Su Abraham Lincoln
e sulle parole
che lasciano il segno

La stima (per le cose che dice da sempre) e la riconoscenza (per la profondità con cui le dice) che mi legano da anni, da semplice lettore, al pensiero e alle parole di Nadia Urbinati non possono impedirmi, per una volta, di obiettare.

Nel suo pezzo del 27 marzo su questo giornale, dal titolo Troppe parole che non lasciano il segno, la Urbinati afferma una luminosa verità. Le parole con le quali tutti noi accompagniamo la tragedia planetaria di cui siamo testimoni, ed in primis le parole di chi scrive e chiede di essere letto, devono essere parole capaci di lasciare il segno.

Condivido totalmente l’interrogativo che lei pone e con il quale chiama in causa innanzitutto se stessa: “mi sono allora chiesta, come potrebbe essere la retorica dei momenti tragici, come inanellare le parole che devono comunicare, subito, forza d’animo a chi vive nella costrizione e nella sofferenza. Abbiamo bisogno di discorsi schietti, che parlino alla ragione perchè sanno parlare al sentimento (…); che non facciano giri lunghi di parole, che non imbastiscano argomenti impliciti. Cerchiamo discorsi che offrano quel che promettono”.

Una fallace illusione

La lunga citazione di Lincoln mi lascia però piuttosto perplesso. E non mi sembra la più perfetta e la più calzante ai fini del discorso in premessa. La butto lì: il discorso a braccio del Presidente Sandro Pertini all’indomani del terremoto in Irpinia, con la sua accorata passione, la sua schiettezza di modi, la sua ferma denuncia delle inadempienze e dei ritardi nei soccorsi, la sua commossa partecipazione al dolore, la sua richiesta di provvedimenti e di comportamenti istituzionali all’altezza del compito (fermissime le sue parole nel giustificare la rimozione dall’incarico del prefetto di Avellino o nell’invocare il carcere per gli speculatori) mi sembrano un modello di comunicazione istituzionale che ‒ per quanto sostanzialmente inascoltato, anche nel caso specifico ‒ appare più in linea e più consonante con la premessa e le tesi della Urbinati, rispetto al lontano discorso di Abramo Lincoln.

Vorrei provare a spiegare perché penso che quel discorso di Lincoln non corrisponda all’esigenza invocata di pronunciare o scrivere parole che lascino il segno e non siano vuota retorica. Sulla Guerra civile americana esiste una bibliografia molto vasta, e a volerla vedere con gli occhi di Lincoln, bisognerebbe cominciare col dire che fu lui, da Presidente della nazione, a nutrire assieme al suo stato maggiore la fallace illusione che il conflitto potesse concludersi “prima del cadere delle foglie d’autunno”, con tutte le nefaste conseguenze del caso in termini di sottovalutazione delle conseguenze di un conflitto che, lungo l’arco di quattro anni, avrebbe provocato circa 600mila morti e 400mila feriti.

Due imperdonabili omissioni

Ma è proprio quel discorso di Lincoln, che la Urbinati assume a modello, che a me sembra pervaso – al netto della sua incontestabile potenza oratoria – di dimenticabile retorica (i morti onorati), nonché, soprattutto, costruito attorno a due imperdonabili omissioni.

La prima omissione concerne natura e carattere della guerra civile americana. Un conflitto che a me appare in tutta la sua devastante potenza di conflitto per la supremazia di un modello economico su un altro. Da un lato il modello moderno, proiettato al futuro, industriale, capitalistico-intensivo, urbanizzato, incarnato dagli Stati del nord; dall’altro quello agricolo estensivo, patriarcale, tradizionale, incarnato dal sud. Il lento processo di secessione degli Stati del sud, iniziato in modo più o meno strisciante negli anni precedenti il conflitto, ad un certo punto giunse a minacciare la supremazia del modello nordista e le fondate ambizioni di potenza globale che quel modello cominciava a generare. La guerra al sud fu (lo dico sommariamente) il modo per affermare il solo modello politico-economico in grado di assicurare agli Stati Uniti la successione ai decadenti imperi coloniali d’Europa nella leadership mondiale.

La seconda omissione che si compie dentro la retorica del discorso del “Grande padre bianco di Washington”, mi sembra ancora più grave ed indifendibile. “Or sono sedici lustri e sette anni che i nostri avi costruirono su questo continente una nuova nazione, concepita nella Libertà e votata al principio che tutti gli uomini sono creati uguali”. Leggo questo incipit e non mi capacito. Non che Lincoln non avesse ragione dal suo punto di vista. Ottantasette anni prima del suo discorso, nel 1776, gli Stati Uniti avevano firmato la loro dichiarazione di indipendenza. Peccato che quella grande nazione sia nata sulle ceneri di uno dei più eclatanti genocidi della storia.

Erano cinquecento le nazioni indiane che abitavano, libere, il continente americano prima che arrivasse la civiltà bianca. Ai superstiti ‒ confinati in riserve miserabili e più o meno assistiti e sovvenzionati dalla carità pubblica americana, non il massimo del welfare ‒ qualche corte di giustizia americana, in ritardo di un secolo, sta restituendo da qualche anno un po’ dell’onore, delle terre e della ricchezza che vennero loro sottratte con la violenza e l’inganno sistematico, sotto l’ala compiacente, quando non complice, dei poteri costituiti. La triste storia dell’Indian Trust Found e della gestione rapinosa che ancora nel ‘900 di esso è stata fatta, è lì a darne l’ultima dimostrazione.

Il crudo realismo della storia, il diritto del più forte a riscriverla e il principio di necessità, mi guidano a comprendere il senso delle parole di Lincoln, ma non ad assumerle a parametro. So bene cosa lui intenda quando parla di una nuova nazione, concepita nella libertà e nell’uguaglianza, ma non posso assumere quelle parole a modello di ciò che oggi dovremmo dire e fare.

Nel 1863, quando Lincoln pronuncia quel discorso, l’epopea indiana è ancora lungi dal suo epilogo drammatico. Per dirne una, il massacro di donne e bambini a Sand Creek, all’ombra dell’ennesimo accordo di pace mai rispettato, si consumerà giusto un anno dopo quel discorso, Lincoln ancora Presidente.

Dunque, ha ragione Nadia Urbinati nel pretendere in questo tempo di angoscia, e per il futuro che ci attende, parole che lascino il segno. Ma suggerirei, se mi è permesso, di scegliere altri personaggi. Scegliamoci Pertini, Mazzini, Cavour, Gramsci, Croce, Robert Kennedy, Marthin Luther King, Mandela… E ciascuno potrà, se vuole, aggiungere altri nomi.

Seattle

Se diciamo “Seattle” chi conosce la geografia penserà alla città dello Stato di Washington, i più sofisticati a Microsoft e Amazon, mentre nessuno penserà al grande condottiero indiano. Seattle, capo dei Suquamish, nato nel 1786, firmatario del Trattato di Fort Elliott nel 1855, morto nel 1866, giusto un anno dopo Lincoln.

A capo Seattle, come ricorda benissimo Jean Pictet nella sua storia degli indiani d’America, proprio all’atto della sua resa definitiva e della reclusione in riserva del suo popolo, si devono queste parole: “ogni particella di questa terra è sacra per il mio popolo. Ogni ago di pino lucente, ogni riva sabbiosa, ogni brandello di nebbia nei boschi oscuri. Ogni radura e ogni ronzio d’insetto è sacro nel ricordo del mio popolo. (…) Noi siamo una parte della terra ed essa è parte di noi. I fiori profumati sono nostri fratelli; il cervo, il cavallo, la grande aquila sono nostri fratelli. Le creste rocciose, i succhi dell’erba, il calore dei mustang e l’uomo: tutti appartengono alla stessa famiglia (…). La notte degli indiani promette di essere oscura. Non una sola stella di speranza si leva al loro orizzonte. (…) Qualche luna ancora, e non ci sarà più un solo discendente di questo popolo, un tempo possente, per onorare le tombe dei morti. Uomini bianchi, il tempo del vostro declino è forse lontano, ma altrettanto certo

Queste sono parole che lasciano il segno.