Abracadabra detto Shazam
così si riconosce la musica

E dunque, Apple ha comprato anche Shazam, la società britannica nota per il suo sistema di riconoscimento di contenuti audio. Milioni di possessori di smartphone hanno scaricato l’app omonima e l’hanno usata per scoprire il titolo di qualche brano musicale che stavano ascoltando: secondo dati forniti dalla stessa azienda nel 2016, le app di Shazam (su varie piattaforme) sono state scaricate un miliardo di volte e gli utenti hanno eseguito – da quando l’app è disponibile – trenta miliardi di “Shazam” (il singolo atto di riconoscere un brano). “Shazam”, per inciso, è più o meno equivalente ad “abracadabra” o a “voilà”, e si pronuncia con la zeta dolce di “zero” e l’accento sull’ultima “a” (shazàm). È anche il titolo (con un punto esclamativo alla fine) di un pezzo strumentale di Duane Eddy e Lee Hazlewood che fu in testa alle classifiche nel 1960, e del quale gli Shadows incisero una cover nel 1963. Ho provato a cercare “Shazam!” di Duane Eddy su YouTube, ho attivato Shazam sul mio telefonino Android, e nel giro di pochi secondi sullo schermo è apparso il titolo, insieme a una serie di indicazioni: “ascolta” o “acquista” su Google Play Musica, “condividi” su Facebook, Whatsapp, Gmail e altri canali, “ascolta” su Deezer, Spotify, Apple Music, un link a un video su YouTube (lo stesso che stavo ascoltando), più vari rimandi alla discografia di Duane Eddy, ad artisti “simili” consigliati (i Turtles???), e altro ancora (ad esempio, il testo della canzone, ma non è questo il caso).

Come funziona? Shazam preleva un campione di suono attraverso il microfono dello smartphone (gli basta una decina di secondi), ne esegue rapidamente uno spettrogramma, all’interno del quale vengono identificati dei punti caratteristici nei domini della frequenza e del tempo (mi perdonino gli informatici musicali: per chi vuole dettagli più precisi suggerisco il sito http://coding-geek.com/how-shazam-works/). Questi punti costituiscono quella che i tecnici di Shazam chiamano un’“impronta digitale” di quel brano, che viene trasmessa al server centrale e confrontata con un archivio di milioni di brani (e delle loro “impronte digitali”). Il processo è evidentemente rapidissimo, e se l’impronta viene riconosciuta le informazioni sul brano vengono ritrasmesse allo smartphone.

La tecnologia è simile a quella che già una ventina di anni fa era utilizzata dal Radiocontrol, un sistema di rilevazione degli ascolti radiofonici: in quel caso l’archivio era costituito dalle registrazioni di ciò che le stazioni radio aderenti alla ricerca avevano trasmesso. Nel caso di Shazam, l’archivio è costituito da “più di undici milioni di canzoni”: così dice Wikipedia (consultata il 23 dicembre 2017), ma il sito di Shazam non riporta più questa informazione. In effetti, per chi opera in questo settore, uno dei problemi principali è costituito proprio dalla possibilità di accedere alla maggior quantità possibile di dati, perché se una canzone non è nell’archivio il programma non la riconoscerà: e si sa che Spotify offre circa trenta milioni di brani e iTunes circa ventisei milioni, quindi se l’archivio di Shazam contenesse ancora “solo” undici milioni di brani, circa due terzi del repertorio di Spotify non verrebbero riconosciuti. Del resto, è facilissimo far fallire Shazam: basta fargli ascoltare della musica dal vivo (anche la trasmissione in diretta di un concerto), o un qualunque disco analogico che non sia mai stato digitalizzato, o la registrazione di una produzione domestica o indipendente che non sia mai entrata nel grande circuito della musica “liquida”. Shazam è velocissimo, ma non ha intelligenza musicale: se ascolta il primo movimento della Quinta di Beethoven non riconosce il famoso ta-ta-ta-taaa, ma solo una delle registrazioni esistenti presenti nell’archivio.

Esistono applicazioni capaci di riconoscere una melodia anche solo cantata o fischiettata dall’utente (o suonata su una tastiera collegata a un computer), come Midomi o Musipedia, ma non sono altrettanto efficaci quanto Shazam lo è nell’identificare una registrazione commerciale. Come insegnante di storia della musica da qualche anno mi sono reso conto della popolarità di Shazam fra i miei studenti: ogni volta che faccio ascoltare qualcosa che li interessa e che non conoscevano vedo benissimo che puntano i telefonini verso la cattedra e attivano Shazam (è noto agli insegnanti che gli studenti agiscono pensando di non essere visti, come i detective delle serie poliziesche quando osservano i sospetti attraverso lo specchio). Potrei anche dire che l’interesse delle mie lezioni si possa misurare in “Shazams” all’ora. Si capisce, quindi, perché Apple abbia voluto comprare la società: già prima dell’acquisto pagava un corrispettivo a Shazam per ogni utilizzo che portasse a un download a pagamento, e ora avrà uno strumento in più per controllare il mercato della musica digitale. Non solo: il sistema può essere usato anche per riconoscere trasmissioni televisive, film, annunci pubblicitari. E del resto, l’esistenza di Shazam ha già influito sullo stile delle trasmissioni radiofoniche, rendendo superflui (almeno, così pensano i programmatori) gli annunci e i disannunci. Tanto uno usa Shazam, sempre che faccia a tempo a tirare fuori il telefonino prima che la canzone finisca!