A che serve la politica

Il pragmatismo è fare tenendo presente che l’azione comporti il buon risultato. È chiaramente subdola l’azione del governo italiano nei riguardi dell’immigrazione perché viene scambiato per buon risultato quello che è un falso vantaggio solo per il più potente e addirittura al contrario il pericolo di sopravvivenza del debole. Le regole pretenderebbero di funzionare bene, di raggiungere cioè buoni risultati fondandosi solo su sani principi costitutivi della carta dei doveri e dei diritti dei cittadini. Secondo me questo non succede perché la società non è stata progettata per migliorarsi. Non viene sospinta verso il ben vivere dalle abitudini e dai comportamenti dei cittadini e vengono premiati coloro che trovano facili accorgimenti per approfittare proprio di quella carta per i propri interessi. In modo naturale quello che è il sano principio della propria sopravvivenza si trasforma in doveri dei deboli e i diritti solo di chi ha il potere di farsi rispettare. Questo meccanismo culturale viene addirittura sancito da leggi che evidentemente sono sicuramente inefficaci come dimostrano i risultati e spesso contro producenti. Mentre chi non ottempera ai doveri viene punito e la società si è organizzata con strutture preposte a tale scopo, i diritti del cittadino rimangono per la maggioranza una vaga promessa. Ciascuno finisce per avere quei diritti che è capace di ottenere e gode concretamente per legge di un differente trattamento privilegiato nei confronti di chi non ha le sue stesse capacità.

Ne ho già parlato ieri a proposito degli immigrati e ne parlai anche, in occasione del referendum, quando espressi il mio parere che se è vero che la costituzione non è riuscita a creare una società veramente solidale come dettano i suoi principi, vuol dire che nella stessa manca l’elemento di costruzione che colleghi i buoni principi ai buoni comportamenti. Secondo me se regge la metafora che la società sia governata da una élite divisa in schieramenti che giocano per raggiungere il potere, mentre la popolazione è nello stesso tempo spettatrice e parte soccombente nella sua propria commedia, cioè recita la parte del pallone che viene spinto con le tecniche di gioco più raffinate a decidere chi sia il vincitore venendo presa a pedate dai contendenti; allora la società non può non vivere l’attrito che le procura la contrapposizione fra ogni individuo che presume di possedere potenzialità proprie infinite e se stesso che considera la società, alla stregua di un ambiente, territorio dal quale deve imparare ad attingere quanto più potere la propria capacità gli possa permettere. Mi verrà probabilmente obiettato che nella costituzione è scritto che ogni cittadino ha diritto alla propria libertà e questa è la democrazia. Osservo che se non vogliamo cadere ancora una volta nei trabocchetti in cui fino ad oggi siamo caduti, dobbiamo dare una definizione plausibile di libertà come di una qualità di cui il cittadino possa godere. Io direi che un cittadino è libero quando vive nella condizione di pensare bene ed agire bene di conseguenza. Perciò una società è tanto più libera quanto più riesce a mettere i suoi cittadini in quelle condizione e deve essere proprio questo l’obiettivo della buona Politica.

Certo la Politica deve interessarsi di fatti contingenti ma gli obiettivi relativi agli stessi non devono mai far perdere di vista l’obiettivo principale di una società più solidale, perché questa è l’unica condizione per ottenere l’evoluzione positiva. Alcuni politici sanno bene che le relazioni fra gli uomini che intessono la cultura sociale sono determinate molto di più dai comportamenti che non dalle leggi e che lo strumento concretamente più efficace a farci modificare i comportamenti sono le abitudini e questo sembrerebbe dare pienamente ragione alla tesi di Montanari: cambiamo i governanti e non le regole. Ma siamo proprio sicuri che le regole vigenti non finiranno col produrre ancora la stessa tipologia di governanti? Credo che invece la giusta strategia sia di intervenire non a modificare i principi ma le modalità che influenzano i comportamenti. Tutte le nuove tecnologie operano modificando le abitudini delle persone e influenzano la cultura sociale nel bene e nel male. Esiste però uno strumento antico molto efficace che la società umana utilizza quasi sempre in modo contrario alla propria evoluzione positiva: mi riferisco al denaro. Il denaro è lo strumento attraverso il quale la società umana è riuscita a convogliare le proprie energie per indirizzarle ad attività prima progettate e successivamente eseguite.

Come e ancora di più di quanto abbiamo visto avvenire per i diritti e per i doveri, la società umana ha creduto che avrebbe reso possibile la propria gestione buona, esprimendo per il denaro gli stessi principi ritenuti giusti per i doveri e i diritti ed elaborando la logica della punizione codificata dei trasgressori. Questo malinteso concetto della libertà di chi ha il denaro, come per quanto ha riguardato la libertà di ogni individuo non porta buoni frutti, perché favorisce abitudini dannose. L’uso legalizzato improprio del denaro induce le abitudini dannose che rendono necessario inasprire le regole punitive con la conseguenza di colpire sempre di più i deboli che hanno solo il dovere di eseguire e favorire i potenti sempre più ricchi. Abbiamo bisogno di fare un’analisi più fine di come funziona il meccanismo che presiede alle due funzioni del denaro: la distribuzione al cittadino per rendere possibili le sue condizioni di vivibilità e la raccolta del denaro nei capitali che permettono di intraprendere e gestire attività ritenute opportune. La distribuzione del denaro ai cittadini è impostata principalmente secondo due logiche legalizzate: la retribuzione del lavoratore e l’utilizzo del denaro risparmiato. Purtroppo queste due modalità di distribuzione del denaro ingenerano confusione negli obiettivi delle funzioni del lavoro e del risparmio. È sempre meno chiaro a tutti se il lavoro sia l’esecuzione di un compito o il modo per ricevere il denaro che serve a provvedere a sé stesso e alla propria famiglia. L’ambiguità si risolve solo quando le imprese si trasformano in cooperative in cui tutti i lavoratori compartecipano sia alla funzione esecutiva produttiva che a quella economica e commerciale. Anche il risparmio dovrebbe rimanere nei giusti limiti per non trasformarsi in speculazione finanziaria che distoglie gli individui dai compiti della produzione dei beni per indirizzarlo all’accumulo del denaro senza altre finalità che non sia, aumentare sé stesso.

Esaminiamo dopo questo lungo preambolo l’attività umana che dovrebbe presiedere a gestire l’evoluzione migliorativa della Società umana: la Politica. Ritengo sia stato un errore passare dalla sovvenzione pubblica dei partiti a quella privata perché il patto risulta essere non fra il politico e il suo elettore, ma fra lo stesso e il suo finanziatore con tutte le anomalie che conseguono. Esprimo ancora una volta la mia idea perché non sento in giro qualcosa di meglio. I partiti ricevano periodicamente (ad esempio ogni tre mesi) la sovvenzione dello Stato in proporzione alle tessere di cittadini che gli accordano fiducia. I cittadini quando sottoscrivono la tessera comunicano il fatto al tesoro dello Stato con il proprio codice fiscale e con il diritto al recesso come per qualsiasi acquisto di un servizio. La tessera costa al cittadino simbolicamente per il solo valore materiale. L’unica entrata di denaro del partito è la sovvenzione dello Stato, non sono permesse altre modalità di finanziamento. Il denaro deve essere utilizzato per tutte le necessità del partito che comprenderà sia gli stipendi degli addetti secondo criteri di ripartizione del proprio statuto che gli impegni per propagandare le proprie idee politiche. Il criterio vorrebbe creare una circolazione virtuosa delle idee fra addetti del partito e i suoi sostenitori. Il partito dovrebbe assumere la forma di una piramide rovesciata dove il potere decisionale posto in basso subisce le spinte dei cittadini, resi veramente compartecipi e controllori degli effettivi sviluppi politici.

Giuseppe Ambrosi