A Milano un laboratorio
sul fanatismo neoliberista

Dopo più di due mesi di attesa, si apre per l’Italia la prospettiva di un governo: il cosiddetto governo del cambiamento. I due partner hanno prodotto un contratto, di cui è stata diffusa una copia che ha suscitato polemiche nelle ultime ore, e che è stato ratificato da un voto degli iscritti alle rispettive parti politiche. Ora dovrà avere – ed è l’elemento più importante – l’assenso del Quirinale. Pare che il prossimo esecutivo, il cui partner senior aveva già provveduto a rassicurare i mercati, la Nato, l’apparato burocratico europeo e tutte le Borse del mondo del fatto che, quello nascente, sarebbe stato un governo responsabile e ottemperante ai vincoli e ai trattati, esattamente come tutti quelli degli anni precedenti, avrà delle difficoltà non da poco ad attuare un programma di discontinuità per quanto concerne la posizione dell’Italia rispetto ai rapporti di forza internazionali. A questo punto, benché sia trapelato troppo poco per decretare l’impronta dell’azione politica che orienterà il nuovo esecutivo del Paese, sembra sempre più evidente che la possibilità del cambiamento sia stata evocata per anni per assicurarsi che non sarebbe mai messa in pratica.

Si potrebbe dire che, dopo aver strumentalmente agitato per anni l’elettorato contro la subordinazione del ceto politico di centrosinistra verso le strutture sovranazionali, e della conseguente abdicazione al mandato rappresentativo che discende dal popolo sovrano, la soluzione sia comunque la tutela di politiche sbagliate che tolgono più di quanto non restituiscano in diritti e servizi. Infatti, non potrebbe non essere così: basti pensare – una per citarle tutte – alla proposta della Lega di una tassazione ad aliquota unica: mai come oggi l’umanità ha avuto la possibilità di vivere in modo equo, eppure esiste ed è perseguita con crescente ostinazione la discrepanza tra le condizioni dell’umanità nel suo insieme e la ricchezza esistente. Dietro il feticcio del cambiamento si nasconde purtroppo la presa d’atto che non sia discernibile alcuna alternativa al paradigma economico e culturale dominante.

Nel frattempo, l’unica opposizione al nuovo apparato di potere che sembra affacciarsi all’orizzonte è quella esercitata dal solito combinato disposto di una proposta di sinistra liberal e di una riproposizione di socialismo democratico riformista, analogamente a un sistema stellare in cui una stella primaria ed una compagna ruotano intorno ad un comune centro di massa, entrambe comunque incapaci di sfidare le relazioni di potere esistenti. Da entrambe le parti, quella della maggioranza di governo e quella di opposizione a tale governo, si percepisce una visione manichea, che si accompagna ad una delegittimazione dell’avversario politico di cui si arriva a negare la stessa possibilità d’esistenza, in quanto pericoloso, per gli uni, per il mantenimento incondizionato dello status quo, e per gli altri, per la credibilità verso gli apparati sovranazionali. Da nessuna parte è tutelato l’interesse primario dei cittadini di non vedersi privati di diritti, reddito e welfare.

In realtà, vi sarebbe una terza ipotesi: quella di immaginare il cambiamento e poi tentare di praticarlo a partire da una rivolta del pensiero, per uscire da quella perturbazione generalizzata fatta non solo di scoramento quanto di adattamento alla sottrazione di futuro. Una sottrazione contro cui un pensiero in rivolta possa preparare il terreno per il cambiamento, perché solo un pensiero che interiorizzi le gravi contraddizioni su cui si fonda la nostra società potrà riaprire il tempo.

In questo senso, risulta sintomaticamente ironica la supposta crescita in cui il Paese sarebbe ormai da un anno, anche se nessuno sembra essersene accorto dalla propria busta paga. Per questo, bisognerebbe recuperare un’immaginazione progettuale che proceda oltre i vincoli della ripetizione e della coazione, oltre le politiche neoliberiste, oltre il primato dei saperi tecnici, oltre il potere capitalista. Per questa azione di smontaggio del capitalismo serve un profondo lavoro culturale di dissidenza, di destrutturazione degli apparati, di opposizione alla concezione dello Stato come attività commerciale, di liberare la società; e, insieme, un attento lavoro di riappropriazione dei diritti costituzionalmente garantiti, di governo dello spazio comune e di una visione strategica per il futuro.

Questo è il senso di “Ragione in Rivolta”, un laboratorio sociale in cui immaginare collettivamente una contro-progettazione al fanatismo neoliberista, un luogo interamente costruito e gestito da ragazzi e ragazze che hanno sentito l’esigenza di creare una comunità dove si possano trovare gli strumenti e le ragioni per immaginare la rivolta contro un sistema ingiusto e fallimentare, cambiando radicalmente l’attuale modo di fare politica. Da oggi questo spazio è anche vostro e speriamo sarete in tanti il 16-17 Giugno a Milano.