Addio a don Carlo Carlevari, prete operaio. Licenziato dalla Fiat

Sarebbe stato ricordato con grandi titoli, in altri tempi. E’ un prete: Don Carlo Carlevaris. Un prete speciale, un prete operaio, tra i primi in questa singolare e quasi scomparsa categoria. E’ morto a 92 anni all’ospedale Cottolengo di Torino. Aveva avuto un momento di notorietà nel 1962, quando era cappellano negli stabilimenti Fiat. L’azienda lo aveva licenziato considerandolo in qualche modo poco ligio alla filosofia aziendale. Ad esempio difronte alla cacciata degli operai comunisti “per poter avere le commesse americane”, come aveva raccontato nel 2008 a Paolo Griseri su “Repubblica”, aveva esclamato: “Da quale parte deve schierarsi un prete se non con gli ultimi?”.

Non solo. Aveva rievocato un pellegrinaggio a Lourdes organizzato dall’azienda nel 1958. “Alla processione che raggiungeva la grotta c’erano tremila operai in tuta bianca che sventolavano grandi bandiere della Fiat. Dietro gli stendardi, in prima fila, c’ erano Valletta e Agnelli. Così pensavano di cristianizzare la fabbrica. Al ritorno denunciai quelle ambiguità”.
Cosicché da cappellano era diventato sindacalista della Cisl, con un cardinale, Michele Pellegrino, che lo aveva incontrato e riconosciuto, tanto da chiamarlo, nel 1971, alla collaborazione della stesura della lettera pastorale “Camminare insieme”.

Aveva trascorso i suoi ultimi anni, in una soffitta nel quartiere di San Salvario, “in una casa dove la pulsantiera del citofono pullula di Mohammed”. Ovvero in mezzo agli immigrati, nuovi ultimi. Aveva scritto su “La Voce del Popolo” nel 2007: “Non ho consigli da dare. Cerco ancora di imparare a vivere questa stagione, l’ultima della vita, in fedeltà alla scelta iniziale: stare tra la gente, lottare con chi lotta, difendere e servire i poveri. A dirla tutta sono contento di vivere questi ultimi anni nella soffitta di San Salvario con i neri, i musulmani e le prostitute all’angolo che mi salutano con un sorriso. C’è ancora qualcosa da fare. Auguro a tutti la scoperta dei poveri, dei deboli, degli ultimi”.
Non è stata un’esperienza solitaria. Altri preti operai, emergevano, in quegli anni di grandi lotte, di grandi trasformazioni, a Torino e in altri centri industriali. In una rivista ancora viva (http://home.pretioperai.it) si racconta come il primo prete operaio italiano, seguendo un’esperienza suggerita soprattutto dalla Francia, fosse stato Bruno Borghi (1922-2006), amico di Don Milani. Operava alla Nuovo Pignone di Firenze nel 1950, nonostante il divieto di Pio XII. Era stato costretto però alla fine ad abbandonare il sacerdozio. L’ultimo dato, riportato dalla rivista, risale al 1993 e segnala la presenza di 110 Preti operai.

Aveva commentato l’appena scomparso Don Carlo Carlevaris: ”Il rischio vero è che, nella società italiana, il faro della chiesa si spenga. Il numero dei sacerdoti diminuisce e i pochi rimasti sono costretti a una vita difficile: spesso hanno solo il tempo di dire le messe e celebrare i funerali. Molti pensano che in queste condizioni fare il prete operaio sia diventato un lusso”.
Un altro di questi sacerdoti con la tuta blu, Gino Chiesa, della diocesi di Alba, ora in pensione, ha testimoniato che per i preti operai l’essere andati al lavoro ha significato il tentativo di liberarsi – e di liberare la figura del prete – da un’aura di sacralità e di potere, andando a incontrare le persone là dove vivono e faticano. “Per fare questo deve imparare il linguaggio del tempo, oggi soprattutto, purtroppo, il linguaggio del non lavoro. Nel nostro tempo non sarebbe più possibile fare il prete operaio, perché non c’è più lavoro”. Una considerazione amara che spiega le difficoltà di tutti coloro che con vesti diverse, anche quelle dei sindacalisti, ambiscono ad operare in un mondo del lavoro spesso devastato.


Eppure c’è chi non si rassegna. Come coloro che tengono in vita la rivista “Preti operai”. Qui leggiamo tra le molte testimonianze quella di don Roberto Fiorini. E’ una riflessione (“Dolore operaio”) su una delle tragedie dei nostri tempi, la catena di morti sul lavoro. Scrive: “È una strage al rallentatore, ma continua e senza soste, sulla quale grava il silenzio…. D’altra parte è questa cultura d’impresa che è stata sostenuta dalle politiche dei governi, in Italia come in Europa, con la progressiva riduzione dei diritti delle persone negli ambienti di lavoro, anche del diritto di vivere, sempre più in balia del dominio delle imprese”.
Ecco quanti si affannano giustamente a discutere sugli errori della sinistra, sulla possibilità di ritrovare un’identità dovrebbero riflettere anche su queste esperienze. E trarne un insegnamento, una capacità di ascolto.