Affascina lo specchio di Downton Abbey che riflette il ruolo forte delle donne

Il rischio c’è sempre quando un libro diventa storia cinematografica o televisiva, quando si cambia una struttura narrativa. L’ultima delusione, giusto per fare un esempio recente, l’hanno provata una parte degli appassionati di Martin Eden che non sono riusciti a sintonizzarsi con la napoletanità del personaggio voluta da Pietro Marcello. Ma non va sempre così.

Possibile cambiare linguaggio

downton abbeyE’ proprio di questi giorni, anteprima italiana alla Festa del cinema di Roma, la dimostrazione che è possibile cambiare linguaggio senza perdere appeal. Che si può passare senza danni da una espressione all’altra, dal piccolo al grande schermo. Come è toccato ad una lunga e acclamata serie televisiva inglese, sei stagioni scandite da decine di episodi, qual è Downton Abbey, tre Emmi Awards vinti, che è diventata un film.

Serie e film: stessi interpreti

Lungo un paio d’ore che scorrono in un lampo grazie alla capacità narrativa di Julian Fellowes abbinata a quella del regista Michael Engler. E alla straordinaria bravura degli interpreti, gli stessi della serie televisiva, tutti attori di rango che dimostrano che piccolo o grande che sia lo schermo, se ci sai fare, nessun paragone ti può fermare.

156 milioni di dollari

A riprova arrivano i dati. Il film, nelle sale italiane dal 24 ottobre, è costato 41 milioni ma ha già incassato 156 milioni di dollari nel mondo anglosassone che ha avuto l’onore delle prime uscite. Una lunga fila di persone, una folla, ha salutato le anteprime romane all’Auditorium e al Savoy. Il viatico certo ad almeno un seguito. Se non di più.

La storia, messa insieme a vantaggio di chi della famiglia Crawley sa tutto ma congegnata anche per incuriosire i neofiti, è ambientata nel 1927, un anno dopo quello in cui si era conclusa la serie tv che aveva attraversato gli eventi di pace e di guerra della famiglia e del Paese dal 1910 1l 1926.

Il re e la regina al castello

Una sola giornata viene narrata. Ma densa di avvenimenti. A cominciare dalla visita al castello di Highclare di re Giorgio V e della regina Mary. Poche ore attorno alle quali ruotano e si intrecciano le vicende familiari, le inimicizie e le competizioni sia tra i nobili che nella servitù, e tra i domestici del castello e quella dei reali che ne usciranno sconfitti,  i segreti e le confidenze. La zumata su un mondo ancora riservato come quello gay.

Lady Violet e lady Mary

I bambini che nel frattempo sono cresciuti. Il passaggio di testimone tra il pilastro della famiglia, nonna Violet interpretata da una impareggiabile Maggy Smith, e lady Mary, il personaggio di Michelle Dockery,  che chiarisce l’importanza e le capacità delle donne in una società impregnata di un maschilismo inconsapevole della propria strutturale debolezza. Appare quindi possibile l’ipotesi che i film su Downton Abbey non si fermeranno a questo primo.

Interrogarsi sul perché del successo di una serie e, ora, di un film che ripercorrono l’epopea lontana di una nazione, di una famiglia e di chi loro rende più comoda  la vita è esercizio complesso. Ognuno dei milioni di spettatori che sono rimasti affascinati dalle vicende raccontate con lo sfondo o tra i velluti di Downton Abbey ha una propria cifra di immedesimazione.

Fuga dalla Brexit

downton abbeyChe sia rivalsa sociale o patriottismo, la difesa di un amore o la voglia di competere, la rivendicazione o lo scontro di idee, ognuno può trovare un pezzetto di sé in quei personaggi anche se cenano in abito da sera e la vera rivoluzione è l’arrivo al castello dell’acqua calda o dell’aspirapolvere.

“In tempi di Brexit, in cui abbiamo leader ai quali sembra mancare la dignità è rassicurante rifugiarsi nell’epoca di Downton Abbey, fra uomini e donne d’onore con tradizioni e valori”. Lo ha detto Jim Carter, il mitico maggiordomo Carson, arrivato a Roma con una schiera d’interpreti per infiammare il tappeto rosso della Festa del cinema. Che abbia davvero ragione?