Mafie al nord:
al rush finale
il processo Aemilia

Oggi, a Reggio Emilia, si tiene la 195esima ed ultima udienza del processo Aemilia, il più grande mai celebrato nel nord Italia contro gli insediamenti delle mafie. Nel caso specifico, l’insediamento è quello del clan di ‘ndrangheta capeggiato da Nicolino Grande Aracri, già pluri-condannato e detenuto per altre vicende, radici a Cutro e ramificazioni in Emilia, nella bassa Lombardia e in Veneto. Conclusa l’ultima udienza, a ben due anni e mezzo dalla prima, che risale al 23 marzo 2016, la corte (presidente Francesco Maria Caruso, giudici Cristina Beretti e Andrea Rat ) si ritirerà in camera di consiglio per decidere sui 150 imputati, a carico dei quali i pubblici ministeri Mario Mescolini e Beatrice Ronchi, della Dda di Bologna hanno chiesto complessivamente migliaia di anni carcere, per reati che vanno dalla associazione a delinquere di stampo mafioso, all’usura ed estorsione, alle frodi e false fatturazioni.

In realtà, il processo che si sta concludendo a Reggio – in primo grado e con rito ordinario per la maggior parte degli imputati, mentre alcuni hanno scelto di passare al rito abbreviato a procedimento in corso – è solo un pezzo, ancorché  il maggiore, di una vicenda giudiziaria ancora più grande. Per un’altra sessantina di imputati, che fin dall’inizio avevano scelto il rito abbreviato, sono già arrivate le sentenze di secondo grado al Tribunale di Bologna, quasi tutte (54) di condanna. In questo gruppo giudicato con il rito abbreviato ci sono, tra gli altri, Nicolino Sarcone, Alfonso Diletto. Antonio Gualtieri, Romolo Villirillo, Francesco Lamaanna, Antonio Silipo, considerati al vertice della cosca trapiantata al nord e condannati a pene tra i 12 e i 15 anni di carcere. E c’è anche l’unico politico accusato di concorso esterno alla associazione mafiosa, Giuseppe Pagliani, ex consigliere comunale e provinciale di Forza Italia, per il quale la sentenza di condanna a 4 anni ha ribaltato quella di assoluzione nel primo grado di giudizio.

A proposito del mondo politico, non è invece approdata finora a contestazioni di carattere penare la vicenda che ha portato nel 2016 allo scioglimento – primo caso in Emilia Romagna – della amministrazione comunale di Brescello, paese sulla sponda reggiana del Po famoso per la saga letteraria e cinematografica di Peppone e Don Camillo, ma in tempi più recenti territorio di penetrazione di una “locale”  ‘ndrangheta. A Brescello vivono o hanno vissuto diversi imputati nel processo Aemilia. A Brescello vive tuttora Francesco Grande Aracri, fratello del boss Nicolino, a sua volta pregiudicato per altri processi e colpito da sequestro di beni patrimoniali. A finire nell’occhio del ciclone furono l’ex sindaco e l’ex giunta di area Pd, che prima l’apposita commissione prefettizia, poi il Ministero degli interni valutarono, pur in assenza di reati, troppo permeabili nelle scelte amministrative ad influenze e condizionamenti sospetti. Dopo oltre due anni di commissariamento, nel giugno scorso è stato eletto il nuovo consiglio comunale.

Ad evitare letture riduttive e consolatorie – come se si trattasse di una storiaccia che riguarda soltanto, o quasi, malavitosi provenienti dalla lontana Calabria – c’è comunque il fatto che tra gli oltre duecento imputati nei diversi spezzoni del processo Aemilia non mancano “rispettabili” imprenditori, liberi professionisti, giornalisti, perfino poliziotti e carabinieri. Accusati a vario titolo di intrecci, complicità, affari, scambio di favori e di benefici con i mafiosi doc. A conferma dell’antico e, purtroppo, più che mai attuale detto latino “pecunia non olet”, il denaro non puzza, quali che siano gli interlocutori, le modalità, la provenienza. Con tanti saluti alla illusione che, in un territorio come l’Emilia, esistessero necessariamente ed eternamente anticorpi sufficienti ad evitare le infezioni mafiose, promotrici ma anche beneficiarie della propensione alle illegalità economiche e fiscali diffusamente presente in alcuni pezzi del tessuto sociale autoctono. 

E infatti, a lato di Aemilia – in qualche caso grazie alle rivelazioni di vari pentiti e con protagonisti in comune – continuano a svilupparsi diversi filoni di indagine. Utili non solo a fare finalmente piena luce su vecchie guerre tra clan rivali di ‘ndrangheta in terra reggiana – per gli omicidi Vasapollo e Ruggiero, risalenti addirittura al 1992, piovono in questi giorni condanne in rito abbreviato e rinvii a giudizio in rito ordinario – ma anche a penetrare la fitta jungla delle “cartiere”, adibite alla produzione e allo smistamento di fatture false per prestazioni e servizi inesistenti, delle frodi fiscali, del riciclaggio, delle truffe ai danni dello Stato. E’ dei giorni scorsi la chiusura delle indagini per l’inchiesta denominata Octopus, alla quale carabinieri e guardia di finanza reggiani lavorano da quattro anni. Un vorticoso giro con epicentro a Reggio Emilia e diramazioni in mezza Italia e anche all’estero, nel quale risultano coinvolte 74 persone (cinque compaiono anche tra gli imputati di Aemilia): ancora una volta imprenditori, artigiani, ex funzionari ed ex dirigenti di associazioni di categoria, commercialisti, giornalisti, faccendieri di vario ordine e grado Recenti sono anche altre importanti operazioni come “Evasioni Bluffing”, condotta dalla guardia di finanza di Reggio e di Bologna, con 110 indagati e beni sequestrati per 234 milioni di euro. O come “Billions”, che ha portato agli arresti domiciliari quattro persone, accusate di bancarotta fraudolenta, riciclaggio, reati fiscali, nonché al sequestro preventivo di beni per dieci milioni di euro. .

Numeri imponenti, impressionanti che – a meno di non voler pensare a Reggio Emilia come pecora nera nazionale – la dicono lunga su quanto possa essere enorme e infetta in tutta Italia la piaga di questo genere di criminalità. Quanto a Reggio, guai a immaginare che il pur lodevole impegno delle forze dell’ordine e della magistratura possa consentire un sospiro di sollievo definitivo. “Non è finito niente, non illudetevi – avverte Antonio Valerio, detto Pulitino, il più loquace tra i pentiti della cosca, durante la sua ultima deposizione, lunga tre ore, nella penultima udienza del processo Aemilia – Altri ‘ndranghetisti si stanno già organizzando. Oggi i capi sono in carcere ma danno ancora ordini, a fare da cordone ombelicale sono le donne della famiglia. E domani potrebbero esserci nuovi regolamenti di conti per il comando sulla piazza reggiana”.

Attendibili o eccessive che siano le fosche previsioni di Valerio, una cosa è certa. La battaglia contro la ‘ndrangheta non potrà essere vinta davvero se non si prosciuga contestualmente l’acqua in cui nuotano i mafiosi. Cioè quella “borghesia mafiosa” – così esplicitamente definita dalla Corte d’Appello di Bologna al termine del troncone in rito abbreviato di Aemilia – che anche al nord fa affari con le cosche, ricercandone spregiudicatamente il contatto e le offerte.