Addio Emanuele,
la tua storia
è per la sinistra
una grande lezione

“La politica? La politica è morta”. Al telefono mi lasciò di sasso. Glielo feci ripetere. Mi sembrò una cosa enorme, detta da lui, Emanuele Macaluso, che la politica combattente l’aveva nel sangue. Quasi rassegnato, ma non domo, mi disse che non sapeva più da dove riprendere il filo della matassa. Si affacciava al balcone della sua casa nel popolare quartiere romano di Testaccio: “Vedo solo gente con le mascherine, lo capisco, la salute prima di tutto”.

Quasi al traguardo dei 97 anni – era nato il giorno d’inizio della primavera del 1924 – Macaluso guardava ormai scivolare via la ragione della sua esistenza. Lui, uno degli ultimi ragazzi rossi, il siciliano togliattiano amico di Sciascia, che ancora sino ad un anno e mezzo fa si arrampicava sui sassi di Portella delle Ginestre, nel corteo della Cgil, per onorare le vittime della strage mafiosa.

Ho avuto, negli ultimi anni, il grande e impagabile privilegio, di raccogliere i pensieri, le riflessioni di Emanuele Macaluso. Iniziati quando lo colpì in maniera atroce la scomparsa prematura del figlio Pompeo che portava il nome del suo amico e partigiano Colajanni. Soffriva di non aver più un luogo dove consegnare i suoi scritti. Aveva fame di politica. Soprattutto gli mancava un giornale. Il “suo” giornale. E fu così che con Peppe Provenzano, passeggiando nel quartiere, gli proponemmo di “aprire una pagina” su Facebook in cui potesse scrivere di politica.

“Che cos’è feisbucc?”

Ci guardò perplesso: cos’è “feisbucc”? Tacemmo ma gli brillarono gli occhi. Era fatta. E riprese, sotto l’intestazione “Em.ma in corsivo”, a consegnarci il suo testo ogni mattino attorno a mezzogiorno. Lezioni di politica. Racconti inediti. Polemiche ragionate. Giammai gridate. E, spesso, accadeva che desse “la linea”.

Se posso dire, aveva tre crucci che hanno trovato spazio in questo racconto che viaggiava, praticamente a sua insaputa, sulla Rete: la scomparsa di un grande giornale della sinistra – il suo perenne ricordo andava a l’Unità che diresse all’inizio degli anni Ottanta – poi la quasi disperazione per lo stato dei partiti in Italia con le tristi sorti della sinistra e l’affanno del sindacato. Insomma, i capisaldi del suo straordinario impegno politico e sociale.

Io ho capito che Emanuele Macaluso, specie negli ultimi tempi, tifava in maniera particolare perché si potesse affermare sempre di più la forza del sindacato visto che la politica dei partiti gli riservava continuamente enormi delusioni ed anche sconcerto.

Del resto, stiamo ricordando un uomo che dalla Cgil veniva, che a 23 anni fu chiamato da Giuseppe Di Vittorio a dirigere il sindacato in Sicilia. In quei tempi, quando ai comizi di Girolamo Li Causi i mafiosi lanciavano bombe. Roba da far tremare i polsi.

Del resto, adesso, nel momento del commiato, mica è semplice ricordare con precisione il lascito poderoso del sindacalista politico, del parlamentare e, soprattutto, del meridionalista Macaluso. Che ha mancato per un soffio le celebrazioni del centenario della nascita del Partito Comunista d’Italia. Come se sentisse, e sicuramente lo sentiva, tutto il peso di una ricorrenza che lo riguardava in prima persona.

I suoi crucci

Spetta certamente ad altri, nel campo della sinistra, il compito di fissare più compiutamente l’azione e l’opera di Emanuele Macaluso. Ma siccome, come detto, un suo cruccio è rimasto sino alla fine l’assenza di un vero partito della sinistra, non si può non ricordare, senza far torto a nessuno, la sua decisione di non aderire al Partito Democratico. Anzi, scrisse proprio un libro per sottolineare che quel partito, sorto sulle ceneri di Ds e Margherita, nasceva e restava al “Capolinea” (il titolo). Nei suoi interventi su Facebook ha ripetuto con regolarità questa sua valutazione politica e posso dire che andava constatando quanto avesse colto nel segno, oltre dieci anni fa, ma non se ne gloriava. Ne era semplicemente costernato.

Francamente, c’era poco da obiettare ad uno che del Partito, quello vero, se ne intendeva per essere stato partecipe di intese battaglie interne, insieme  con Napolitano, Bufalini, Chiaromonte, Cervetti ed altri, e per aver frequentato i luoghi fisici dei comunisti. A principiare dalla Botteghe Oscure di Roma dove, per ironia del destino, nel 2011 si ritrovò nuovamente, per pochi mesi, in una stanza al piano terreno – dove

una volta era ospitata la mitica Libreria Rinascita – a scrivere i suoi editoriali nella sede provvisoria del “Il Riformista”. E cosa potevi dire, se non ascoltare in silenzio, al Macaluso che raccontava quando viaggiò, con Togliatti e Pajetta, sulla carrozza dello czar che li portava alla volta di Mosca per colloqui con il Pcus?

Stiamo parlando di un altro pezzo di Storia che scorre immancabilmente. Macaluso ne era profondamente cosciente. E lo diceva con lucida convinzione. Sino a pochi giorni fa.

L’ho sentito al telefono dal suo letto d’ospedale. Aveva problemi cardiaci ed era caduto malamente danneggiando il femore. Irrequieto. Un esile gigante incatenato. Non ne voleva più sentire di stare in quel letto e, men che meno, in terapia intensiva.

L’ho incitato: sbrigati ad uscire, dobbiamo fare la campagna elettorale. Mi ha risposto: “Sì, certo, come no. Ciao”.

 

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