Addio a Marco Santagata, “accademico narratore”, studioso di Dante e Petrarca

“Accademico narratore”. La definizione non è mia. La traggo dalla dedica che Marco Santagata mi scrisse, quando venne a trovarci all’Unità e mi lasciò sulla scrivania un libro molto bello, “Papà non era comunista”, autobiografia ma anche biografia di una stagione, nel dopoguerra emiliano, stagione felice, operosa, ricca di contrasti, di scontri, di lotte, ma anche di volontà positive, una stagione osservata attraverso le storie, le donne e gli uomini di un paese, che nelle pagine si chiama Rocca, nella realtà è Zocca, provincia di Modena, patria di Vasco Rossi, dove Marco Santagata era nato 73 anni fa. Ora, proprio ieri, Marco Santagata ci ha lasciato: una malattia e poi il colpo finale del coronavirus. Il figlio aveva preannunciato due giorni fa l’addio: coma irreversibile.

Dall’Università di Pisa in poi

Un grande rimpianto: Marco Santagata era un “accademico” di valore, un “narratore” colto e al tempo stesso popolare, divulgatore nel rispetto dei “fatti”, ma lo ricordo soprattutto come una persona generosa, aperta, che aveva cuore oltre che intelligenza, pronto sempre a sorridere, a mostrare con ironia la propria cultura.

Santagata si era laureato a Pisa nel 1970 e all’università di Pisa aveva presto cominciato ad insegnare, professore ordinario di letteratura italiana dai primi anni ottanta e, con incarichi temporanei, anche all’estero, a Nancy, a Parigi, a Ginevra, ad Harvard, a Città del Messico. Era uno studioso di Dante e di Petrarca, amava Leopardi,  sempre curioso di fronte alle novità che la letteratura contemporanea gli poteva proporre (si era persino occupato dell’identità di Elena Ferrante quando uscì con grande strepito “L’amica geniale”).

Accademico e narratore

Da accademico scrisse molto (non solo di Dante e Petrarca: nella sua bibliografia compaiono saggi dedicati a Boccaccio, Monti, Foscolo, D’Annunzio, Pascoli…), da narratore si era misurato con le vite dei suoi autori prediletti, secondo un approccio attento ai casi comuni, alla dimensione comune: Dante, dopo la morte di Beatrice, che cammina nei vicoli di Firenze,  Dante che studia al tavolo della cucina di casa, Dante sofferente in preda alle passioni e ai sentimenti (“Come donna innamorata”, finalista allo Strega nel 2015. L’anno prossimo dovrebbe apparire “Le donne di Dante”, da Beatrice a Pia de’ Tolomei), Petrarca che scrive, Petrarca  stanco e malato, prostrato dai dolori di stomaco, e che riceve gli amici ad Arquà (“Il copista”,  “I frammenti dell’anima. Storia e racconto nel Canzoniere di Petrarca”).

Poi altri romanzi, nelle cui pagine esperienze personali, valori esistenziali, vicende lontane si incrociano: “Il maestro dei santi pallidi” (premio Campiello 2003), storia di un ragazzo guardiano di mucche nella campagna quattrocentesca che diventerà pittore di immagini sacre sulle facciate delle chiese; “L’amore in sé” (premio Stresa 2006), il caso di un filologo che leggendo in aula Petrarca inciampa nella memoria intima e finisce nel sogno del proprio amore  a commentare i versi delle canzonette dei suoi tempi. Persino un noir: “Il movente è sconosciuto” (2018), frustrazioni di una coppia in crisi, travolta da una malattia e dalla violenza che segue.

L’Unità e la libertà di esprimersi

Marco Santagata aveva scritto a lungo per le pagine Libri dell’Unità. Credo che gli piacesse per la libertà di esprimersi, ma anche per l’affetto che noi tutti gli mostravano: eravamo orgogliosi che l’accademico di Pisa, dantista e petrarchista, che sapeva tutto di poesia italiana del Duecento e del Trecento, che citava con grande autorevolezza Leopardi, ci consegnasse i suoi articoli, chiedendoci magari un’opinione, magari invitandoci ad  una correzione, lasciando che i nostri “tagli” redazionali impoverissero i suoi ragionamenti. Oltre la stima per lui, per noi il compiacimento, perché immaginavamo che anche lui, malgrado le simpatie, non fosse “comunista”, come il padre: “Sì, certuni lo chiamavano ‘Ugo il Rosso’, ma papà non era e non è mai diventato comunista. Non avrebbe proprio potuto. Ammirava l’efficienza di quel partito e stimava i comunisti, ma i loro rituali e il loro linguaggio gli erano incomprensibili, anzi lo irritavano. La sua storia gli impediva di sentirsi un Compagno”. Un’autobiografia politica in queste poche righe.

Il padre, che non era comunista, era stato per lungo tempo democristiano, era stato amico e collaboratore di Dossetti e pure di don Zeno, il fondatore di Nomadelfia, e infine dalla parte di Aldomoro (sì, proprio così, come si diceva a Rocca o Zocca, Aldomoro), “uno statista”. Del fratello Giulio si sa: economista, parlamentare nell’Ulivo, consigliere di Romano Prodi.

I tratti per ricordare

Marco Santagata non è più con noi, ma la morte di una persona può restituire vivi i tratti: il viso tondo, i grandi baffi e sotto i baffi il sorriso, nelle lunghe chiacchierate durante le quali si poteva dire di tutto, imparando sempre qualcosa.