A che serve Sanremo? A trovare quel momento di verità che ci tolga il respiro

Mio padre era un uomo di destra, anche se si definiva favorevole alla “monarchia assoluta temperata dal regicidio”. Era di destra, dicevo, e non credo che si perdonò mai di avere un figlio comunista. Gli ho sempre voluto bene, tanto. Nel 1960 gli fu affidato l’incarico di organizzare il decimo festival di Sanremo. Ma fu costretto alle dimissioni prima di portarlo a termine, e credo che questa sia l’unica volta che sia mai accaduto. Per quale ragione? Aveva proposto di affidare il voto sulle canzoni in gara a una giuria popolare, scelta con metodi statistici. Agli industriali della canzone (editori e discografici) non andava giù che la canzone vincente venisse scelta “dal popolo”, non dagli industriali stessi e dai loro amici, presenti nel salone delle Feste del Casinò. Così era andata fino ad allora, e così continuò a essere per anni ancora: erano quei nostalgici in smoking bianco e quelle signore in abito da sera, emozionati e confortati da canzoni come “Vola colomba”, “Vecchio scarpone” o “Casetta in Canadà”, ad avere l’ultima (e unica) parola. Quando questo avvenne ero un bambino, capivo poco di dinamiche musical-industriali e di politica, ma capii la tristezza di mio padre, che aveva pensato di proporre una cosa giusta, indipendentemente dalle simpatie politiche. Oggi vedo che gli eredi di quei nostalgici inveiscono perché il voto è stato sottratto “al popolo”, per l’intervento (peraltro stabilito dal regolamento) delle giurie di “esperti”.

Ma torniamo ancora indietro. Una quarantina di anni dopo quel decimo festival la Rai mi invitò a far parte di una giuria di Sanremo: non quella che assegna i voti finali, ma quella che seleziona le canzoni partecipanti. Rifiutai, ritenendo che se avessi accettato non avrei mai più potuto esprimere giudizi critici sul Festival. A Sanremo si può dire di no. Con questo non voglio sottintendere che le persone che hanno accettato, quest’anno, di far parte delle giurie non “popolari” (possiamo chiamarle “impopolari”?) abbiano sbagliato: sono persone che stimo tanto, davvero, non ho nulla da dire. Ma la questione è un’altra: ha senso giudicare le canzoni del Festival di Sanremo?
Una canzone può produrre in chi la ascolta uno stato d’animo speciale: una specie di choc, un richiamo imperioso dell’attenzione, un silenzio, un disorientamento, un respiro sospeso. Dico una canzone, ma si potrebbe estendere il discorso a qualunque artefatto: anzi, di queste cose normalmente si parla a proposito della cosiddetta Arte con la A maiuscola, dalla sindrome di Stendhal alle “prove d’attore” che tolgono il fiato – quelle che nel gergo critico angloamericano sono chiamate arresting, o breathtaking – alle riflessioni sul bello musicale, che alcuni ritengono essere riservate a forme di musica più “pure” (qualunque cosa voglia dire). Ma limitiamo le pretese: è finito da poco il Festival, è un buon posto dove cominciare.

La serata finale ci ha offerto uno di questi momenti: l’interpretazione di “Vedrai vedrai” di Luigi Tenco da parte di Elisa e Claudio Baglioni. Credo che tutti se ne siano accorti a partire da diversi segni, dalla tensione degli interpreti al silenzio immobile del pubblico, e soprattutto, forse, da quella breve pausa fra la fine del pezzo e lo scatto dell’ovazione. A prescindere, perfino, dalla qualità un po’ faticosa dell’interpretazione. È vero, Baglioni aveva presentato la canzone come un omaggio ai cantautori e a Luigi Tenco, “legato al Festival del 1967” (che eufemismo strano per dire che si era suicidato: gli adolescenti “del popolo” avranno capito?), quindi si può anche pensare che il pubblico fosse stato messo un po’ in soggezione, ma dopo le prime note e le prime parole, direi, quell’aura celebrativa si era dissolta, ed era come se Tenco stesso ci parlasse.

Momenti così sono rari, al Festival: se capitano non sono per le canzoni in gara, ma per qualche intervento esterno (mi ricordo una famosa esibizione, proprio di Baglioni, a cantare “Questo piccolo grande amore” accompagnandosi al pianoforte). Varrebbe la pena di chiedersi perché. E comunque il fenomeno non è solo sanremese (anzi!), e non è limitato a qualche genere musicale. Anni fa, ormai molti, Ivan Della Mea salì sul palco di un teatro di Livorno, davanti a un pubblico in larga parte costituito da ragazzine che erano accorse sapendo che ci sarebbe stato Luciano Ligabue. Ivan cantò “Cara moglie”, e dopo quel famoso breve silenzio venne giù il teatro. E sono sicuro che chiunque mi legga ha in mente alcune occasioni della sua vita in cui è successa la stessa cosa: perché quei momenti lì si riconoscono all’istante e non si dimenticano.

Molti di quelli che scrivono e che cantano canzoni lo fanno perché sperano che una volta o l’altra capiti quella cosa lì. Non tutti lo sanno fare, molti non ci riusciranno mai. Ma non è vero che le canzoni si fanno “solo per vendere”, come mi disse una volta un amico compositore di musica “seria”. Del resto, è lo stesso che a metà Ottocento si diceva della famiglia Strauss e dei loro valzer, che oggi centinaia di borghesi raffinati vanno ad ascoltare al Musikverein, a Capodanno, come se fosse “musica d’arte”. Ma le canzoni di Sanremo… Mah, forse soffrono del peccato originale del Festival, quello di essere nato per “migliorare la qualità della canzone italiana” ricalcando quasi alla lettera un articolo del Radiocorriere del 1939, dove si rassicuravano i lettori sul fatto che l’Eiar aveva “eliminato le canzoni di ebrei e negri”. Sono, molto spesso, canzoni furbe, non canzoni che in un istante dicono la verità. Forse è meglio così: se tutte le canzoni e tutti i cantanti dicessero la verità sarebbe insopportabile, abbiamo bisogno di svago e di banalità, come sottolineava Umberto Eco in un famoso saggio del 1964. E, soprattutto, abbiamo bisogno del grigiore ammiccante di Sanremo perché quei pochi momenti di verità splendano e ci tolgano il respiro. Ecco a cosa serve il Festival.