A cosa serve il Mes?
A un necessario
e forte piano sanitario

Ci servono, quei 36 miliardi del Mes. Per la nostra salute. Sono una grande opportunità – forse l’ultima che avremo nei prossimi lustri – che non possiamo perdere perché, come ha sostenuto il ministro Roberto Speranza, per la prima volta potremo portare a termine una riforma del Sistema sanitario nazionale con significative risorse a disposizione. Se non ora, quando?

Speranza ha spiegato, ancora, che «Dobbiamo recuperare il terreno perduto sulla sanità digitale e valorizzarlo come un tema chiave della riforma. Quindi useremo tutte le risorse disponibili per investire su telemedicina e digitale e investiremo in un nuovo piano per sostituire tutti i macchinari obsoleti nel nostro paese».

Un sistema sanitario efficiente e equo

Telemedicina e sostituzione dei macchinari obsoleti sono obiettivi certo importanti. Anzi, importantissimi. Ma con molta modestia ci permettiamo di aggiungere che la riforma del Sistema sanitario nazionale (SSN) deve essere più ambiziosa. Il nostro SSN deve cogliere l’opportunità di rinnovare la sua fama di sistema tra i più efficienti ed equi del mondo.
Per farlo dobbiamo ripartire del concetto che ha portato le Nazioni Unite, oltre settant’anni fa, a mettere nero su bianco l’idea che la salute è un diritto universale dell’uomo. Il che non significa abolire per decreto le malattie – purtroppo non possiamo farlo – ma predisporre tutta l’organizzazione scientifica, tecnica e sociale affinché ciascun essere umano possa non solo accedere al meglio delle strutture e delle conoscenze mediche, ma possa vivere in una condizione di benessere, che, per l’appunto, non è solo assenza di malattie.

Rilanciare la sanità pubblica, per tutti

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Foto di Darko Stojanovic da Pixabay

La storia ha dimostrato che il modo migliore per avvicinarci alla soddisfazione del diritto alla salute è quello di disporre di un Sistema sanitario di tipo universalistico come quello italiano: siamo tutti uguali in sanità. Non ci può essere discriminazione alcuna sulla base del reddito, del sesso, della nazionalità, della religione. E neppure della regione italiana di residenza.
Quei 36 miliardi del Mes sono dunque indispensabili per rilanciare la sanità pubblica, che anche all’interno del nostro paese è stata qui e là minata a vantaggio, soprattutto in alcune regioni (Lombardia in primis) a vantaggio della sanità privata. Sulla scorta di due pensieri: uno confessato l’altro no. Ma entrambi sbagliati. Il primo sbandierato da molti ai quattro venti è che il privato è più efficiente del pubblico: la vicenda del coronavirus (anche la vicenda del coronavirus) ha dimostrato che non è così.

Il secondo, inconfessato, è che noi che vogliamo stare in salute non siamo pazienti, ma clienti: lì dove si è imposto, questo pensiero ha creato inaccettabili disuguaglianze, dimostrando nei fatti di essere in contraddizione con il (nostro sacrosanto) diritto alla salute.
Non si tratta, dunque, di emarginare il privato dal sistema sanitario, ma di dare assoluta priorità al pubblico. Per ribaltare il paradigma vincente sono necessari anche i soldi del Mes.

Un piano strutturato contro le pandemie

covid-19Ma più soldi alla sanità pubblica per fare che cosa? Certo, l’epidemia non ancora rientrata da SARS-CoV-2 ci indica che è una priorità la messa in opera di un severo e ben strutturato piano contro le pandemie. Intanto perché bisogna debellare il Covid-19 e poi perché tutto ma proprio tutto lascia intendere che questa non sarà l’ultima pandemia e che noi la prossima volta dobbiamo farci trovare più preparati e più reattivi.
Dobbiamo essere meglio organizzati contro tutte le malattie infettive (comprese le influenze stagionali). Ma le principali minacce alla nostra salute vengono non dagli agenti infettivi ma dalle malattie degenerative: in primo luogo quelle del sistema cardiocircolatorio e il cancro. Queste ultime dipendono molto dalla genetica, dall’età, dagli stili di vita individuali, dall’ambiente. Un moderno Sistema sanitario nazionale deve agire dunque lungo tutte queste quattro grandi direttrici.
La conoscenza genetica ed epigenetica: ovvero lo studio del nostro Dna e delle cause molecolari che ci predispongono a certe malattie e lo studio delle cause ambientali (epigenetica) che innescano o meno i meccanismi genetici che fanno insorgere certe malattie.

Lungo questo percorso la sanità pubblica deve cercare sia di aumentare il tasso di conoscenza (maggiore ricerca scientifica), sia di incrementare la capacità di prevenire (rimuovendo per quanto possibile le specifiche cause ambientali) sia rendendo universale l’accesso alle tecniche di prevenzione e alle tecniche terapeutiche (particolarmente costose perché sempre più spesso è richiesta una terapia individuale).

Un paese di anziani ma non per anziani

C’è, poi, il problema dell’età. Siamo un paese sempre più anziano ma non siamo ancora un paese per anziani. Ne hanno dato una plastica dimostrazione le fragilità denunciate da tante, troppe Rsa (residenze sanitarie assistenziali). Occorre ripensare alla radice il ruolo che hanno gli anziani nella nostra società, dandone loro uno attivo: ricordiamoci che la salute non è solo l’assenza di malattie e che valorizzare le capacità delle persone anziane ha grandi ricadute in termini di dignità delle persone, di società, di economia e anche di prevenzione sanitaria.

Quanto agli anziani portatori di malattie abbastanza gravi, occorre privilegiare la loro permanenza a casa, in un ambiente familiare. Ma per fare questo occorre quell’assistenza sociale e medica sul territorio che in Italia non abbiamo e che, invece, è presente in molti paesi dell’Europa del Nord. Ma sulla medicina territoriale torneremo tra poco. Intanto diciamo che anche solo ripensare la politica verso le fasce anziane della società impone grandi investimenti: quegli investimenti che rendono, appunto, indispensabile il ricorso ai soldi del Mes.

Il valore della medicina territoriale

Foto di Elena Borisova da Pixabay

Gli stili di vita individuali hanno un notevole peso nella nostra salute. E richiedono un intervento coordinato sia dei medici che si occupano del nostro corpo che di quelli che si occupano della nostra psiche. Il cibo (e il divieto di certi cibi) per un diabetico, per esempio, non ha solo una dimensione fisica, ma anche psicologica. Una medicina che è attenta alla prima più che alla seconda dimensione rischia di attentare al benessere complessivo del paziente e di fare non pochi danni.

Ecco, dunque, che occorre non solo una medicina territoriale, capace di stare sempre vicino al malato cronico, ma anche un servizio integrato e interdisciplinare di medicina territoriale, che metta insieme clinici, psicologi, sociologi, operatori sociali. In questo tipo di medicina il ruolo dei volontari (e dei volontari anziani) ha un grande valore. Più in generale possono incidere nella definizione dei nostri stili di vita la formazione, teorica e pratica, permanente del cittadino paziente o potenziale paziente.

Di qui la necessità di tessere un ordito piuttosto stretto tra sistema sanitario, terzo settore, sistema educativo (scuole, università) e centri di ricerca scientifica. La creazione di questo ordito richiede investimenti limitati ma non nulli. Le ricadute ripagano ben presto l’impegno finanziario.

Un ambiente sano, senza disuguaglianze

La creazione di un ambiente sano è la migliore azione di prevenzione che si possa fare sia nei confronti di certe malattie sia nella creazione di un clima generale in cui ogni cittadino si senta in una condizione di benessere. Parliamo sia di ambiente fisico e chimico (un’aria più pulita, per esempio), sia di ambiente socioeconomico. Un ambiente sano è, dunque, anche un ambiente sociale dove le disuguaglianze di reddito sono ridotte e l’integrazione è favorita. Ecco dunque che la riforma necessaria del nostro Sistema sanitario nazionale si integra con la politica economica per la creazione di uno sviluppo socialmente ed ambientalmente sostenibile.

Il divario tra Nord e Sud

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Foto di Sasin Tipchai da Pixabay

Questa è, dunque, il piano per la salute che possiamo e dobbiamo portare avanti anche con l’aiuto, assolutamente necessario, del Mes. Tuttavia ci sono due aspetti peculiare di cui dobbiamo, anche in questo quadro generale, tener conto. Il divario dell’offerta sanitaria – che un inaccettabile differenza nella possibilità di soddisfare la nostra domanda di diritto alla salute – tra Centro-Nord e Sud del paese.
Strisciarossa ha già avuto modo di occuparsi di queste “due sanità”. Diciamo solo che per superarle occorrono almeno due azioni: investimenti infrastrutturali nel Mezzogiorno (più ospedali, più macchinari nuovi, più medicina territoriale, più medici e altri operatori sanitari) e rimozione delle cause endogene che impediscono al sistema sanitario meridionale di misurarsi alla pari con quello centrosettentrionale, determinando così il fenomeno della migrazione sanitaria: un costoso esodo dal Sud verso il Centro e il Nord.

Queste cause endogene sono le più diverse. Sono di natura economica, sociale e culturale. Sono intersecate con un certo modo di concepire e praticare la politica. Ma devono essere rimosse il più possibile. E questa rimozione (non autoritaria, non calata dall’alto) deve essere al centro della riforma del Sistema sanitario nazionale.
Veniamo, infine, a quella medicina territoriale che abbiamo più volte evocato e che conviene trattare più in dettaglio. La popolazione italiana non è un tutto indistinto. Ci sono enormi differenze al suo interno. E ci sono diversi bisogni, anche di salute. Nei casi più gravi, una buona soluzione è l’ospedale. Compreso l’ospedale altamente specializzato. Dunque il Sistema sanitario nazionale deve contare su una rete efficiente di strutture ospedaliere.

Strutture sul territorio e rete ospedaliera

Tuttavia, lo abbiamo visto nel caso dell’epidemia da COVID-19, gli ospedali non sono sempre né sufficienti né utili. Occorre una rete di strutture diverse sul territorio e centrate sui medici di medicina generale e su operatori sanitari (per esempio infermieri) capace di fare da filtro tra il paziente e l’ospedale. Sia affrontando rapidamente i casi di minore complessità (e, così, alleggerendo gli ospedali) sia realizzando diagnosi precoci che rendano più fluido l’utilizzo del Sistema sanitario.

Un ordito ben confezionato di medicina territoriale e di rete ospedaliera può rendere più pronto, equo, efficace ed equilibrato il sistema sanitario, salvando molte più vite umane e rendendo mone sofferto il percorso terapeutico di tanti ammalati.
La ricca Lombardia con un imponente sistema ospedaliero ha avuto molte difficoltà a gestire la pandemia perché deprivata, negli ultimi lustri, di un sistema di medicina territoriale all’altezza. Non bisogna, dunque, assolutamente sottovalutare questo tipo di organizzazione della sanità. Che deve, appunto, essere un’organizzazione, ben integrata con tutte il territorio in tutte le sue varie dimensioni. La riforma del Sistema sanitario nazionale deve rilanciare con forza la medicina, creando una vera e propria struttura capillare di “sentinelle del territorio”, l’unica che può agire sia sul campo della prevenzione che della clinica.
In tutto questo la telemedicina e il digitale così come la sostituzione dei macchinari sono degli strumenti utili, anzi utilissimi. Ma devono essere il mezzo non il fine di un piano che, per essere implementato, ha bisogno di tutti i soldi del Mes e di una lucida quanto ambiziosa visione politica.