A Napoli il chiostro degli artigiani
dove si impara la bellezza

Ci sono molte Napoli, c’è “’na carta sporca” di cui “ nisciuno se ne importa” e la Napoli  “ mille culure” e “ mille paure” come cantava Pino Daniele. C’è la città borghese e quella dei ricchi da cui la fame e la miseria, il terreno di coltura più fertile della camorra, sono lontane anni luce. C’è il lungomare e i vicoli, ci sono i quartieri antichi dove chiese e palazzi con gli occhi vuoti per l’assenza di abitanti,  edifici sconosciuti ai più, sono rimasti unici a tenere insieme un tessuto sociale che negli anni si è andato sgranando. Un esodo continuo alla ricerca di un lavoro, a cercare fuori città la possibilità di non chiudere attività produttive e commerciali, a investire fuori, a studiare altrove.

Ma c’è chi “se ne importa” di Napoli. La prova è in un’iniziativa partita nel 2012 come restauro dell’edificio e del chiostro adiacente alla chiesa di Santa Caterina a Formiello, nella zona di Porta Capuana, a due passi dal vecchio Tribunale, a poche centinaia di metri dal museo Madre. Un’opera che da subito non è stata solo recupero delle strutture e degli affreschi ma anche dell’operosità che le aveva contraddistinte nei secoli. Portata avanti, per ora, con fondi privati e una campagna di crowdfunding.

Ci hanno abitato i monaci celestini tra queste mura, e poi le monache agostiniane che nel’500 producevano nell’orto le erbe per la farmacia della Chiesa, e i frati domenicani. E qui trovò la sua sede il lanificio militare nato per approntare le divise durante la dominazione borbonica e fallito dopo l’unità d’Italia, poi un centro commerciale all’ingrosso, per arrivare poi alla decadenza e all’abbandono. In questo luogo, dunque,  c’era già una destinazione produttiva che ora il progetto di recupero ha voluto riproporre in forme e modi diversi. Fornendo spazi agli artigiani la cui creatività si sta perdendo nella solitudine che deriva dalla mancanza di progettualità, di spazi ed anche di eredi. Ma anche un luogo per mostre e per attività culturali e di svago. Creando un centro in cui la domanda di architetti, artisti e creativi di tutto il mondo possa avere risposte adeguate e sia in grado di soddisfare le richieste di committenti pubblici e privati.

“Accade che gli artigiani facciano oggetti brutti per mancanza di creatività e di capacità di aggiornarsi” spiega l’architetto  Antonio G. Martiniello, fondatore dello Studio Keller, che ha curato il progetto architettonico e la supervisione dei lavori di ristrutturazione in accordo con l’Accademia di Belle Arti. “Noi vogliamo fare incontrare le idee di chi ha avuto la possibilità di guardare oltre gli orizzonti limitati con le capacità degli artigiani napoletani. E dando spazio ad essi vogliamo dare una scuola, e poi una possibilità di lavoro, ai giovani che si trovano a confrontarsi con la realtà davvero dura di questa città”. Ragazzi napoletani ma anche immigrati attraverso la collaborazione con la Cooperativa sociale Dedalus che è già un punto di riferimento di disagi e speranze dei giovani che in questa città ci sono nati o, di prima o seconda generazione che siano, qui hanno portato la richiesta di un futuro migliore. L’obbiettivo è quindi quello di una rivalutazione dell’artigianato in tutte le sue forme dalla tappezzeria alla ceramica, dalla fabbrica di scarpe all’officina in modo da recuperare la capacità degli anziani e creare una nuova forza lavoro altamente specializzata. “All’interno del Lanificio vogliamo creare una vera e propria scuola di formazione”. La fantasia si alimenta con la conoscenza. Si spera possa esserlo per tanti ragazzi.

Un’operazione ambiziosa e costosa. “Ho molti metri quadri e pochi euro” dice sorridendo Martiniello che fin dall’inizio ha avuto ben chiaro che in una vicenda come questa i compagni di viaggio dovevano essere molti e diversi. E allora è partito il censimento dei locali a piano terra dell’intera zona. Quelli -pochi- ancora adibiti a bottega, quelli rimasti vuoti, i bassi in cui abitano i più poveri per creare contaminazione e confronto. L’indagine sul quartiere viene condotta in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti e con Dedalus. Poi il coinvolgimento delle istituzioni. La Regione Campania dovrebbe intervenire per i corsi di formazione. Al Comune sono state chieste agevolazioni sulle tasse in attesa che la ripresa a regime delle attività produttive porti un diverso benessere “Bisogna che tutti si rendano conto che recuperare un metro quadrato, qualunque sia la zona in cui avviene, porta vantaggio a tutta la città. Cresce Porta Capuana, migliora anche Posillipo. Tutte le strade debbono portare a qualcosa di vitale, nessuno spazio deve restare vuoto”.

Un progetto ambizioso? Certamente. Che va oltre il desiderio di mescolare i linguaggi e le capacità, di recuperare arti che si stanno perdendo e dare un lavoro ai giovani. “io credo che il nostro sia un format esportabile in tutto il Mediterraneo” dice Martiniello, 47 anni, che è stato un “cervello in fuga” per qualche anno, in Austria, a Graz e poi in Israele e  poi ha scelto di tornare a Napoli,  dove si era laureato a 23 anni alla Federico II, decidendo di dedicarsi alla  architettura sociale e alla rigenerazione urbana. Il progetto per piazza del Carmine e la zona del Mercato,  gli interventi per i comuni del cratere del terremoto in Abruzzo, con la consapevolezza  che preservando la memoria dei luoghi si può sviluppare ricchezza. “Se fossi rimasto al mio paese, Cimitile, nell’entroterra campano forse mi sarei occupato di progetti per l’agricoltura. Certamente in prospettiva.  Invece ho deciso di lavorare al recupero di  luoghi meravigliosi e abbandonati”.

Come il chiostro e gli altri locali restaurati in cui si avvicendano mostre e installazioni (a  Made in Cloister hanno esposto Laurie Anderson e Tadashi Kawaramata che ha portato “The Shower”) ma c’è anche un bar e un ristorante. In questi locali troverà la sua sede napoletana una delle mense sociali ideate dallo chef Massimo Bottura in cui i grandi della cucina servono alle persone in difficoltà i cibi invenduti dei supermercati. Al progetto collaborerà Mimmo Paladino che già ha lavorato con Bottura realizzando il portale  del Refettorio Ambrosiano. Ogni domenica sarà servito un pasto ai più bisognosi. Non avanzi ma un uso intelligente delle scorte