abbattimenti delle foreste.