Addio al partigiano Diavolo
che sognava un mondo diverso

Avrebbe compiuto 101 anni tra un mese, il partigiano Germano Nicolini, mitico comandante Diavolo durante la Resistenza. Invece, se ne è andato l’altra notte nella sua casa di Correggio, comune in provincia di Reggio Emilia nel quale fu sindaco pochi mesi dopo la Liberazione. E dal quale, proprio quando era sindaco, fu strappato per dieci lunghissimi anni che trascorse in carcere, accusato e condannato – proprio lui, che era noto per equilibrio e umanità anche nei confronti di coloro contro i quali aveva combattuto – per l’assassinio del prete don Umberto Pessina. Pur essendone del tutto innocente. come poi confermò, riabilitandolo completamente, la revisione del processo presso lo stesso tribunale di Perugia nel quale tanti anni prima era stato condannato.

Una condanna ingiusta

Germano Nicolini è stato un grande combattente partigiano. Nato a Fabbrico il 26 novembre 1919 in una famiglia contadina, diplomato ragioniere, si iscrisse all’Università Bocconi di Milano, ma fu chiamato in servizio militare. Ufficiale in una unità carrista, l’8 settembre 1943, a Roma, fu imprigionato dai tedeschi. Riuscì a fuggire e a rientrò in Emilia, ove aderì alla Resistenza e divenne comandante di battaglione nella 77esima Brigata Sap “Fratelli Manfredi”, Partecipò a varie battaglie, rimanendo ferito due volte. Nel marzo 1946 fu eletto consigliere comunale per il Pci a Correggio, a dicembre diventò sindaco. Pochi mesi dopo, iniziò per lui il calvario politico e giudiziario dal quale uscì definitivamente solo mezzo secolo dopo. Furono proprio le vicende che portarono alla revisione del processo a farmi conoscere la sua storia, che fuori dalla cerchia dei familiari e dei vecchi compagni di lotta era in gran parte dimenticata.

Da cronista della redazione reggiana de l’Unità, mi capitò di seguire fin dall’inizio la vicenda nota come “Chi sa parli”, l’appello lanciato a fine agosto 1990 da Otello Montanari, anche lui ex partigiano, poi parlamentare e dirigente comunista, deceduto due anni fa. Montanari riaccese i fari su alcuni di delitti mai chiariti – non solo quello ingiustamente attribuito a Nicolini – avvenuti in provincia di Reggio Emilia nell’immediato dopoguerra, ad opera di militanti comunisti che non avevano deposto le armi, con la copertura di alcuni dirigenti della Federazione.

Quando il caso deflagrò sulla stampa, prima locale poi nazionale, ne scrissi su quello che era ancora il giornale del Pci. Un argomento delicatissimo, tanto più nel periodo, già di suo complicato, di transizione dal Pci al Pds. Mi telefonò immediatamente, molto allarmato, l’allora direttore Renzo Foa: “Ma sei proprio sicuro di quello che hai scritto?”. Ero sicuro e l’articolo fu regolarmente pubblicato, primo di una lunghissima serie che sarebbe poi comparsa sul quotidiano, per raccontare e commentare i successivi sviluppi di cronaca. E le aspre polemiche politiche che li accompagnarono, da destra contro il Pci, ma anche all’interno del Pci.

Il delitto Pessina

L’uccisione di don Umberto Pessina, datata 18 giugno 1946, era appunto uno dei casi riaperti dal dossier di Otello Montanari. Il sacerdote fu centrato da colpi di rivoltella nei pressi della parrocchia di San Martino Piccolo, frazione di Correggio. Furono accusati come esecutori gli ex partigiani Ello Ferretti e Antonio Prodi, come mandante lo stimatissimo ex comandante e in quel momento sindaco Germano Nicolini. Erano tutti innocenti, ma interferenze politiche ed ecclesiastiche (particolarmente del vescovo Beniamino Socche) e testimonianze false, (anche estorte con la tortura dai carabinieri del capitano Pasquale Vesce) portarono alla loro condanna il 26 febbraio 1949, per decisione della Corte di Assise di Perugia. Ove il processo era stato trasferito, dalla sua sede naturale di Reggio Emilia, per una “legittima suspicione” a sua volta pilotata da pressioni politiche.

Due dei veri responsabili, Cesarino Catellan ed Ero Righi (il terzo fu William Gaiti), fuggiti in Jugoslavia dopo l’omicidio, in seguito si auto-accusarono, ma non furono tenuti in considerazione. Addirittura furono condannati per auto-calunnia, pur di non ribaltare l’esito del processo. Così, Nicolini scontò dieci anni, Ferretti e Prodi ne scontarono sette, prima di essere scarcerati, alla fine del 1956, grazie a un indulto che fu concesso agli ex membri di formazioni partigiane.

La “ragion di partito”

Oltre che la gravissima ingiustizia subita, rimase negli innocenti capri espiatori l’amara delusione per essere stati sacrificati anche da una cinica “ragion di partito”: il loro stesso partito che, pur essendone consapevole fin dall’inizio, mantenne il silenzio sul reale svolgimento dei fatti. Per fare definitivamente chiarezza, ci sono voluti altri trentotto anni dopo la scarcerazione. Finalmente, l’8 giugno 1994, la Corte d’Appello di Perugia decretò l’assoluzione con formula piena. “La Corte ritiene – recita la sentenza – che una serie di fattori abbia fatto sì che la legittima esigenza di individuare e punire gli autori del grave quanto gratuito fatto di sangue si risolvesse, oggettivamente, in una sorta di ricerca del colpevole a tutti i costi, dando luogo ad un grave errore giudiziario, al quale la Corte ha ritenuto ora di dove porre riparo assolvendo ampiamente gli imputati e restituendoli alla loro dignità di innocenti”.

E quali furono quei fattori? “Indagini di polizia giudiziaria condotte con metodi non del tutto ortodossi – sostiene la Corte – lacune e insufficienze istruttorie; una sorta di ragion di Stato e di partito che ebbe ad ispirare il comportamento di alcuni uomini del Pci; una pressante quanto legittima domanda di giustizia da parte del clero locale, estrinsecatasi però in iniziative al limite dell’interferenza; interventi di autorità non istituzionali e comunque processualmente non competenti”.

Da allora, riavuti tutti i diritti civili e tutti gli onori politici e militari che gli spettavano, compreso un cospicuo risarcimento economico da parte dello Stato, l’ormai settantacinquenne comandante Diavolo si impegnò di nuovo con passione per promuovere i valori dell’antifascismo e della democrazia, soprattutto verso i giovani, in tanti incontri pubblici e anche privati nella sua casa. E in tanti lo hanno cercato, intervistato, raccontato. Un libro lo ha scritto anche lui, insieme allo storico Massimo Storchi. Si intitola Noi sognavamo un mondo diverso: nel 2013 ebbi l’onore di presentarlo con gli autori nel paese natale di Nicolini. L’allora sindaco Luca Parrmiggiani così lo ricorda: “Durante il mio mandato gli chiedevo sempre di venire alla celebrazione della battaglia partigiana del 27 febbraio. Lui mi rispondeva: no, guardi, sono vecchio, c’è freddo, non saprei come fare, però saluti i fabbricesi da parte mia. A pochi giorni dalla fine del mio mandato ricevetti la sua telefonata, mi salutava e mi ringraziava. Piansi come una fontana. Lui ringraziava me, quel gigante ringraziava me. Riuscii a malapena a farfugliare che eravamo noi a dover ringraziare lui”.

I repubblichini a mensa

Successivamente, Parmiggiani è andato varie volte a fargli visita: “Non mi parlò mai di armi, di azioni belliche, di scontri a fuoco, mi parlò sempre e solo di ideali, di cosa lo aveva spinto a fare certe scelte e di dove volevano arrivare tramite quelle scelte. Dei tanti racconti che ho avuto la fortuna di sentir dalla sua voce, ne ricordo uno. Nell’immediato dopoguerra i partigiani entrarono nelle sedi fasciste e trovarono dei libri contabili di offerte fatte dai ricchi del luogo. Nicolini li andò a trovare e disse: tranquilli non vi succede nulla, però se tanto avete dato a loro, tanto date a noi, perché qui la gente ha fame e deve mangiare. Fecero una mensa. Un giorno Nicolini fece entrare due repubblichini affamati. Potete immaginare il pandemonio. Litigò pesantemente con gli altri, ma si impose dicendo: vuoi vendicarti? Perché se hai preso in mano il fucile per vendicarti, allora è stato tutto inutile. Non abbiamo preso il fucile per diventare come loro, per prendere il loro posto. Questi hanno fame come te e dunque mangiano”.

Questo era Germano Nicolini. Un “diavolo” solo per i nazifascisti e solo durante la Resistenza, cantano i Modena City Ramblers e e il Coro delle mondine di Novi nella bella canzone che gli hanno dedicato (il video qui). “Noi sognavamo un mondo diverso – dice lui in quella canzone – un mondo di libertà, un mondo di giustizia, un mondo di pace, di fratellanza e di serenità. Purtroppo questo mondo non c’è. E allora riflettete, ragionate con la vostra testa e continuate la vostra lotta”. Addio, comandante, e grazie di tutto.