Aemilia: la lotta alla mafia passa anche per il lavoro del sindacato

“Non illudetevi, non è finito niente”. Antonio Valerio, pentito eccellente del clan di ‘ndrangheta cutrese Grande Aracri, da decenni solidamente impiantato a Reggio Emilia e dintorni, lo aveva detto esplicitamente al termine del mega-processo Aemilia. Che pure si concluse – nel primo grado del rito ordinario (ora è in corso l’appello) e con sentenza definitiva nel troncone in rito abbreviato – con centinaia di condanne a migliaia di anni di reclusione.

Da allora inchieste e processi, variamente scaturiti e intrecciati a quel filone principale di Aemilia, sono proseguiti senza tregua. Non solo in Emilia, anche nella bassa Lombardia e in Veneto.

Plotoni di arrestati, indagati, condannati, in parte per conclamata appartenenza alla consorteria mafiosa con il corredo tipico di incendi dolosi, violenze fisiche, minacce, estorsioni, usura. E in numero ancora maggiore per un ricco campionario di illegalità economiche e fiscali, nelle quali la ‘ndrangheta in salsa padana si è particolarmente specializzata, trovando sbocco in un ampio mercato di professionisti e imprenditori compiacenti, spesso non affiliati, ma assai disponibili ai “servizi” offerti dal clan mafioso.

L’ultimo (per ora) capitolo della lunga storia si sta scrivendo in questi giorni. E’ il secondo atto della operazione denominata Billions, che già due anni fa aveva portato in carcere alcune persone e molte di più al rinvio a giudizio. Adesso ci risiamo. Di nuovo – ad opera della polizia e della guardia di finanza, con il coordinamento della procura di Reggio Emilia – oltre duecento tra arrestati e indagati, nonché sequestri di beni per molti milioni di euro.

Nella rete sono finiti, insieme a personaggi già noti alla cronaca nera e giudiziaria, incensurati mediatori e prestanome, imprenditori e professionisti. In gran parte italiani, alcuni di nazionalità straniera. Molti di origine calabrese, ma anche tanti reggiani doc e altri residenti in varie parti d’Italia, che facevano riferimento a una decina di cellule territorialmente e gerarchicamente organizzate.

Tra i capi d’accusa, anch’essi centinaia, spiccano la frode fiscale, la bancarotta fraudolenta, il riciclaggio. In alcuni casi, per non farsi mancare nulla, c’è pure la
riscossione truffaldina del reddito di cittadinanza. Al momento, non è invece ipotizzato l’articolo 416 bis del codice penale (associazione di tipo mafioso), tuttavia i nomi di alcuni arrestati – già condannati in primo grado nel processo Aemilia, o in via definitiva per tentato omicidio durante una guerra di ‘ndrangheta avvenuta quasi trent’anni fa – rinviano direttamente a quel terreno di coltura.

Il tasto più dolente, comunque, è l’ennesima conferma di quanto siano vasti la ragnatela di illegalità nella vita economica e la conseguente evasione fiscale, quantificata soltanto per questa inchiesta in 24 milioni di euro, per un giro di operazioni fittizie e movimentazioni di denaro dieci volte superiore e ramificato in molte regioni.

Altra conferma è che Il territorio reggiano – un tempo incline all’illusione di avere sufficienti “anticorpi” grazie alla propria storia democratica e solidale – ha un ruolo notevole in quella ragnatela. Soprattutto nel business delle cosiddette società cartiere, che producono e smistano fatture false per operazioni inesistenti, con tornaconto economico sia per i gestori che per i beneficiari del traffico illecito.

Va per altro aggiunto, a parziale conforto, che a gettare luce su questa realtà sono proprio l’esperienza e la capacità nella azione di contrasto che magistratura e forze ​ dell’ordine hanno maturato sul campo. Come ha sottolineato, venendo appositamente a Reggio, il direttore centrale anticrimine della Polizia di Stato, dott. Francesco Messina. E a proposito di apprezzamenti, questa volta un contributo è venuto anche dalle banche, attraverso la segnalazione alle autorità competenti di numerose operazioni sospette.

Un elogio per “il prezioso lavoro” degli inquirenti viene anche dai sindacati Cgil, Cisl e Uil dell’Emilia Romagna. “La criminalità organizzata, che sia oppure no di stampo ‘ndranghetista – dicono i sindacati – è ancora fortemente radicata nel nostro territorio, attraverso sofisticatissime capacità di frodare il fisco tramite un intricatissimo utilizzo di società fasulle create ad hoc.

Sono davvero impressionanti i capitali sottratti alla legalità e la capacità di fare soldi da parte di questi criminali senza scrupoli. Ed è molto grave che una parte malata dell’imprenditoria, anche con il concorso di professionisti, non abbia scrupoli a rivolgersi alla criminalità organizzata, a discapito dei tantissimi imprenditori onesti del nostro territorio”.

Che fare, allora, per non lasciare soltanto a magistrati e forze dell’ordine una battaglia così importante e complessa? I sindacati sollecitano una riflessione attenta e un più forte impegno sulla applicazione della normativa antiriciclaggio, sulla attuazione della vigilanza da parte del sistema bancario e del sistema fiscale, E propongono che la difesa della legalità sia “un punto centrale del futuro Patto per il lavoro e per il
clima in corso di definizione da parte della Regione Emilia Romagna”.

Al di là di tutte le (sacrosante) misure preventive e repressive, resta naturalmente la questione di fondo: accrescere tra i cittadini la consapevolezza che questa partita non ammette spettatori neutrali, riguarda i loro diritti, la loro sicurezza e anche le loro tasche. Ovviamente mica solo a Reggio e in Emilia: in tutta Italia. ​