A Bologna come in Alabama
storia invisibile di un italiano nero

Poco prima delle 21.00 di qualche giorno fa sono all’entrata della stazione di Bologna: aspetto il treno che mi porta a casa. Vedo un ragazzo di colore che viene spinto da un poliziotto, lo sta allontanando dall’entrata principale con forza insieme ad altri due colleghi.

Mi avvicino preoccupata, voglio capire cosa stia succedendo. Penso che in queste situazioni la prima e più importante cosa da fare sia non far sentire solo chi riconosciamo in difficoltà, così cerco un contatto avvisandolo che ha lo zaino aperto. Lui visibilmente scosso, ripete di “essere cittadino italiano” e sembra offeso per quanto sta subendo.

Chiedo spiegazioni alle forze dell’ordine, che oltre ad essere sbrigative non tollerano le mie domande ed il mio intervento tanto che mi dicono di starne fuori. Ribadisco che come cittadina ho il diritto e il dovere di chiedere spiegazioni rispetto alla reazione delle forze dell’ordine che sono in un luogo pubblico e che stanno svolgendo una funzione pubblica. Aggiungo che reputo lecito di essere preoccupata, quando capisco che la forza dello Stato è espressa da tre uomini, visibilmente scocciati e maleducati, che non tollerano alcun tipo di dialogo.

Per fortuna non sono sola, a me si avvicinano due ragazze, Bettina Vitali e Laura Calza; anche loro si rendono conto del comportamento offensivo ed umiliante delle forze dell’ordine.

La nostra reazione non è solo dipesa dalla sensazione di star assistendo a una violenza ingiusta, ma anche dalla consapevolezza di poter essere al suo posto, di ritrovarci a subire un’asimmetria di forza che dovrebbe essere legittima solo al fine di garantire sicurezza, non il contrario. Non sappiamo come agire, ma tutte e tre vogliamo capire, soprattutto di fronte al tono dei tre poliziotti. Per questo ci esponiamo indignate, rispondendo anche all’immobilità dei presenti che non intervengono. Contro di noi e quel ragazzo, infatti, si percepiscono sguardi sospettosi e di sdegno. Poi qualche segno di solidarietà, un uomo in bicicletta ad esempio comincia a difendere il ragazzo, preoccupandosi di che cosa fosse successo. Ma un altro uomo non è d’accordo arrivando addirittura ad affermare che: “Grazie a voi l’Italia è ridotta in questo modo e gli stranieri fanno quello che gli pare, infatti non si fanno lavorare le forze dell’ordine!’’

Raggiungiamo i tre poliziotti all’interno della hall e continuiamo ad esigere spiegazioni chiedendo loro: “cosa aveva fatto il ragazzo? Perché lo avete allontanato in quel modo?”

Nel frattempo il ragazzo torna, ci dice di essere un medico anche se non abbiamo il tempo di vedere il suo documento perché il poliziotto gli chiede la carta di identità. La nostra reazione e il ritorno del ragazzo peggiorano la situazione, anzi non c’è alcuna disponibilità al dialogo, alla mediazione da parte dei tre poliziotti. Al contrario, i “garanti dell’ordine” si irritano. Decidono di portarlo nell’ufficio della polizia ferroviaria con la motivazione di essere stati precedentemente offesi da alcuni commenti del ragazzo, quali “fanculo” o un’altra affermazione riferita contro Salvini. A quanto pare prima del nostro arrivo avevano deciso di lasciar perdere e di accompagnarlo a forza fuori dalla stazione. Ora non più, decidono che il reato compiuto è molto grave, che si tratta di “oltraggio a pubblico ufficiale”.

Noi non abbiamo assistito a quanto successo prima, ma capiamo la situazione attuale. Vediamo che sta degenerando e che abbiamo contribuito, con il nostro intervento, a rafforzare la rigidità dei tre poliziotti che sembrano agire con fare quasi punitivo. Mentre lo trascinano in ufficio, Laura inizia a filmare la scena e viene interrotta bruscamente da uno degli ufficiali: lei reagisce e subito le viene consigliato caldamente di calmare i toni se non vuole essere a sua volta denunciata.

Li seguiamo, perché vogliamo aspettare il ragazzo per dirgli che se ha bisogno di testimoni noi ci siamo. Il primo poliziotto nel vederci ci dice che sarà lunga, sembra volerci scoraggiare dall’attendere, rispondiamo fermamente che va bene, non abbiamo né fretta né freddo. Ci raggiungono altri colleghi che non avevano assistito alla scena, ci chiedono più volte e con fare beffardo cosa facciamo e cosa studiamo.

Insistono nel ribadire che non possiamo intervenire sul lavoro e sulle scelte degli altri, perché non abbiamo assistito a quanto avvenuto in precedenza, ma soprattutto perché noi non siamo poliziotti.
Rispondiamo tutte tre, in modi e in tempi diversi, che invece è normale chiedere chiarimenti rispetto a scene di violenza a prescindere da chi è coinvolto e questo non significa sostituirsi ad un poliziotto. È legittimo, anzi un dovere, capire e vigilare sul modo con cui il potere viene esercitato. Seguono le puntualizzazioni dei poliziotti: sono poco logiche e notiamo la povertà di argomentazioni. Un poliziotto che non ha visto nulla difende i colleghi sulla base del “so come lavorano i colleghi e hanno ragione” senza fornire una motivazione legata all’accaduto. Un altro, quando Laura sottolinea la gravità dell’uso della violenza se non è preceduta da un’altra violenza, risponde: “non l’ho mica preso a sberle”.

 

Si trovano davanti a tre ragazze che non mollano un colpo; non siamo offensive, ma rispondiamo con pertinenza continuando a sostenere di voler aiutare una persona che potrebbe essere stata denunciata ingiustamente.
Non siamo cieche e ci rendiamo conto che da tempo gli abusi di potere crescono e aumenta conseguentemente il nostro senso di allerta. Viviamo in un clima di violenza generalizzata, in cui la rabbia delle persone è incontrollabile e non conosce differenze di ruoli, per questo siamo ancora più vigili. Non a caso il signore in bicicletta che difendeva il ragazzo prima di andarsene aveva detto: “Sembra di essere in Alabama”.

I poliziotti continuano a sottolineare quanto sia inopportuna la nostra intromissione, come se il loro operato fosse indiscutibile. Di fronte alle domande che continuiamo a porre (mentre Sara si allontana per qualche minuto), il poliziotto ci dice che il nostro atteggiamento è sfidante e ci chiede di fornirgli immediatamente i nostri documenti.
Quando ci ritroviamo sole pensiamo a quante volte uno straniero viene fermato per un controllo, quante volte rimane vuoto il posto accanto a lui in treno, mentre a noi non è mai successo.

Decidiamo di chiamare l’associazione “Avvocato di strada”, sempre in prima linea a difendere le persone in situazioni di vulnerabilità e le vittime di discriminazione. Un avvocato volontario si adopera subito per capire la situazione chiamando l’ufficio della Polizia Ferroviaria e dichiarandosi disponibile ad essere nominato come avvocato d’ufficio. Poco dopo ci raggiunge una volontaria che ci informa che gli sviluppi dovrebbero essere positivi.

Non sappiamo come finirà la questione, la giustizia farà il suo corso. In ogni caso ribadiamo la nostra disponibilità a testimoniare ciò che abbiamo visto nel caso in cui il ragazzo venga accusato di oltraggio a pubblico ufficiale, come ci era stato riferito.
Poco dopo l’arrivo della volontaria, uno dei poliziotti con cui avevamo discusso si avvicina a noi sorridente e con fare distensivo. Questo avvicinamento, supponiamo in ragione della chiamata ricevuta, è volto a chiarire con toni più pacati quanto espresso precedentemente.

Ci viene inoltre chiesto scusa nel caso in cui avessimo vissuto il loro comportamento come un po’ troppo “sopra le righe”. Ci viene richiesto di capire che può succedere che i toni si scaldino, che fare il poliziotto è difficile; il poliziotto non entra però nel merito della denuncia, per rispetto della privacy del ragazzo, ma ci informa che probabilmente i colleghi lo hanno già rilasciato. Supponiamo che sia uscito dalla porta opposta rispetto a dove era entrato e dove siamo rimaste ad aspettare fino a quel momento perché volevamo incontrarlo, sapere il suo nome e dargli i nostri contatti.

Ci allontaniamo, ma continuiamo a parlare dell’accaduto. Siamo preoccupate per il fatto che il nostro intervento, che la nostra richiesta di chiarimenti, sia stata la ragione per la quale si è deciso di prendere provvedimenti nei confronti del ragazzo. Provvedimenti che prima non erano stati considerati necessari in quanto si era valutato che la questione potesse essere chiusa con una spinta fuori dalla stazione.

Ci preoccupa che si possa arrivare a pensare che intervenire aggravi la situazione tanto da arrivare al punto che sia preferibile l’indifferenza di fronte a chi, come quel ragazzo, appare in una situazione di subalternità. Allo stesso tempo siamo ben consapevoli di non dover generalizzare, che altri poliziotti sarebbero sicuramente riusciti a trovare una mediazione e a preferire la razionalità e l’equilibrio all’arroganza e alla violenza.

Laura ci rincuora: “Questa è l’Italia dei nostri tempi, ma noi oggi abbiamo preso posizione e siamo state solidali con un ragazzo che ai nostri occhi stava subendo un’ingiustizia, è già qualcosa.” C’è un’Italia sempre più attenta e in allerta, non disposta a tollerare le violenze sempre più frequenti. Questa volta siamo state in tre, forse le prossime volte di fronte a tutto ciò, potremmo essere trenta.