Addio a Pietro Greco:
un inviato sul fronte
della scienza

Lo chiamavamo l’Esimio. Un po’ per prenderlo in giro (si sa come sono le redazioni: tante persone – di solito brave con le parole – chiuse per tante ore in uno spazio limitato, il minimo che possa accadere è che ci si prenda in giro), ma un po’ per davvero: tutti gli riconoscevano un qualcosa in più. Quel qualcosa si concretizzava nel fatto che quando Pietro diceva una cosa, lo si ascoltava. E non perché la dicesse con la sicumera del “sotuttoio” – anzi di solito la diceva sottovoce, in modo pacato e gentile, aperto all’ascolto di chi la pensa diversamente – ma perché capivi che prima di dire quella cosa, lui aveva studiato, ci aveva ripensato su, l’aveva elaborata. Insomma capivi che dietro c’era tanta roba.

Pietro Greco

La grande invenzione della pagina della scienza

In quelle stanze dell’Unità a via dei Taurini tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta arrivammo quasi in contemporanea. Giovani, timidi collaboratori chiamati a sostituire i giornalisti in ferie. Caposervizio della cultura era Gabriella Mecucci. Ma dentro alle pagine culturali, ce ne era una speciale: la pagina della scienza. Una pagina quotidiana dedicata ai temi scientifici. All’epoca sembrava una follia, nessun quotidiano aveva mai osato tanto (e nessuno lo fece mai più in seguito), l’Unità sì.

Ad occuparsene c’era Romeo Bassoli, – anche lui se n’è andato troppo presto lasciandoci un po’ più soli. “Romeo, laurea in storia alla statale di Milano”, così si presentava di solito. Alla storia quel ragazzo di Sesto San Giovanni aveva rinunciato presto per dedicarsi alla cronaca, a raccontare quello che succedeva nella società. Era entrato all’Unità di Milano quasi ragazzino e poi era venuto a Roma. Quando lo conoscemmo io e Pietro, Romeo era già un giornalista navigato benché ancora molto giovane. Da annusatore di quello che bolle in pentola aveva intuito che la scienza era la frontiera con cui l’informazione doveva confrontarsi. Aveva capito che gli avanzamenti della scienza e della tecnologia incidono ormai così fortemente sulla nostra vita quotidiana e ci richiedono scelte così importanti che per forza di cose devono finire sui giornali, in quella che ancora era l’agorà della nostra società.

La pagina Scienze&Ambiente dell’Unità

 

Il cacciatore di fake news

Romeo si era scelto Pietro come collaboratore. Erano buffi insieme, un po’ Stanlio e Ollio, forse Gianni e Pinotto. Uno alto e magro, l’altro più piccolo e cicciottello. Uno milanese, l’altro napoletano, anzi ischitano. Uno più chiacchierone, l’altro più silenzioso. Uno più giornalista, l’altro più studioso. Uno laureato in storia, l’altro in chimica con un passato di ricercatore in laboratorio. Tutti e due comunisti. Tutti e due con una grande passione: capire quello che accadeva intorno a loro. Noi, io e le altre colleghe che nel corso degli anni hanno lavorato alla scienza, col senno di poi eravamo un po’ il contorno di quella strana coppia perfetta. Da quella coppia ho imparato quasi tutto quello che so oggi.

La più grande abilità di Romeo era trovare le notizie, la più grande abilità di Pietro era “ammazzare le notizie”, come si dice in gergo. Ma non pensiate che siano abilità in contrasto. Quelle che scovava Romeo erano notizie vere, quelle che ammazzava Pietro erano notizie farlocche, buone per i gonzi, oggi diremmo fake news. Se dovevi fare un titolo chiedevi aiuto a Romeo, se dovevi valutare la notizia sulla memoria dell’acqua, chiedevi a Pietro: che ne dice l’Esimio? Risultato: un bel numero di fake news rimandate all’ufficio redattori capo con un: qui no, grazie.

Intorno alla pagina della scienza hanno girato le migliori menti di quegli anni, ospitammo dibattiti interessantissimi e di estrema attualità. Mai facemmo divulgazione, sempre giornalismo scientifico, ovvero rimanemmo sempre aderenti all’attualità, a ciò che era vivo e si muoveva in quel momento fuori dalle finestre della nostra stanza di via dei Taurini.

Come dice un vecchio detto: tutte le cose belle finiscono. Ed è finita anche la stagione della pagina della scienza all’Unità. Io e Pietro rimanemmo al giornale, ci occupavamo ancora di scienza. Anche quando il giornale chiuse e poi riaprì con Colombo e Padellaro, decidemmo di rientrare come collaboratori, ma sempre per parlare di scienza. Nel frattempo lui era diventato il direttore del master in comunicazione della scienza della SISSA di Trieste, e io lo raggiunsi nel 2000 per insegnare giornalismo scientifico, un altro percorso insieme durato altri 14 anni. Insieme abbiamo anche scritto un libro (“Contagio” per Editori Riuniti), poi mi chiamò nella redazione della rivista Scienza e Società del centro Pristem della Università Bocconi, di cui era direttore.

Pietro Greco con Piero Angela

Una intensa attività di scrittore e insegnante

Insomma insieme ne abbiamo fatte molte. Siamo anche stati in cassa integrazione insieme. In quel periodo della nostra vita cominciammo a collaborare con Arancia blu,  edita da il manifesto, una delle riviste che hanno contribuito alla storia dell’ambientalismo italiano. Quando la rivista chiuse, noi eravamo creditori di un bel gruzzolo, ma eravamo entrambi incapaci di chiedere. Ci facemmo forza a vicenda. Dobbiamo andare, è giusto, noi abbiamo lavorato, certo, è un nostro diritto…. Così ci dicevamo lungo tutta la strada. Quando arrivammo, la persona che si occupava dei pagamenti, ci fece un quadro così drammatico della situazione del giornale che Pietro stava per infilare la mano in tasca e lasciare una piccola donazione. Io lo guardai storto: l’abbiamo già fatta la donazione, Pietro. Era davvero un uomo buono e dolce. Ma chi lo ha conosciuto questo lo sa.

Non vi racconto cosa ha fatto Pietro Greco in tutti questi anni, non ce ne sarebbe il tempo, ma se cercate una sua biografia su internet, sappiate che quello che troverete scritto è la metà di quello che Pietro ha realmente fatto: ha scritto decine di libri, centinaia di articoli, è stato conduttore di Radio3 scienza, direttore di riviste, organizzatore di convegni, consigliere del ministro dell’università Fabio Mussi. E’ stato tra i fondatori e collaboratore di punta di questo sito, strisciarossa, che è fatto da tanti ex giornalisti dell’Unità, al quale era molto legato e per il quale scriveva sempre molto volentieri. E’ andato in migliaia di posti (spesso non pagato) a parlare con professori, studenti, anziani. Ha insegnato a centinaia di ragazzi nei vari master in giro per l’Italia e tutti oggi lo piangono. Anni ad indagare con rigore e pacatezza i rapporti tra scienza, società e democrazia.

Pochi giorni fa mi ha mandato gli ultimi suoi tre libri i cui titoli fanno capire il suo eclettismo e la sua cultura enciclopedica (“Homo. Arte e scienza”, “Quanti. La straordinaria storia della meccanica quantistica”, “Mezzogiorno di scienza. Ritratti d’autore di grandi scienziati del Sud” di cui è stato curatore). Ho finito il primo, bello e pieno di storie interessanti come sempre, il secondo e il terzo ce li ho sul comodino. Mi aveva detto: dimmi che ne pensi, non ho fatto in tempo.

Chiudo con una strana notazione personale. Ieri pomeriggio ho assistito a due dibattiti online, uno era la presentazione del libro “Care compagne e cari compagni” edito da strisciarossa, il luogo in cui ritrovo parte dei miei vecchi compagni dell’Unità, l’altro era un dibattito sul ruolo della scienza ai tempi del Covid, tra gli ospiti c’era Pietro. Buffo, due pezzi così importanti della mia vita riuniti in una mezza giornata, ho pensato. Alla fine del secondo dibattito, erano le otto di sera, ho mandato un messaggio a Pietro e lui mi ha scritto: ti chiamo domattina per parlare, ora ho un altro incontro online. Quando ci sentivamo parlavamo di lavoro, ma anche di vita. Parlavamo di Francesco e Gaia, dei pensieri e delle gioie che ci danno i figli. Parlavamo dei genitori e del dolore del distacco. Parlavamo delle cene di Natale e della dieta per il diabete. Quello che mi volevi dire oggi, Pietro, io non lo so. So quello che avrei voluto dirti io: grazie di tutto. E buon viaggio.