Addio all’omino dalla faccia scavata
che danzando ci regalò un Mondiale

Paolo Rossi, Pablito nostro, è morto. Aveva 64 anni.

Per lui non si scioglierà l’inno del “Te Deum” , anzi del “Te Diegum”, come per Maradona. Ma il vuoto nel cuore degli aficionados, massimamente gli italiani, è enorme, un’altra madeleine che si sbriciola, com’è successo a giugno con Mariolino Corso. Paolo Rossi da Prato, incatturabile faina d’area, Pablito per tutto l’orbe terracqueo, era finito nel fango del dio pallone travolto dal calcioscomesse, e però proprio lui fu l’uomo del destino che ai Mondiali dell’82 con sei gol ci fece tornare a riveder le stelle la notte dell’11 luglio, quando l’arbitro Arnaldo Coelho sollevò al cielo di Madrid la santa pelota e fu un fuoco azzurro a scorrere per l’Italia Campione. Tre volte Campione, ricordarono le parole di gioia di Nando Martellini ed era un trionfo che mancava dal 1938, un’eternità. Ci sono giocatori che “firmano” per la Storia i grandi tornei, che trovano la scintilla giusta nel momento giusto, poteva esserlo fino in fondo Totò Schillaci a Italia 90, lo fu strepitosamente Pablito in Spagna.

Un pulcino bagnato

E dire che il fango lo aveva ricevuto in pieno volto anche agli inizi dell’avventura Mundial. Nonostante il buon torneo giocato quattro anni prima in Argentina, con tanto di classici, rapinosi gol, su di lui nessuno puntava un soldo bucato. Fermo a lungo per squalifica post-scandalo e quindi impreparato, perché lui in azzurro e non altri? Bearzot lo convoca, il clima nel ritiro azzurro di Vigo è teso, le critiche un subisso. Un  celebre attore, anzi mattatore – chi ha orecchi intenda – arriva a solennizzare: “Stavolta non vedo come la Nazionale possa degnamente rappresentarci”. Squadra e tecnico (a spiegare il clima elettrico, il Vecio arriva a dare uno schiaffo a una ragazza impertinente) si compattano nel silenzio. E Rossi? Emaciato d’aspetto, un pulcino bagnato. Ma umile, consapevole, provato ma non sconfitto dai triboli fisici del passato (tre menischi saltati agli esordi) e da quelli giudiziari  recenti: “Sono contento di aver scontato interamente la pena (per il calcioscommesse, ndr) per non dovere ringraziare nessuno. Non credo però che tecnicamente Bearzot mi ritenga in grado di salvare la patria. Cos’è un Mondiale? E’ una di quelle rarissime occasioni  in cui il lavoro e la vita per qualche tempo coincidono. Hai coscienza  dell’importanza di quello che stai facendo”. Il fango? Una marea montante con l’inizio balbettante del Mondiale  E Paolo è il capro espiatorio perfetto. Dai giornali dell’epoca: “Rossi è un punto sempre più dolente e interrogativo”, “Pablito appare smontato e privo di energie”. Dopo Italia-Perù, mesto pareggio 1-1, altre bastonate:. Tuttosport: “Rossi è legato anche nei movimenti atletici più elementari, cacciato in una sorta di vicolo cieco dal quale potrà uscire solo in tempi lunghi”. Corriere della Sera: “…omino dalla faccia scavata, che perde palla, non ha scatto, protesta”. Gazzetta: “Vuoto psicologicamente”. E invece…

Paolo Rossi aveva iniziato a giocare in una squadra giovanile di Firenze, la Cattolica Virtus, Italo Allodi, un occhio finissimo, lo aveva portato alla Juventus, poi il prestito al Como e, nel ’76, il Vicenza in Serie B, dove Gibì Fabbri dall’ala destra lo aveva dirottato al centro dell’attacco. E sono tanti gol nel carniere. Arriva la prima maglia azzurra, con l’Under 21, Rossi diventa una realtà per il nostro calcio. L’anno col Perugia, stagione 79-80, segna il debutto in Italia delle maglie sponsorizzate (Pablito non era costato poco e bisognava pur arrotondare) e coincide col Calcioscommesse, l’accusa di aver truccato la partita con l’Avellino e la condanna a un limbo di ventiquattro mesi. Quanto amaro in bocca. Dopo i processi in sede sportiva e ordinaria i suoi accusatori ritrattarono tutto. Ricorderà molti anni dopo in “C’era una svolta”, intervistato da Nicola Calzaretta: “Mi negarono perfino le amichevoli. Di stare fuori avrei fatto volentieri a meno ma non tutto è stato negativo, ho fatto altre esperienze, sono entrato in società con Gustavo Thoeni in un’azienda commerciale di abbigliamento sportivo. Il giorno che sono sceso di nuovo in campo per me è stato come uscire dal coma, sono tornato a vivere. Durante la settimana mi allenavo, poi la domenica scappavo, magari andavo cercare funghi”. Gli eroi della domenica senza stadio pubblico, applausi, insulti, (perché no?), si sentono vuoti. Di nuovo Juve, per restarci fino all’84-85, a seguire e per finire Milan e Verona. Nell’87 stop, decolla una second life da imprenditore edile, a soli 31 anni. L’artrosi alle ginocchia non perdona. Seguiranno tante presenze in tivù, da commentatore: accento dolcemente toscano, talvolta ai confini dell’ovvio, talaltra acuto, mai privo di garbo e di sorriso. E lo si vedeva con sempre più capelli grigi e inesorabilmente calava un filino di saudade. Su alcuni calciatori, che ci accompagnano la vita, dai tempi delle figurine ai pomeriggi in gradinata alle serate sul divano perché il freddo da stadio non si addice a certe età, non vorremmo calasse mai il sole. Perché quel sole vibra di sogni, di gioventù. E non si vuole mai pensare: per chi suona la campana?

La gioia di Pertini alla finale

Profumo di apoteosi

Pablito 82, allora, e profumo di apoteosi. Dopo tre pareggi con Polonia, Perù e Camerun, l’Italia supera l’Argentina, ostacolo ritenuto alla vigilia insormontabile, grazie anche a una marcatura di Gentile su Maradona ai confini del codice penale. Rossi sta scaldando arco e frecce, il 5 luglio abbiamo il Brasile di Zico, Socrates, Junior, Falcão e i verdeoro assistono alla materializzazione di un incubo. Gli sarebbe sufficiente un pareggio per la qualificazione alla semifinale, ma il futebol bailado non ama speculare e Rossi punisce. Primo tempo: traversone di Cabrini ed è il primo gol, di testa, Socrates pareggia, passano pochi minuti e Toninho Cerezo effettua un passaggio lento e stolidamente orizzontale fuori dell’area brasiliana, due suoi compagni si chiedono: è tua o mia? Nel dubbio, Pablito falcheggia: tiro da discreta distanza e sono due. Secondo tempo: Falcão per il 2-2, Tardelli al tiro, Rossi intercetta e indirizza in Paradiso. Il resto di quel match, dal gol annullato ingiustamente ad Antognoni per un fuorigioco inesistente alla parata sulla linea di Zoff, che si aggrappa alla sfera inzuccata sotto misura da Oscar, trepidazioni e fibrillazioni atriali comprese, richiederebbe da solo un libro. E comunque, Paolo Rossi-Paolo Rossi-Paolo Rossi.

Pablito commentatore

E c’è la Polonia, di nuovo, in semifinale. Scarponeggiano Zmuda e compagnia, picchiano con professionalità e gusto Cabrini e Graziani, ma c’è poco da fare, l’Italia viene dalle malebolge, è rinata insieme al suo puntero, chi la può fermare? Calcio franco di Antognoni, una palla medio-alta nel mucchio d’area, Rossi sparisce, viene sommerso, riappare dall’accrocchio-ingorgo di maglie bianche e azzurre: gol. I conti, dopo, li regola ancora lui. Un cross piove da sinistra nell’area piccola dei biancorossi, il portiere Mlynarczyk non entra nel traffico e attende sulla linea, Pablito, che un attimo prima sarebbe stato il protagonista ideale di una puntata di “Chi l’ha visto” sublima l’arte dell’opportunismo: la palla transita ormai bassa in mezzo a corpi azzurri che si allungano verso la rete e polacchi desiderosi di battere nel senso opposto, c’è una possibilità su cento che la sfera giunga indenne là dove qualcuno l’aspetta. Una su cento. Uno su centomila si disporrebbe sulla traiettoria, è Paolo Rossi e gioca per noi. La palla gli arriva sola, immacolata, Pablito non deve tuffarsi, le è già accanto: si inginocchia per lei. Avambracci piegati e palme offerte in gesto da stimmate, la accudisce in porta indirizzando all’angolo destro con un colpo di fronte, dolcemente materno. E sono cinque marcature personali. Ne manca una, la prima nella finale contro la Germania, su cross di Gentile, palla rimbalzante veloce e solita materializzazione di Rossi, fulmineo  ad anticipare di testa, su cross di Gentile, chiunque, compagno di squadra o avversario, avesse mai solo immaginato di far sua la palla. Per la cronaca, Pablito entrerà anche, a  suo modo, nel secondo gol dell’Italia, quello dell’urlo di Tardelli. C’è una rimessa laterale di Rummenigge sulla sinistra del fronte offensivo alemanno, Bernd Förster di nuovo a Kalle che lancia in profondità per Breitner, già da qualche secondo presente nel radar di Rossi che antivede, presume e gli tocca palla, che arriva a Scirea. Il resto è noto.

Riavvolgete i nastri della memoria e chi non c’era guardi. Esile e leggera è la materia dei sogni, ma quanto bella quando è bella. Grazie anche di questo, Paolo.