Adesso Matteo Salvini
ha paura dei possibili veti

“Abbiamo chiuso su nome del premier e squadra di governo e speriamo che nessuno metta veti su una scelta che rappresenta la volontà della maggioranza degli italiani”. Se la poteva risparmiare la notazione Matteo Salvini il giorno prima di salire al Quirinale dove risiede l’unico che, secondo Costituzione, è abilitato a porre veti. O, perlomeno, a discutere alcune scelte. O invitare a riflessioni aggiuntive. Perché è il Capo dello Stato colui che dà l’incarico per formare il governo ad una personalità tale da ottenere la fiducia in Parlamento stando a quanto riferito dai partiti. A colui che poi dovrà confrontarsi con il presidente sulla lista dei ministri. Lo dice la Costituzione. Che non prevede sconti né pacchetti prendere o lasciare. C’è il rischio di essere invitati a farlo.

Ma il garbo istituzionale non è nel costume del leader della Lega. Meno che mai in momenti come questi in cui, galvanizzato dal risultato, all’erede di Alberto da Giussano non sembra vero di avere raggiunto una serie di risultati fino a poco tempo fa impensabili.

Va al governo, e questa non è la prima volta per il suo partito. Si libera (per ora) di Berlusconi che in prospettiva può essere sempre un pericolo. E poi conquista il Viminale, l’autentico obbiettivo dall’inizio della trattativa con i Cinque Stelle. Da quella stanza di ministro dell’Interno potrà finalmente alzare barriere non solo ideali ma si sospetta anche fisiche contro gli immigrati invasori.

Dunque è fatta. Il governo giallo-verde ci sarà e sarà presentato al presidente della repubblica nel pomeriggio. Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno coronato il loro sogno con il benestare dei poco più di quarantamila click grillini e i circa duecentomila votanti ai gazebo leghisti. Ed ora si accingono ad affrontare i problemi del Paese. Quelli veri che vanno ben oltre le quaranta pagine del contratto raffinato in una settimana dai cervelli di ambedue gli schieramenti sotto l’occhio vigile dei capi.

Dopo un altro lungo incontro nella giornata di festa i due hanno deciso che Palazzo Chigi per ora non sarà appannaggio né dell’uno né dell’altro. Meno deluso il leghista che fin da subito aveva lasciato intendere che per lui non c’era incarico più interessante che fare da baluardo all’invasione. Più dispiaciuto Luigi da Pomigliano che fino all’ultimo aveva sperato di trovare l’accordo che gli consentisse l’ingresso al governo dal portone principale di piazza Colonna. Niente da fare. Cedere su tante cose non è servito a niente. Anche se fino all’ultimo, fino all’incarico, nulla è perduto. Almeno lui ci spera.

E’ lui che ha fatto l’identikit del possibile presidente del Consiglio, sempre che Sergio Mattarella non “metta veti” o, semplicemente, non metta in atto il dettato dell’articolo 92 della Costituzione. Che lo farà è l’unica certezza. “Sarà un amico del popolo” annuncia Di Maio. “Sarà una figura con una esperienza professionale incontestabile e che condivida e abbia contribuito alla stesura del programma”. Con queste indicazioni appare sempre più possibile che Paolo Gentiloni la campanella con cui si governano i consigli dei ministri la passerà a breve al professor Giuseppe Conte, ordinario di diritto privato a Firenze ed alla Luiss. Faceva parte della lista dei ministri di un ipotetico governo Cinque Stelle presentato già prima del voto per ricoprire l’incarico di ministro della Pubblica amministrazione. Un curriculum di tutto rispetto ha il professore che è anche titolare di un importante studio legale. Certo, non è un eletto dal popolo. Se si pensa a tutte le polemiche che su questo argomento ci sono state in questi anni…

Se Conte sarà indicato premier e Salvini non cede sul Viminale a Di Maio dovrebbe toccare un super ministero del Lavoro che dovrebbe accorpare Lavoro e Sviluppo Economico. I dicasteri da cui si governerà innanzitutto il reddito di cittadinanza. Ruoli importanti per la prima fila dei due partiti. Ci saranno posti per Giorgetti, Borghi, Centinaio, Molteni, Castelli, Bonafede, Carelli, Spadafora. E così via. Basta pazientare ancora per un po’ per sapere a chi andranno le poltrone.