A Roma serve
un partito dell’interculturalità

A Roma c’è un fermento di iniziative di accoglienza e solidarietà con i migranti, non solo nelle scuole. Agiscono grandi e piccole associazioni, enti, fondazioni, alcune ben strutturate, altre più improvvisate, di ispirazione religiosa e di volontariato sociale, autogestite oppure sostenute dalle amministrazioni, radicate nei quartieri oppure di livello cittadino e internazionale.

Possiamo stimare l’impegno di almeno centomila romani nel volontariato. E la cifra potrebbe salire a mezzo milione considerando anche le persone bendisposte verso i migranti nelle ordinarie relazioni di lavoro, di studio, di vicinato; ma si potrebbe stimare la cifra di almeno un milione di romani se includessimo l’opinione pubblica favorevole.

Sono rispettivamente gli attivisti, i sostenitori e gli elettori di un potenziale partito immaginario dell’interculturalità. So bene che non hanno alcuna intenzione di diventare un partito, e poi la politica di oggi non è fatta di questa pasta. Ma proprio l’inattualità dell’espressione esprime una potenzialità: se tutte le persone impegnate nelle migrazioni avessero davvero una voce unitaria, un progetto e un’organizzazione costituirebbero una forza irresistibile, di gran lunga più convincente dei partiti attuali, e capace di travolgere la xenofobia(…)

Un riconoscimento reciproco

Roma sarebbe più povera, più disabitata, più anziana, più chiusa senza i suoi circa 400 000 immigrati ormai inseriti nel lavoro, nel commercio e nei quartieri. Ha cominciato tardi e male, ma ormai è avviata a diventare una città multiculturale, come è stata quasi sempre nella storia e come sarà certamente in futuro. Il processo avviene in profondità, non è raccontato nel discorso pubblico, anzi il circo politico-mediatico sposta l’attenzione sull’emergenza degli sbarchi. E così la più profonda trasformazione di questo secolo viene gestita come un’emergenza quotidiana.

Nel buon senso popolare, però, è in atto un riconoscimento reciproco di lingue, di culture e di differenze. A differenza dei ruspisti da talk-show, molte persone di borgata hanno conosciuto la povertà e non l’augurano al migrante, anzi se possono gli porgono una mano. Inoltre, hanno una «mente mediterranea» che le accomuna, nel bene e nel male, con gran parte degli stranieri. Le badanti aprono le finestre delle case di borgata ai diversi costumi del mondo. I matrimoni misti con un coniuge extraeuropeo, il 12% del totale, consolidano imprevedibili storie d’amore. Nelle religioni torna la molteplicità dei riti, come nella città antica. Nel commercio sono generalmente apprezzate le differenze dei consumi multietnici e dei tempi di apertura, anche se non manca la diffidenza per la concorrenza con i commercianti italiani ; nel lavoro i migranti che arrivano nella capitale sono più istruiti di quelli che si dirigono nelle altre regioni italiane (51% contro 38% con almeno il diploma) e hanno determinato l’aumento dell’occupazione nel decennio; la percentuale delle imprese promosse dai migranti (13,7%) è superiore alla loro quota in rapporto alla popolazione (12,8%) . Nelle arti si diffondono creative contaminazioni, per esempio quelle di teatro, musica, rap e hip-hop promosse dai giovani dall’associazione Matemù . Con la musica etnica torna la melodia nelle strade di periferia, riempiendo il vuoto lasciato dagli stornelli popolari. Tra i giovani l’attività sportiva e l’immedesimazione verso i campioni romani – Totti sopra tutti – sono veicoli di socializzazione e di apprendimento della lingua, come dimostra l’associazione Liberi Nantes che ha rivitalizzato il campo sportivo XXV Aprile, costruito a suo tempo dai comunisti di Pietralata(…).

Allora perché si dice che è una città razzista? È apparsa così in seguito alle rivolte contro i rom e gli stranieri che hanno occupato per mesi le prime pagine dei giornali e delle televisioni. I fatti gravissimi – il più orribile è stato il pane dei migranti calpestato a Torre Maura – hanno riguardato i comprensori delle case di proprietà pubblica. La gestione dell’Ater e del Comune è il settore più malgovernato della città.Sono le iperperiferie per i livelli più alti di diseguaglianza nella scolarità, nel reddito e nell’occupazione rispetto ai quartieri circostanti . Da molti anni si è accumulato il disagio materiale e sociale e un forte risentimento verso le istituzioni. Non è difficile quindi per un gruppo di squadristi accendere una miccia, incendiare la protesta e chiamare le telecamere per organizzare il racconto di una città razzista.

La destra ha investito in paura

La destra ha investito molte risorse comunicative per suscitare la paura dello straniero, riuscendo così a riconquistare i consensi perduti in seguito al fallimento delle sue ricette economiche e alla disfatta del berlusconismo.

È riuscita a imporre la narrazione unica dell’invasione, come una cornice, un frame , che spiega tutti i fenomeni e cattura anche le opinioni di chi non la condivide. Il suo successo deriva da due vantaggi, uno comunicativo e l’altro politico.

È convincente perché la forma del frame coincide con la logica intrinseca dei media che privilegiano l’eccezione e la drammatizzazione rispetto all’ordinario. Infatti, pur con diversi orientamenti culturali, essi parlano allo stesso modo di migrazioni: nelle prime pagine dei giornali sono apparse il 51% di volte nella versione delle «invasioni», mentre solo il 9% come processi profondi di integrazione(…)La percezione del numero di immigrati in Italia supera di tre volte la dimensione reale, come accade solo in Ungheria e Polonia . È la Caporetto dell’informazione sulle migrazioni.

La xenofobia viene dall’alto, non è frutto dello spontaneismo sociale. Certo, è alimentata dal disagio economico, si avvale di pulsioni antropologiche, si serve di atavici stereotipi. Non mi sfugge che oltre la generosità popolare di cui ho detto sopra, c’è anche la tendenza opposta del capro espiatorio come espressione dell’odio dei penultimi nei confronti degli ultimi. Ma tutti questi istinti sociali sono assemblati in una costruzione prettamente politica.

Manca una narrazione alternativa

E in questa dimensione c’è il secondo vantaggio per la destra: la sua propaganda non è contrastata da alcuna narrazione alternativa. Perché è ancora immaginario il partito dell’interculturalità e opera solo per buone pratiche, senza avere la forza di influire sul discorso pubblico. Questo, nel frattempo, dovrebbe essere compito della sinistra, la quale da quando ha superato le vecchie ideologie, ha smarrito anche la capacità di orientare il senso comune. Di conseguenza si limita a chiosare il frame vincente, ma così finisce per rafforzarlo, mentre potrebbe scalzarlo solo con un diverso discorso popolare.

La maggioranza dell’opinione pubblica, per esempio, se bene informata, sarebbe favorevole a dare la cittadinanza italiana ai giovani figli dei migranti che studiano nelle nostre scuole, giocano, cantano, e parlano italiano. Ma nessuno a sinistra si è mai speso per elaborare una comunicazione efficace. Il ricorso al latinorum dello ius soli o ju sculturae dice tutto sulla sterilità del messaggio. E così i nostri parlamentari si ritraggono quando si tratta di approvare la legge, con la scusa dei sondaggi, ma senza aver fatto nulla per modificarli.

A forzare la decisione potrebbero essere le città. Il Campidoglio dovrebbe conferire in via amministrativa la cittadinanza onoraria alle ragazze e ai ragazzi nati in Italia o che frequentano le scuole dell’obbligo, seguendo l’esempio di Napoli . Ancora meglio, Roma sarebbe davvero capitale del Mediterraneo se proponesse a tutte le città del bacino l’iniziativa comune di riconoscere la cittadinanza onoraria ai migranti.

Questo brano è tratto da “Roma come se” di Walter Tocci, Donzelli editore