In Germania l’incognita
della base SPD

È finita l’era Schäuble. È questa la novità più importante che è uscita dall’ultima, faticosissima maratona per la costituzione della terza groβe Koalition tra la SPD e i due partiti democristiani in Germania. Wolfgang Schäuble, l’uomo che negli ultimi anni è stato il protagonista, quasi l’emblema, dell’austerity imposta non solo ma soprattutto da Berlino all’Europa esce di scena. Il suo posto alla guida del ministero delle Finanze verrà preso da un socialdemocratico, probabilmente l’attuale borgomastro di Amburgo Olaf Scholz.

L’uscita di scena del superfalco dei conti-in-ordine-punto-e basta configura una svolta vera nella politica economica e nella politica europea di Berlino? Si vedrà. Certo è che la SPD può rivendicarla come tale, anche se da settimane giravano voci intorno all’intenzione di Schäuble di ritirarsi comunque. Tanto più che nel tira-e-molla sull’attribuzione dei ministeri che si è chiuso all’alba di mercoledì, dopo tre rinvii rispetto al termine “ultimativo” che era stato fissato a domenica scorsa, il partito di Martin Schulz esce molto meglio di come poteva sembrare all’inizio. Al ministero degli Esteri, ad ereditare la poltrona che era dello scialbo Sigmar Gabriel, andrà proprio lui, Schulz, che lascerà la presidenza del partito ad Andrea Nahles, la vicepresidente che molto lo ha aiutato a vincere le resistenze della sinistra del partito e degli Jusos nel congresso del tormentato sì alle trattative con la CDU/CSU. E inoltre i socialdemocratici si prendono un altro ministero pesante per loro e per il loro elettorato decisamente significativo, quello del Lavoro e del Welfare. Senza Schäuble alle finanze e con Schulz, il più convinto europeista sulla scena politica tedesca, già presidente del parlamento europeo e candidato dei socialisti alla presidenza della Commissione, le condizioni per un mutamento positivo del rapporto di Berlino con Bruxelles e con le cancellerie dell’Unione (Roma in testa) ci sono. Resta da vedere se verranno tradotte in fatti.

E però le soddisfazioni per i socialdemocratici tedeschi rischiano di finire qui. La scelta di accettare la riedizione della groβe Koalition è comunque una sconfitta per la dirigenza del partito che, Schulz in testa, all’indomani della batosta del voto del 24 settembre aveva giurato che mai e poi mai avrebbe cercato accordi con i conservatori e sarebbe stata invece all’opposizione. Il congresso straordinario di Bonn, convocato per sancire il radicale cambiamento di linea, ha mostrato lacerazioni drammatiche, testimoniate dall’appello lanciato, quasi in lacrime, dalla fu pasionaria degli Jusos Nahles ad accettare il sì in nome della ragion di Stato (e di partito, almeno secondo lei).

E ora c’è da superare l’ultima prova, che potrebbe essere tutt’altro che indolore. L’entrata nel governo dovrà comunque essere sottoposta a un referendum tra i quattrocentomila e rotti iscritti alla SPD. La sinistra del partito e gli Jusos hanno tutta l’intenzione di riprendere la battaglia che hanno perduto al congresso e nessuno, oggi come oggi, può essere sicuro che i rapporti di forza non verranno rovesciati da una base in cui le scontentezze sono profonde e per niente taciute. Molto dipenderà dal modo in cui, nelle prossime ore e nei prossimi giorni, si potranno giudicare gli esiti concreti del lungo e penoso negoziato con la CDU/CSU.

Sulla politica fiscale, la SPD non è risuscita ad ottenere un aggiustamento che limitasse, almeno, il divario tra i redditi che sta diventando, in Germania, davvero drammatico e questo sicuramente alla base non piacerà. In fatto di mercato del lavoro, i socialdemocratici si erano battuti per l’introduzione di garanzie contro i licenziamenti senza giusta causa, ma, in attesa di conoscere i dettagli dell’intesa, non pare che abbiano ottenuto molto, così come in fatto di limitazione dei contratti a tempo determinato. Ma quello che forse avrà un peso determinante è la qualità del compromesso che sarebbe stato trovato (ma ancora non si capisce bene come) in materia di riforma del sistema sanitario. La SPD ha insistito molto, specie nelle ultime settimane, sulla necessità di correggere quella che viene definita la Zwei-Klassen-Medizin, ovvero le differenze che, in fatto di costi e di qualità delle prestazioni sanitarie, esistono tra i cittadini con l’assicurazione pubblica e quelli coperti dalle assicurazioni private. Queste differenze sono diventate scandalose specie per quanto riguarda le cure contro il cancro. I medici che vengono pagati con le tariffe private, più alte, tendono a privilegiare i pazienti privati a scapito di quelli coperti dalle mutue pubbliche.

L’argomento – si capisce bene – tocca particolarmente la sensibilità dell’elettorato di sinistra. Oltre a riguardare la sorte delle persone malate, riguarda la giustizia sociale. La Zwei-Klassen-Medizin è un ennesimo segnale delle diseguaglianze che stanno crescendo all’interno della società tedesca.

C’è infine un altro aspetto che condizionerà l’orientamento della base socialdemocratica. Se la SPD ha ottenuto un buon risultato in fatto di poltrone ministeriali, altrettanto può dire il partito bavarese della CSU, orientato decisamente più a destra rispetto alla CDU di Angela Merkel. Il leader socialcristiano Horst Seehofer dovrebbe assumere il ministero federale dell’Interno che verrebbe “rinforzato”. Non si capisce in che cosa consisterebbe questo “rafforzamento”, ma ci sono ottimi motivi per essere diffidenti. Nella Repubblica federale molte funzioni pubbliche, a cominciare dalle polizie e dai servizi di sicurezza, sono gestite a livello dei Länder pur se esistono organismi centrali dipendenti dal governo federale. Una limitazione dei poteri dei governi regionali a favore di Berlino potrebbe avere spiacevoli contraccolpi sull’equilibrio costituzionale.

La CSU ha posizioni decisamente meno liberali della SPD e anche della CDU in materia di politica della sicurezza, di tutela dei diritti civili, e, soprattutto, nei confronti dell’immigrazione e delle concessioni del diritto di asilo. Nel prossimo settembre in Baviera sono previste elezioni nelle quali, insidiata a destra da Alternative für Deutschland, la CSU potrebbe perdere la maggioranza assoluta con cui governa il Land da decenni. Nella dichiarata speranza di fare argine ad AfD Seehofer nelle lunghe trattative delle settimane scorse è riuscito ad imporre che Frau Merkel indicasse un tetto (200 o 220 mila) al numero dei rifugiati che la Germania accoglierebbe, violando così anche l’impegno preso con la UE alla ricollocazione dei profughi che si trovano in Italia e in Grecia, e che venisse fissato un limite anche al numero dei ricongiungimenti familiari.

È difficile dire quanto questo spostamento a destra in materia di immigrazione potrà influire sull’orientamento della base socialdemocratica. Certamente influirà sull’equilibrio politico del paese. Le esperienze del passato e il buon senso suggeriscono che le pulsioni di estrema destra non si sconfiggono inseguendole, ma combattendole con la chiarezza delle proprie posizioni. Ma è una lezione che neppure in Germania appare chiara a tutti.