A che serve l’intervista
a un demagogo?

Se Adolf Hitler resuscitasse e venisse in Italia sarebbe tutte le sere in televisione (e noi staremmo tutti là a guardarlo). E se dicesse che vuole conquistare il mondo e sterminare tutti gli ebrei farebbe picchi di ascolti (e noi staremmo tutti là a sentirlo). Mutati mutandis – e certo, per carità, c’è moltissimo da mutare – è quello che succede con certi personaggi della nostra scena pubblica. Compaiono molto (troppo) spesso nelle nostre tv non perché le cose che dicono siano interessanti, nel bene o nel male, ma perché fanno audience. Fanno spettacolo anche per noi, ragionevolissimi e paciosi spettatori di sentimenti democratici che pure pensiamo tutto il contrario di quel che dicono e detestiamo le loro spacconate e però non spegniamo il televisore né cambiamo canale. Esiste una specie di sindrome di Stoccolma del piccolo schermo. Mia madre, che era molto cattolica, passava nottate intere a sentire Radio Radicale e ad arrabbiarsi invece di dormire. Quando le feci notare che avrebbe potuto tranquillamente fare a meno di ascoltarla rispose che no, non poteva, “perché voglio proprio vedere fin dove si spingeranno ad attaccare il Papa”.

Queste considerazioni mi sono venute alla mente l’altra sera, guardando la penosa intervista di Fabio Fazio a Silvio Berlusconi. L’intervistato non ha detto nulla che non avesse detto e ridetto infinite altre volte. Eppure stavamo là a sentirlo, con un senso di disagio crescente. Chi suscitava quel disagio non era lui, ma l’intervistatore, dal cui atteggiamento si capiva chiaramente che l’unica cosa che gli interessava non era quel che Berlusconi diceva, ma il fatto che fosse lì. E che possibilmente promettesse di ritornare, come poi ha fatto.

Sgombriamo il campo da tutti gli equivoci possibili: che Berlusconi venga intervistato dalla tv pubblica, specie ora che la campagna elettorale è in atto, è giusto. In un certo senso doveroso. Quello che ci pare molto meno commendevole è ciò che ci ha spiegato brillantemente su strisciarossa Marcella Ciarnelli: e cioè che da Fazio sia andata in onda non tanto un’intervista, cioè un’interlocuzione fatta di domande su un certo argomento e risposte sullo stesso argomento, quanto, appunto, uno spettacolo. Che verrà, a quanto pare, replicato.

Ma il problema non riguarda Berlusconi e Fazio. È molto più grosso e infinitamente più complicato, perché attiene al funzionamento dei meccanismi che regolano il rapporto tra quel che chiamiamo la “società dello spettacolo” e la comunicazione politica. Sociologi, mediologi, filosofi, studiosi di varie scienze umane se ne occupano da decenni e né l’uomo di Arcore né il bravissimo (in altre circostanze) conduttore di “Che tempo che fa” hanno aggiunto, l’altra sera, qualcosa al loro, e al nostro, sapere. Ci hanno mostrato, semmai, che l’intervista è uno strumento diabolico quando mette seduti uno di fronte all’altro un demagogo navigato, abituato a semplificazioni micidiali, all’uso disinvolto delle bugìe e alla furbizia degli slogan e un interlocutore dal pensiero magari più raffinato, più onesto e certo più civile ma sicuramente meno diretto, meno immediato.

Intervistare i bravi demagoghi è sempre stato molto difficile: un esercizio in perdita per il grado di democrazia della comunicazione politica pubblica. In tutti i paesi, dalla Francia di Jean-Marie Le Pen all’Austria di Jörg Haider all’Inghilterra di Nigel Farage alla Polonia dei gemelli Kaczynski, per citare solo l’Europa. Giornalisti televisivi di tutto rispetto ci hanno lasciato le penne e sappiamo quanto la tv abbia contato nel successo popolare di questi personaggi. Ma sappiamo pure come ci siano stati, e ci siano, ottime prestazioni anche da questa parte della barricata: Enzo Biagi fu un maestro anche sotto questo profilo. Fra quelli sulla piazza oggi, senza voler far torto a nessuno, verrebbe da citare Lilli Gruber e, ancor di più, Lucia Annunziata.

Fabio Fazio, spiace per lui, no davvero. Può sempre migliorare e, intanto, prepararsi al prossimo secondo tempo con Berlusconi. Molti anni fa, ai tempi dei trionfi di Haider in Austria, i partecipanti a un seminario di sociologia del linguaggio all’Università di Vienna produssero uno studio davvero illuminante sul lessico e gli stilemi della demagogia esibita in televisione. Chissà se lo si trova ancora da qualche parte: potrebbe essere una lettura da consigliare.