Addio a Milos Forman, il regista
che ha cantato la libertà

Ad un primo sguardo superficiale quella di Milos Forman potrebbe sembrare l’opera di un grande eclettico. Cosa lega Gli amori di una bionda a Qualcuno volò sul nido del cuculo, il musical hippy Hair al ‘700 di Amadeus? In realtà, se mai nella storia del cinema è esistito un “Autore” con la A maiuscola, un cineasta i cui film sono connessi da un tema personale e imprescindibile, quello è Milos Forman – anche se lui, alla parola “Autore”, avrebbe probabilmente aspirato una tonnellata di fumo dal suo inseparabile sigaro e ce l’avrebbe ironicamente alitata in faccia. I film di Forman parlavano tutti della stessa cosa, e quella “cosa” aveva un nome che fa paura, come cantavano i titoli di testa di Nell’anno del Signore di Luigi Magni: “La bella che è prigioniera, ha un nome che fa paura… libertà libertà libertà!”.

Milos Forman ha cantato la libertà fin dai suoi film cecoslovacchi, che per inciso sono tra i titoli più belli usciti da quella straordinaria e dimenticata stagione che furono, nell’Europa dell’Est, gli anni ’60 del post-stalinismo. Poi l’ha inseguita personalmente nel ’68, dopo la repressione sovietica della Primavera di Praga; e l’ha perseguita ogni giorno anche una volta arrivato negli Stati Uniti, dove nonostante gli Oscar vinti e i clamorosi successi (alternati a fiaschi e delusioni) è sempre rimasto un outsider rispetto alla Hollywood che contava e che conta. C’è un aneddoto famoso, che dice molto della sua personalità: la parte finale di Hair, quella in cui gli hippies si recano alla base dove il loro amico Claude Bukowski (nome slavo, non a caso) sta per partire per il Vietnam, fu girata in una vera base dell’esercito Usa a Barstow, California. Hair era uno spettacolo famoso e l’esercito dello zio Sam non voleva hippies fra i piedi. Allora Forman andò lì di persona e disse a qualche generale ricoperto di stelle: “Io so benissimo che questa è la base dove John Wayne ha avuto il permesso di girare I berretti verdi (il famoso, becero film pro-intervento in Vietnam, ndr) e quindi voi, ora, dovete dare il permesso anche a noi. Perché io sono fuggito dal comunismo in Cecoslovacchia perché mi avevano detto che questo era un paese democratico: dimostratemi che ho fatto la scelta giusta”. Gli diedero il permesso.

Tutto il cinema di Forman è una colossale metafora del rapporto fra individuo e autorità. Molto spesso i protagonisti di Forman sono artisti o comunque persone creative: Mozart, Goya, l’Andy Kaufman di Man on the Moon, il pianista nero di Ragtime, gli hippies di Hair, a suo modo anche l’editore zozzone di The People vs. Larry Flynt. Ma i film in cui Forman ha messo tutto se stesso sono i primi due che ha realizzato negli anni ’70, appena arrivato in America. Taking Off è un film sull’arte della fuga, un perfetto ritratto generazionale dei giovani americani in conflitto con i loro genitori… ma anche l’elogio della libertà da parte di un regista nemmeno quarantenne che è appena riuscito a svignarsela da un gulag a cielo aperto. Qualcuno volò sul nido del cuculo è tratto da un romanzo americano (di Ken Kesey) che era un manifesto dell’anti-psichiatria e delle lotte per i diritti civili, ma dal punto di vista di Forman è un’agghiacciante allegoria del modo in cui le libertà individuali venivano represse e demonizzate nelle cosiddette “democrazie popolari”.

Solo un fuggiasco dall’Est europeo poteva girare il film in quel modo – e infatti ne uscì un lavoro indimenticabile, che vinse i 5 Oscar principali (film, regia, attore, attrice, sceneggiatura) come prima era successo solo ad Accadde una notte e in seguito sarebbe riuscito solo a Il silenzio degli innocenti. Tra l’altro, vale sempre la pena di leggere la cinquina dei film candidati all’Oscar per il 1975: oltre al Cuculo, c’erano Barry Lyndon di Kubrick, Quel pomeriggio di un giorno da cani di Lumet, Lo squalo di Spielberg e Nashville di Altman. Un anno magico. Tanto per chiarire come funzionava la Hollywood di allora, l’Oscar per il miglior film – che viene assegnato ai produttori – venne consegnato al trentunenne Michael Douglas, un giovane attore figlio d’arte che si stava facendo le ossa come produttore, e al cinquantaquattrenne Saul Zaentz che era soprattutto un produttore discografico. Era il trionfo della Nuova Hollywood, del cinema indipendente nel quale anche un cecoslovacco come Forman poteva essere protagonista.

Anche la vita personale di Forman, nato a Caslaw nel 1932, è stata una lunga e dolorosa lotta per la libertà. I suoi genitori, Rudolf Forman e Anna Svabova, morirono entrambi nei campi di sterminio, il padre a Buchenwald e la madre ad Auschwitz. Rudolf era un membro della resistenza anti-nazista e morì durante un interrogatorio della Gestapo. Il giovane Milos fu cresciuto dagli zii e scoprì solo dopo la guerra che il suo padre biologico era Otto Kohn, un architetto ebreo che a differenza di Rudolf e Anna sopravvisse all’Olocausto. Anche se in circostanze meno tragiche e rocambolesche, la vita di Forman è straordinariamente simile a quella dell’ebreo polacco Roman Polanski, un altro talento cristallino cresciuto nelle scuole di cinema dell’Est e poi diventato un cineasta di livello mondiale in Occidente.

Sono, in fondo, tutti figli del Disgelo che dopo la morte di Stalin regala un minimo di apertura – più culturale che politica – ai paesi del Blocco di Varsavia, e permette la nascita di “nuove ondate” cinematografiche in Polonia, in Ungheria, in Cecoslovacchia e nella stessa Unione Sovietica.

Il giro di vite imposto dall’Urss di Breznev alla fine degli anni ’60 spedisce poi alcuni di quei talenti in una diaspora cinematografica che, da Londra e Parigi fino a Hollywood, ha regalato molti momenti fra i più alti del cinema del dopoguerra. E alcuni di questi momenti sono firmati Milos Forman, un regista che è stato un gigante, come oggi non ne esistono più.