Affamati e sazi: quando i profughi diventano protagonisti d’un reality

Quante volte lo abbiamo sentito dire? La soluzione perfetta per risolvere il “problema” dei migranti africani che vogliono raggiungere l’Europa sarebbe quella di bloccarli alla partenza, o giù di lì. Creare barriere invalicabili in modo che non possano raggiungere il mare per poi attraversarlo. Insomma, il “blocco navale” invocato da personaggi come Giorgia Meloni e simili, applicato alla terra, al di là del bordo meridionale del Grande Deserto.

Mettiamo che fra qualche anno questa “soluzione” venga davvero messa in pratica. Nei paesi dell’Africa subsahariana si creeranno giganteschi campi profughi dai quali, verso nord, sarà impossibile uscire. Centinaia di migliaia, milioni di persone bloccate ai limiti del deserto. Ora prendiamo che Mytv, una tv privata tedesca, spregiudicata quanto basta per fare di quel brulichio di umanità lo sfondo di un reality show, decida di inviare nel più grande e disperato di questi campi la sua campionessa di ascolti. Una donna molto bella e molto frivola: non proprio un genio, ma dotata di una straordinaria e cinica (all’inizio) capacità di entrare in sintonia con i buoni sentimenti nel pubblico del suo reality show “L’Angelo tra i poveri”. Immaginiamo che nel campo ci sia un giovanotto molto intelligente e abbastanza cinico (lui non solo all’inizio ma anche dopo) per pensare di sfruttare l’occasione per dare corpo al suo sogno di sempre: raggiungere la Germania.

Questi sono gli ingredienti di base del romanzo “Gli affamati e i sazi” dello scrittore tedesco, d’origine ungherese, Timur Vermes, autore qualche anno fa di “Lui è tornato”, un best seller in cui s’immaginava la travolgente carriera catodica di un Hitler redivivo.

L’Angelo tra i Poveri

Come il lettore può facilmente constatare si tratta di fatti inventati ma perfettamente plausibili. Cui ne vanno aggiunti altri due, anch’essi fortemente apparentati con la realtà. Da una parte l’ingorda religione dello share professata dal sistema televisivo tedesco, del tutto simile a quella professata con spietata concorrenzialità dalle tv di buona parte del mondo dei sazi. Dall’altro la debolezza di ideali della classe dirigente politica tedesca, la sua incapacità di guardare oltre il perimetro delle convenienze immediate e la sua suprema ipocrisia. Anch’essi, si ammetterà facilmente, difetti largamente condivisi con il resto del mondo di quelli che hanno da mangiare.

Timur Vermes

Che cosa succede dalla combinazione di questi ingredienti? Che Nadeche Hackenbusch, la bella presentatrice che scorrazza per il lager con la sua jeep zebrata in compagnia della sua devota biografa, la redattrice della rivista Evangeline Astrid von Roëll, finisce per innamorarsi dell’uomo che la produzione le ha messo accanto a farle da Virgilio nell’Inferno dei disperati aspiranti migranti. Lui, ribattezzato Lionel perché il nome africano è troppo difficile, la asseconda: è una donna bella e famosa, ma, soprattutto, può essere la chiave che aprirà la porta del Paradiso Germania. Inutile dire che la love story fra i due e la furia del marito tradito restato a casa con i figli sono nettare per i produttori di “Angelo tra i poveri”. La trasmissione ha un successo straordinario, ma ha bisogno, però, di una sua drammaturgia. Se resterà nei confini del campo si spegnerà su se stessa. Lionel, che è un ragazzo intelligente e pieno d’iniziativa, capisce che ci dev’essere una svolta: i 150 mila profughi debbono muoversi. E dove, se non verso la Germania, patria agognata? Allora stringe un patto con un affarista senza scrupoli, uno scafista che la creazione del blocco a sud del Sahara ha privato del suo turpe commercio: lui metterà soldi e mezzi a disposizione di un gigantesco corteo che attraverserà a piedi il deserto, e poi il Medio Oriente, e poi la Turchia e i Balcani fino all’Austria e ai confini della Repubblica federale. Che cosa accadrà a quei confini? Si vedrà.

L’operazione funziona. Il corteo dei 150 mila (più tardi si uniranno profughi dei campi giordani, irakeni e turchi e il loro numero raddoppierà) si muove per quindici chilometri al giorno, perfettamente rifornito dai camion di Mojo, il finanziatore, e dalla caparbietà della coppia al comando: Nadeche, con la sua notorietà, il suo fascino e una compartecipazione al destino dei “suoi” migranti sempre più sincera, addetta alle pubbliche relazioni e Lionel geniale factotum e leader riconosciuto dell’impresa. E ancor più funziona la trasmissione, che diventa un must per il pubblico televisivo e suscita invidie della concorrenza e tentativi di metterci le mani sopra.

Berlino prende tempo

I sei-settemila chilometri che il corteo deve percorrere a tappe di 15 al giorno sono tanti: roba di molti mesi, ben più di un anno. In Germania il governo federale prende tempo. Quel che preoccupa non è quel corteo che ogni sera occupa gli schermi di Mytv con tutta quell’umanità disperata, le donne con i bimbi in braccio, gli uomini che dormono per terra, gli occhioni di Nadeche, le smielatezze della von Roëll e la saggezza da governante esibita dal bell’africano Lionel. Uno spettacolo itinerante che prima o poi – si pensa – si fermerà per qualche incidente o per stanchezza dei partecipanti. Quel che inquieta è piuttosto l’agitazione politica che l’estrema destra, Alternative für Deutschland e il movimento anti-islamico Pegida, ci stanno costruendo sopra. Manifestazioni, incidenti, demagogia sfrenata. E, soprattutto, pericolosa concorrenza negli animi dell’elettorato più conservatore.

A Berlino c’è un solo dirigente politico che ha capito davvero quel che sta accadendo dietro lo schermo delle apparenze televisive. È il ministro federale dell’Interno Joseph Leubl, un vecchio notabile della CSU, il partito ultraconservatore bavarese, alla fine della propria carriera. Leubl è convinto che il corteo arriverà davvero ai confini tedeschi e pensa che la soluzione più razionale, oltre che più giusta e più umana, sia quella di farlo entrare pacificamente. La Repubblica federale è grande e ricca abbastanza per accogliere trecentomila stranieri, che possono anzi essere pure una risorsa. C’è anche un precedente: Angela Merkel non accolse a suo tempo un milione di siriani dicendo “possiamo farcela”? C’è stato qualche motivo per pentirsene? No.

Il ministro pensa questo e lo dice chiaro e tondo nella trasmissione politica più importante della televisione pubblica. La sua sincerità – c’era da aspettarselo –  accende ancor di più gli animi. Le manifestazioni diventano sempre più numerose, affollate e violente.  Durante un incontro pubblico il ministro viene ucciso con un colpo di fucile alla testa.

La situazione precipita

A questo punto la situazione precipita. Il successore di Leubl, un sottosegretario che gli è stato fedele ma non ha la stessa saldezza delle opinioni, concorda con il gabinetto di crisi federale l’unica strategia alternativa all’accoglienza che pare a tutti praticabile: la Repubblica deve blindare i confini, alzare un muro (a Berlino sanno bene come si fa) e schierare soldati armati laddove si prevede che il grande corteo cercherà di passare dall’Austria alla Germania, più o meno dalle parti di Passavia. Il neoministro e almeno una parte del gabinetto di crisi sanno che si tratta di una finzione: il governo di Berlino non può permettersi di sparare sui profughi. Sarebbe il segnale d’una tremenda sconfitta politica e un tragico tonfo dell’immagine del paese nel mondo. Ma – è il ragionamento del nuovo ministro – se i paesi che i profughi, arrivati ormai al confine della Turchia con l’Irak, debbono ancora attraversare sapranno che i tedeschi sono determinati a bloccarli e a respingerli in base alle norme del protocollo di Dublino (nella finzione del romanzo le sue norme sono ancora in vigore nel prossimo futuro in cui si svolge l’azione), saranno loro stessi a bloccarli ai propri confini e la patata bollente sarà nelle loro mani. Una patata che il governo federale è pronto a condire, ovviamente, con una smisurata mancia in euro o dollari. Lo scaricabarile, però, non funziona. La Turchia non solo non ferma i profughi, ma li carica addirittura sui pullman per far sì che passino il più velocemente possibile. Altrettanto fanno i bulgari, i serbi, gli ungheresi e gli austriaci.

Si corre verso la tragedia. Di cui saranno protagonisti non solo i tedeschi e i migranti, ma anche un’Entità misteriosa che si farà carico di risolvere il problema nel modo più drastico, nell’interesse, si ritiene, d’un ordine mondiale che l’insipienza con cui i tedeschi hanno trattato la vicenda rischia di compromettere. Chi vuole sapere come e perché cerchi le risposte nelle ultime pagine del libro.

Nadeche muore nella calca, ma la sua storia si conclude con la stessa frivolezza con cui era iniziata. Il marito tradito mette su con il suo nome una fondazione che perpetuerà il mito sdolcinato dell’Angelo tra i poveri, ben sistemato nel grande circo della cultura mediatica “popolare”. La memoria di Lionel verrà cancellata perché il suo ruolo televisivo si è esaurito e la morte dei 300 mila disperati che erano arrivati marciando alle porte del Paradiso verrà metabolizzato nel calderone dei buoni sentimenti professati dall’ipocrisia di stato e nell’indifferenza, ora che lo show è finito, del pubblico televisivo. Sarebbero stati accolti, forse sarebbero felici e non sarebbero morti se la Germania avesse dato ascolto alla saggezza d’un vecchio ministro conservatore e si fosse ricordata del gesto d’umanità compiuto anni prima da una cancelliera conservatrice anch’essa. Non è andata così e il mondo ha ripreso il suo corso “normale”: gli affamati da una parte, i sazi dall’altra.

Finché dura.