A bordo con James Cook per scoprire
(e dominare) mondi lontani

Qualche secolo fa cominciarono a partire navi dai paesi europei alla ricerca di nuove terre. Quelle navi non portavano migranti, anche se in realtà milioni di persone si sarebbero spostate molti anni dopo in altri continenti proprio in virtù delle scoperte fatte dai naviganti su quelle prime imbarcazioni. Quelle navi erano abbastanza piccole, portavano alcune decine di persone, che andavano a cercare nuove terre per spirito di avventura ma soprattutto per scoprire nuove ricchezze ed allargare i commerci e i traffici. Nessuno probabilmente immaginava a quell’epoca che intere e potenti nazioni sarebbero sorte sulla scia delle scoperte avventurose di pochi. Passarono i secoli e ad un certo punto divenne chiaro a quelle che allora erano le potenze mondiali e le dominatrici dei commerci per i mari che era venuto il momento di ampliare i propri orizzonti ed andare alla conquista permanente di nuove terre per allargare i commerci  e le proprie ambizioni di sovranità. A nessuno verrebbe in mente, almeno nell’Europa Occidentale, di chiamarli migranti, partivano oramai con la consapevolezza che esistevano terre inesplorate (termine usato da parte degli Europei) e che la gara alla conquista del mondo per colonizzarlo era partita e non si sarebbe più fermata. Erano le grandi potenze navali che si contendevano le nuove terre. Volenti o nolenti quelli che quelle terre le abitavano da millenni. Perché bisognava portare la cultura e la libertà, che erano considerati sinonimi dei commerci ed affari. Chi non accettava la visione coloniale degli Europei erano non solo un nemico delle potenze navali ma anche un nemico della civiltà che doveva inesorabilmente progredire. Era nata l’epoca dell’imperialismo che portava con sé una giustificazione di fondo nel fatto che gli indigeni ovunque fossero non erano all’altezza delle nuove idee sul mondo, e lo erano in quanto razze inferiori a quella bianca degli Europei, possibilmente benestanti, organizzatori delle spedizioni navali alla scoperta delle terre dei nativi inconsapevoli che dovevano inesorabilmente essere scoperti prima o poi.

I secoli passano e ad un certo punto, come spesso accade,  i potenti ed i loro popoli, che avevano colonizzato il mondo, hanno degli scrupoli e quelli che erano stati considerati degli eroi intrepidi vengono considerati da un nuovo punto di vista e diventano dei quasi banditi. E così fra qualche anno si scoprirà chi erano i banditi di oggi nell’epoca delle migrazioni per la fame, per le guerre, per le epidemie. E si organizzeranno mostre, convegni, e si realizzeranno film e si riscopriranno personaggi che non erano stati famosi ma che avevano svolto un ruolo fondamentale grazie alle loro capacità e alla loro umanità. Forse, non è mica detto.

In Gran Bretagna, che si prepara alla Brexit, non hanno dimenticato uno dei loro grandi eroi nazionali, colui a cui si attribuisce la nascita dell’Impero Inglese nell’Asia, James Cook. Ecco allora una molto interessante mostra alla British Library di Londra dedicata ai tre grandi viaggi intorno al mondo del cartografo e navigatore Inglese.  Tre lunghi viaggi che si sono svolti nell’arco di poco più di dieci anni, dal 1768 anno in cui la nave Endevour parte da Plymouth, al 1780 quando le due navi Resolution e Discovery tornano in Inghilterra dopo la morte di Cook alle Hawaii.  Visitando una parte del mondo sconosciuta o quasi. Da Tahiti alla Nuova Zelanda dalla costa est dell’Australia all’Antartico, alle isole della Tonga, all’Alaska e al mare di Bering alla ricerca del mitico passaggio navale a Nord. Da 250 anni gli Europei navigavano negli Oceani e avevano l’abitudine di dichiarare le terre scoperte proprietà dei rispettivi Re e Regine. Gran parte dell’Oceano Pacifico era ancora sconosciuto e Cook diventa presto il simbolo dei grandi cambiamenti che avverranno.

Il motivo ufficiale per la partenza del primo viaggio (le altre potenze ci dovevano credere?) era arrivare a Tahiti per osservare il passaggio di Venere per poter calcolare con esattezza la distanza della terra dal sole. Tuttavia Cook aveva degli ordini segreti, in realtà doveva cercare il grande continente del Sud che doveva essere da qualche parte nel Sud Pacifico E reclamare alla corona inglese nella persona di George III le nuove terre scoperte. Il Re era di madre lingua inglese, cose che non erano i due George precedenti che erano entrambi tedeschi. E il Re lo affermava pubblicamente il suo essere inglese. I successi di Cook serviranno a rafforzare l’identità inglese del paese. Ma già dalla prima pagina del catalogo della mostra l’eroe Vittoriano morto per la patria, lo scopritore di nuove immensi territori, è messo in discussione: “La lotta contro le potenze cattoliche di Spagna, Portogallo e Francia, vengono viste come una guerra tra depredatori delle popolazioni non europee. La missione di civiltà dell’Impero, come scriveva Kipling, era solo una copertura per uno sfruttamento economico estremo di popoli e terre basate su teorie pseudo scientifiche per affermare la superiorità della razza bianca.” Bisognerà arrivare alla fine del ventesimo secolo per sentire affermare su basi scientifiche che esiste una solo razza umana, l’Homo Sapiens, di origine africana. Migliaia di anni fa vi erano diverse razze umane, che si sono estinte, anche se l’Homo Sapiens ha ancora dall’uno al quattro per cento di geni dell’Uomo di Neanderthal. Il che non vuol dire che l’umanità intera ne sia convinta. Tra l’altro le terre “scoperte” da Cook, come la Nuova Zelanda venne colonizzata dai Polinesiani solo 700-800 anni fa.

Detto questo però, le celebrazioni del “controverso eroe” che sono partite nell’agosto del 2018, 250 anni dopo la partenza della Endevour, continueranno sino al 2030, 250 dopo il ritorno delle altre due navi. La storia le fanno i vincitori. Un ruolo importante nei viaggi di Cook le hanno i collaboratori, scienziati, tra cui lo stesso Cook definito un ottimo matematico dalla Royal Society per i suoi lavori di cartografia. Importanti anche gli artisti che dovevano “fotografare” con i loro disegni ed acquarelli i luoghi, le piante e le popolazioni incontrate. Dai disegni venivano poi realizzate incisioni da stampare in molte copie una volta tornati in patria.

Tra le istruzioni segrete ricevute da Cook vi erano anche dettagli su come confrontarsi con le popolazioni indigene. Bisognava studiare bene i nativi, il loro temperamento, la loro disponibilità e il loro numero e sviluppare con ogni mezzo l’amicizia e una possibile alleanza, trattandoli con civiltà e rispetto. Tuttavia essere sempre all’erta per non essere sorpresi da eventi imprevisti. Infine con il consenso dei nativi bisognava prendere possesso dei territori più interessanti in nome del Re. Dal presidente della Royal Society venivano fornite istruzioni per non utilizzare le armi da fuoco dato che “spargere il loro sangue (dei nativi) sarebbe stato un grave crimine, dato che sono i legittimi proprietari delle terre e nessuna nazione europea ha il diritto di acquisire nuove terre senza il consenso di coloro che ci abitano.” Suggerimenti di una istituzione scientifica che non risulta siano mai stati seguiti con grande cura. D’altra parte non era specificato che fare se il consenso non c’era o se i nativi non capivano cosa stesse succedendo.  L’ambiguità era nelle parole “con ogni mezzo” per ottenere lo scopo.

Uno dei problemi che aveva Cook, e non solo lui, era che essendo abituato ad essere governato da un Re cercava di individuare un re o un capo con cui poter trattare ed eventualmente da rapire, tattica molto seguita da Cook, per ottenere “con ogni mezzo” una pacifica sottomissione ed alleanza. E in molti casi i nativi non capivano cosa gli inglesi volessero dato che un capo supremo non c’era.

Il pittore ufficiale del primo viaggio era Sydney Parkinson, che tracciava i disegni in modo molto convenzionale però pieni di dettagli. Ed accade un fatto imprevisto. A Tahiti Cook pensava di aver individuato una specie di regina di nome Purea. In realtà non lo era. Comunque la donna si presentava spesso accompagnata da una specie di consigliere che si chiamava Tupaia.  Era un religioso di alto rango, il cui tempio di riferimento era a Taputapuatea nell’isola di Raiatea. Tupaia diventa amico e consigliere di Cook, che lo considera una persona molto intelligente, tra l’altro conosceva decine e decine di isole del Pacifico e aveva fornito a Cook una serie di informazioni che avevano consentito di tracciare una mappa abbastanza utile per l’esplorazione delle isole non conosciute da Cook. Tupaia descrive anche gli usi e i costumi dei Tahitiani e degli abitanti delle altre isole.  Alla partenza della Endevour Tupaia ed un suo aiutante di 10 anni restano sulla nave con l’idea di arrivare sino in Inghilterra. Tupaia farà da interprete in molte situazioni, spiegando i comportamenti e facendo agire Cook nel modo migliore per ottenere il suo scopo. Arriverà sino alla Nuova Zelanda e all’Australia ed anche con i Maori Tupaia riesce a stabilire un contatto essendo originari delle isole Polinesiane.  Morirà per una febbre a Batavia, città olandese, oggi Jakarta in Indonesia. Tupaia era anche un artista secondo la nostra idea di arte.  Nessuno ne aveva parlato, la sua memoria si era persa, non era considerato un personaggio degno di nota. Solo negli anni novanta del secolo scorso a seguito della scoperta di una lettera scritta da Joseph Banks, il principale collaboratore di Cook, ad un membro della Royal Sociaty,  in cui veniva raccontato di un disegno di Tupaia realizzato in Nuova Zelanda, fu possibile attribuire tutta una serie di disegni a Tupaia. E sono in mostra per la prima volta alla British Library. Sono passati 250 anni e finalmente Tupaia e i suoi disegni sono riapparsi. Sono sicuramente tre gli oggetti più interessanti in mostra a Londra. Ulteriori notizie su Tupaia si trovano nel sito:

http://members.authorsguild.net/druettjo/tupaia__captain_cook_s_polynesian_navigator_103427.htm.

Un’ultima cosa molto interessante che riguarda la morte di Cook. Nel terzo viaggio (1776-89) Cook giunge alle Hawaii, con scalo di nuovo a Tahiti. Con lui è anche William Bligh, scelto da Cook, diventerà famoso per essere stato il capitano del Bounty. Ritornerà con il Bounty a Tahiti prima dell’ammutinamento nel 1789 che avverrà il 28 aprile. Cook arriva alle isole Hawaii il 18 gennaio 1778. Tra gli ordini più importanti che dirama Cook è il divieto di far salire sulla nave le donne  indigene e ai marinai di avere in ogni caso contatti con loro. Ha scoperto che nei luoghi dove erano arrivati gli Europei erano arrivate anche malattie veneree che erano sconosciute agli abitanti del Pacifico e contro le quali i nativi non avevano difese. Dopo un viaggio verso l’Alaska Cook ritorna alle Hawaii il 26 novembre 1778. La nave resta alcune settimane per navigare intorno alle tante isole. Dopo alcune riparazioni la nave parte il 4 febbraio 1779.  Dopo pochi giorni la nave deve tornare indietro. E’ cominciato il periodo di Tabù per le canoe di entrare nella baia di Kealakekua. Inoltre il re Kalani con cui Cook aveva dei buoni rapporti era assente. Cook si accorge che i nativi non sono contenti di quel ritorno. Ci sono alcuni incidenti sino alla sparizione di un cutter di salvataggio della nave. Cook decide di scendere a terra e di sequestrare come faceva spesso un personaggio importante per riscattare il cutter. I nativi non prendono bene la iniziativa. Arrivato alla spiaggia per ritornare alla nave Cook è circondato da migliaia di nativi. Si riporta che Cook abbia detto che era impossibile portare a bordo l’ostaggio senza uccidere alcuni degli indigeni.  Ci sono versioni contradditorie della morte di Cook. Quello che è molto interessante è quella che si potrebbe chiamare la strategia della comunicazione e la creazione di Fake News. L’artista del terzo viaggio era John Webber. Webber realizza un disegno che diventerà un’incisione stampata in molte copie. Si vede Cook morente a terra che cerca di scappare verso la lancia in attesa. Cook volge la schiena agli indigeni. Evidentemente questa immagine non doveva affatto soddisfare l’ammiragliato Britannico e John Webber tornato in patria realizza altri due quadri da cui vengono tratte delle incisioni in cui Cook è di fronte agli indigeni e sia batte valorosamente. Questa seconda versione divenne molto popolare in Gran Bretagna e contribuì notevolmente al mito di Cook valoroso portare di pace, contro i malvagi nativi.

 

 

 

James Cook. The Voyages. The British Library, London, sino al 28 agosto 2018.