Camusso: lavoro centrale
non decida più
solo il mercato

“L’epidemia ha rovesciato alcuni paradigmi che sembravano scontati e ha ridato centralità al ruolo del lavoratore. Ci ha anche mostrato i limiti del nostro modello di sviluppo. Dovremmo ripensarlo, smettendola di credere che il mercato debba essere libero e non condizionato”. Susanna Camusso, ex segretaria Cgil e oggi Responsabile politiche internazionali e politiche di genere, riflette sui nuovi problemi che si aprono per il mondo del lavoro mentre si celebra un Primo Maggio molto diverso dagli altri a causa del Coronavirus. “Con lo smartworking – aggiunge – il sindacato deve trovare una nuova modalità per avere un rapporto diretto col lavoratore e, da questo punto di vista, stiamo facendo l’esperimento di ‘Digita CGIL’, che è un modo per provare ad organizzarci anche in via telematica”. Con Susanna Camusso ragioniamo sul tema “crisi e modello di sviluppo: le fratture della pandemia”. Un incontro con cui tre gruppi – Futuro Prossimo, I Pettirossi e Ragione in Rivolta – hanno interloquito online, nell’ambito della campagna “Alziamo la Testa!”.

Imperversa da tempo la retorica dell’eroismo degli imprenditori come unici motori del sistema Paese. Una retorica che, in questi anni, ha giustificato riforme del lavoro e del fisco tutte a loro favore e a sfavore dei lavoratori. Ma è possibile che l’emergenza Coronavirus abbia piuttosto dimostrato che il vero asse portante del sistema Paese è il lavoro dipendente?

Sì, ma nel senso che l’epidemia ha rovesciato due paradigmi che sembravano scontati. Il primo è quello per cui l’impresa è l’imprenditore, senza valutare che l’impresa esiste in ragione dei lavoratori, dei loro saperi e delle loro capacità. Quindi, continuare a vedere l’impresa come un’attività del singolo capo è del tutto fuorviante. Però, se da una parte la pandemia mette in evidenza cosa è il lavoro (quello materiale e faticoso), dall’altra non ha cancellato questa ideologia della centralità dell’imprenditore che, anzi, si è molto vivacizzata negli ultimi giorni.
Il secondo paradigma è quello per cui il lavoro è visto in una scala gerarchica ed è importante solo quello che genera grandi profitti e sta nelle filiere internazionali, mentre quelle figure che io chiamo “invisibili” – perché garantiscono ogni giorno la nostra quotidianità e il nostro benessere, ma sono ritenute di scarso valore – possono tranquillamente subire esternalizzazioni e precarizzazioni. Si tratta, per lo più, di lavoro dipendente legato a settori come sanità, grande distribuzione e trasporti, ovvero ciò che ha sorretto il Paese in questi cinquanta giorni. Dunque accade che tutti plaudiamo per il fatto che abbiamo sequenziato per primi il virus allo Spallanzani, salvo scoprire che lo avevano sequenziato tre ricercatrici precarie.
Possiamo allora affermare che la pandemia ha messo in evidenza che il lavoro è molto più complesso di come lo si disegna, ed è fatto dalle donne e dagli uomini che lavorano. Ma, ripeto, non è detto che ciò abbia cambiato l’ideologia imperante e il problema sarà se, a partire dalla fase 2, sapremo trarre lezione da quello che è successo in questa emergenza.

Nel Decreto Cura Italia è stato introdotto per la prima volta un sostegno previdenziale a favore di alcune figure di lavoratori atipici e partite Iva. Può essere un primo passo per arrivare ad un sistema di tutele più compiuto nei confronti di queste categorie? Che sforzo si deve fare, invece, per quelle rimaste escluse dalle previsioni del Cura Italia?

Il Cura Italia ha mostrato una cosa che noi della CGIL sosteniamo da tempo (ed è una delle proposte contenute nella Carta dei Diritti Universali del Lavoro), cioè che non abbiamo un sistema di ammortizzatori universale. Ciò comporta, innanzitutto, che la tutela non è uguale per tutti, sia per periodo sia per valore economico della copertura, e, soprattutto, che essa è ancora connessa al lavoro dipendente e paradipendente, mentre nel frattempo i processi di frantumazione del lavoro sono andati molto avanti, generando intere categorie di lavoratori senza rapporto di lavoro dipendente.
Di questi lavoratori, poi, una parte sta lavorando intensamente durante la pandemia, mentre un’altra è rimasta senza possibilità di lavorare (in effetti si tratta difficilmente di lavori autonomi) e ha subìto la sospensione delle attività. Però il fatto che ci siano dei primi strumenti di tutela è importante e dimostra che c’è attenzione verso queste categorie. Tuttavia, si rischia di escludere tutte quelle fasce di lavoratori che non hanno una condizione di lavoro dipendente e che spesso sono ancor più “marginali” di partite Iva e rapporti di collaborazione. Credo che questo sia un tema che ripropone l’urgenza della questione accennata poc’anzi: la necessità di un ammortizzatore sociale universale. Infatti, indipendentemente dal rapporto di lavoro che si ha, i diritti vanno riconosciuti in capo alla persona che lavora, così come tutti devono poter usufruire di un sistema di protezione di fronte alle crisi o all’interruzione del lavoro. Tutto ciò deve essere sostenuto con le risorse della fiscalità generale e delle imprese (ma questo è lo scoglio contro cui abbiamo sempre cozzato), perché ci sono sistemi di assicurazione misti e con le contribuzioni di lavoratori e imprese.

La pandemia ha comportato un sensibile abbassamento delle emissioni inquinanti un po’ in tutto il mondo. È anomala, però, la situazione della Pianura Padana che, pur essendo una delle zone d’Europa più colpite dal contagio, resta quella col più alto tasso di emissioni inquinanti. Non è che il modello di sviluppo lombardo-veneto, presentato come la nostra eccellenza, sia in realtà troppo schiacciato sull’interesse degli industriali e degli imprenditori a discapito di interessi collettivi primari?

Purtroppo non scopriamo con la pandemia che il modello di sviluppo italiano è sbilanciato. È soprattutto un modello che presenta una frattura tra Nord e Sud e con una distribuzione abitativa e produttiva prevalentemente concentrata al Nord. Si possono guardare le emissioni, ma si può anche fare una veduta aerea delle zone che vanno da Torino a Milano e da Padova a Venezia per scoprire che c’è un continuum di abitato e di capannoni che dà vita a un paesaggio assai diverso da quello che c’è nel resto del Paese.
Il modello di sviluppo lombardo-veneto è presentato come un’eccellenza perché è indubbio che quelle regioni siano il luogo di produzione di ricchezza e che facciano da traino all’insieme della produzione nazionale. Ma quel modello rappresenta, però, anche un sistema assai frantumato, con sempre meno grandi imprese (e sempre meno integrate in catene internazionali) e sempre più piccole e medie imprese che, in genere, vogliono essere autonome quando guadagnano, ma chiedono aiuto allo Stato non appena hanno dei segnali di crisi. Soprattutto, però, anche per le loro dimensioni, sono aziende che investono poco in termini di innovazione e di nuovi prodotti. Emblematica è stata la resistenza a difesa della produzione delle plastiche monouso (una delle grandi cause della crisi ambientale), a scapito di un riorientamento verso nuove produzioni.
Insomma, è un modello che sta alla base della nostra bassa produttività e della scarsa crescita. Come se non bastasse, durante questo teorico lockdown, tale sistema ha utilizzato le deroghe permesse dal governo, attraverso la domanda alle prefetture, nonostante tutto sarebbe dovuto esser chiuso ad esclusione delle attività essenziali.

Quali possono essere, allora, le alternative?

Noi avremmo bisogno di un modello esattamente opposto, più distribuito, con minore cementificazione e frantumazione del sistema, con grandi processi di innovazione e un’idea di cosa produrre. L’idea che il mercato debba essere libero e non condizionato, frutto di quell’ideologia dell’impresa di cui abbiamo parlato prima, ha avuto come effetto i processi di privatizzazione intervenuti in questi anni. E, se uno deve immaginare un modello di sviluppo alternativo, è chiaro che occorre investire primariamente nella cura delle persone, del loro benessere e del modo in cui abitano. Un modello in cui la sanità si occupi anche degli anziani, vista la tragedia delle Rsa.
Per esempio, uno dei grandi problemi emersi in questi mesi è che non abbiamo produzione di attrezzature sanitarie che ci rendano in grado di affrontare l’epidemia. In parallelo, abbiamo scarsa ricerca e non siamo capaci di discutere della riapertura delle scuole perché non ci sono strutture adeguate per affrontare i problemi di sicurezza sanitaria.
Allora, come criterio di definizione dei modelli di sviluppo, bisogna aggiungere al tema della sostenibilità ambientale che ponevate, quello della sostenibilità sociale. Le due cose devono andare insieme e non possono essere viste in alternativa, e in questa direzione va deciso l’utilizzo di risorse e investimenti. A tal proposito, mi preoccupa che si discuta molto di cos’è la fase 2 e di come si procederà alla riapertura, mentre si discute molto poco del fatto che riaprire pensando che tutto torni esattamente come prima non risolva nessuna delle nostre emergenze e non disegni alcuna prospettiva per il futuro. Anzi, come dimostrano questi dodici anni successivi alla crisi del 2008, non si determina neanche la produzione di ricchezza necessaria a far stare meglio il Paese.

L’emergenza Coronavirus ha portato quasi al collasso i sistemi sanitari un po’ in tutto il mondo. Infatti, le difficoltà avutesi in Italia, si sono verificate anche in paesi come Regno Unito, Francia e Spagna. Al di là delle differenze tra i vari sistemi sanitari, si può dire che il problema siano stati anni di privatizzazioni, riduzione del personale e tagli dei fondi pubblici?

Certamente. Se c’è un tratto unificante della pandemia, oltre a quello del lutto, è esattamente l’aver messo a nudo una politica (non solo italiana, ma anche europea e mondiale), che ha pensato si potesse progressivamente ridurre il peso della sanità pubblica rispetto a quella privata o ad altre esigenze. Questa politica è totalmente inadeguata ad affrontare una difficoltà sanitaria come quella che stiamo vivendo, oltre ad essere una delle grandi produttrici di disuguaglianze, perché avere accesso o meno al diritto alla salute è una discriminante fondamentale. È per queste ragioni che tutte le iniziative dei sindacati europei in questo periodo assumono come punto di partenza, immaginando la fase post-pandemia, il dare valore, risorse e mezzi alle sanità pubbliche nei vari paesi. In alcuni casi questa cosa è stata fatta con più decisione: pensiamo alla Spagna, che all’inizio della crisi ha requisito la sanità privata e l’ha messa a disposizione del servizio pubblico, aprendo un dibattito molto acceso anche in Europa: devono prevalere le ragioni del privato o c’è un tema di diritto universale alla sanità pubblica?
Altro tema: tra le grandi vittime della pandemia, in tutti i paesi, ci sono i lavoratori dei servizi sanitari, e questo ha dimostrato che non c’è stata la capacità di esser pronti sia sul piano organizzativo che su quello dei mezzi per proteggere i lavoratori e i cittadini. Si tratta di una questione più complicata rispetto alla contrapposizione tra sistemi pubblici e privati, perché riguarda quella che una volta avremmo chiamato divisione internazionale del lavoro. Si è deciso, cioè, che una serie di produzioni non sono da fare più nella ricca Europa occidentale, perché sono delegate ai paesi dell’Estremo Oriente (non a caso cerchiamo le mascherine in Cina e in Vietnam); così come abbiamo scoperto che dentro questa divisione c’è anche una serie di beni più ricchi dal punto di vista del prodotto che non la mascherina, che sono prodotti solo in alcuni luoghi e sono oggetto di monopolio.
Dunque, al disinvestimento sulla sanità pubblica è anche corrisposto un disinvestimento sui materiali necessari. Vale per l’Italia, vale per l’insieme dell’Europa.

Quali prospettive di lotta sindacale si aprono, in questo campo, per una piena affermazione del diritto alla salute e per garantire le giuste tutele ai lavoratori di questo settore?

Nella discussione con la Confederazione europea dei sindacati stiamo sostenendo che bisogna mettere il tema del servizio pubblico al primo posto delle politiche, e questa è una delle ragioni per cui tutti i Paesi hanno convenuto che l’Ue debba destinare parte delle proprie risorse al tema dell’efficacia e del finanziamento dei sistemi sanitari. Al momento, i 37 miliardi senza condizionalità di cui si parla a proposito del Mes dimostrano una prima presa di coscienza in tal senso. Però la nostra battaglia deve essere concentrata non solo sul considerare tutto ciò come un modo per riparare l’emergenza post-crisi, ma anche per far sì che in futuro ci sia una grande sostenibilità data dalla – io direi pressoché esclusiva – presenza pubblica, che badi non solo a migliori condizioni di lavoro, organici, assunzioni e specializzazioni, ma anche ad attrezzature, forniture e capacità di garantire ai singoli paesi l’autonomia di fronte ai problemi sanitari.