Addio Amalia: hai raccontato
i peccati dell’Italia

E’ morta Amalia Signorelli. Lo vengo a sapere leggendo il sito del Corriere della Sera, che ricorda l’antropologa, allieva di Ernesto De Martino, per il suo litigio in tv con Alessandra Mussolini. Interrotta ripetutamente, durante un dibattito. Amalia Signorelli s’alzò e prese la porta, spiegando che non poteva sopportare la maleducazione. Niente altro, se non sbaglio, sul sito del Corriere, tra gli abiti di Barbara D’Urso e quelli di Ivanka Trump.

Preferisco ricordare Amalia Signorelli per i suoi libri e in particolare per l’ultimo, pubblicato un anno fa da Einaudi nella collana Vele. Un libro di un centinaio di pagine, un libretto si potrebbe dire, da tenere in tasca e da leggere in metropolitana o in autobus, piccolo ma utile per provare a capire questo paese e la sua decadenza. “La vita al tempo della crisi”, si intitola, ed è il racconto dei nostri mali, dei nostri peccati, dei nostri adattamenti, nel peggio, alle condizioni di una società in crisi morale e politica prima che economica.

Amalia Signorelli era nata a Roma, aveva 83 anni, si era laureata nel 1957, aveva insegnato alla università Federico II di Napoli, dove aveva diretto il centro di ricerca audiovisiva sulle culture popolari, era stata docente all’Università di Urbino, alla Sapienza di Roma, a l’Ecole Haute Etudes de Sciences Sociales di Parigi e nel Departamento de Antropologia de la Universidad Autònoma Metropolitana di Città del Messico. È stata anche consulente dell’Unione europea e dell’International Labour Organization per l’emigrazione. Negli ultimi anni era apparsa più volte in televisione. Una volta, tra lo sconcerto dei presenti, parlamentari e giornalisti, ricordando i politici dei suoi tempi, De Gasperi, Togliatti, Natta… definì “ignorantelli” quelli d’oggi, a cominciare da Renzi.

“La vita al tempo della crisi” parla di finanza, di banche, di famiglia, di natalità, di lavoro, di rapporto degli italiani con le istituzioni, di partecipazione politica, di cultura. Al centro, secondo Amalia Signorelli, è l’impossibilità strutturale di pensare, decidere e agire in termini di progetto, cioè secondo un’etica dell’andare oltre, secondo un ethos del trascendimento: “paralisi progettuale”, che “può essere considerata uno dei sintomi più gravi di una crisi della presenza in atto… progressivo ritirarsi del soggetto dal mondo e del mondo dal soggetto, che porta con sé la perdita del significato e del valore del mondo per il soggetto e, specularmente, l’impossibilità per il soggetto di riconoscere a se stesso significato e valore in rapporto al mondo”. Egoismo, particolarismo, chiusura, ostilità, deresponsabilizzazione… usate il termine che preferite. Siamo sempre lì, di fronte alla miseria della volontà e al vuoto degli ideali.

Lascio a chi ci legge le pagine dense di questo libro e corro all’ultimo capitolo, alle ultime righe, che riprendono l’argomento, l’assenza di progettualità. Si racconta di giovani, di aspirazioni (attraverso testimonianze dirette) e di lavoro (anche di jobs act) e soprattutto di lavoro precario, quello che tocca alle nuove generazioni, senza progetti, appunto, perché è difficile immaginarne uno se non ci si può dare un’idea del futuro, se si è costretti a rinunciare a qualsiasi certezza. Il giovane precario non può programmare, non progetta, al massimo se è sveglio “afferra l’occasione”. La conclusione è amara, una conclusione che misura il classismo della nostra società: “Peccato che le statistiche ci dicano che le occasioni non sono affatto casuali: anzi, hanno una deprecabile tendenza a presentarsi sempre negli stessi ambienti, sugli stessi itinerari…Peccato per chi si trova da un’altra parte”.