Drammi e fortune con l’acqua nei Paesi bassi

Luoghi ammirati e familiari in un Paese di buoni viaggiatori, le immagini della Sicilia, delle Dolomiti o di Roma, in ginocchio per la forza dell’acqua e del vento, hanno avuto molto spazio nei media olandesi. Dura da 1100 anni la lotta dei Paesi Bassi contro l’acqua. Lotta è un termine improprio, perché governare e fare spazio ai flussi è la scelta fatta da tempo. Si chiuderà a gennaio 2019 la mostra fotografica “L’obiettivo sul disastro”, 70 scatti di famosi autori durante i giorni della tragedia del 1953. La collettiva è al museo dell’emergenza idrica a Ouwerkerk, sull’isola di Schouwen-Duiveland. La notte del 31 gennaio l’alta marea, la bassa pressione, forti venti e una tempesta nel mare del Nord, portò la morte nelle province dell’Olanda Meridionale, della Zelanda e del Brabante Settentrionale. Morirono senza scampo 1835 persone, centinaia di capi di bestiame annegarono e 150.000 ettari di terreno coltivato furono sommersi dall’acqua del mare. Venti giorni dopo venne insediato il comitato Delta per preparare un piano e proteggere meglio i Paesi Bassi dall’acqua. Non era (e non è) semplice.

L’acqua ha creato i drammi, ma anche le fortune commerciali del Paese. Per questo i canali navigabili verso i porti di Rotterdam eAntwerp dovevano restare aperti. Le quattro maggiori città centro-occidentali, che formano il Randstad (Amsterdam, Rotterdam, L’Aia e Utrecht), furono protette da barriere mobili e fisse contro le tempeste. Vennero costruite nel 1961, 1971 e 1972 tre grandi opere (dighe, paratie mobili, barriere e argini speciali) per controllare lo Zandkreek, un affluente del fiume Schelda,l’estuario dell’Haringvliet nel mare del Nord e il Brouwers. Percorrendo in auto queste opere lanciate da una sponda all’altra a varie altezze si capisce facilmente come terra e mare si contendano lo spazio di questo piccolo Stato densamente popolato. L’abilità ingegneristica è stata “condurre la danza” tra i due elementi naturali senza rigidità, pensando a dare all’acqua il suo spazio e alla terra case in sintonia con l’ambiente (in certi casi anche anfibie, non galleggianti, ma pronte a innalzarsi, se necessario).

Il progetto “Facciamo posto al fiume”, (“Ruimte voor de rivier”) sarà portato a termine l’anno prossimo: prevede di governare meglio il livello dell’acqua, permettendole di inondare trenta aree del Paese, in modo tale da migliorare la qualità delle zone circostanti. E’ qualcosa di diverso dal tradizionale polder, un’area da poter allagare che viene espropriata a prezzo di mercato dal governo ricollocando le aziende agricole altrove, con la consulenza gratuita di esperti. Stavolta il progetto prevede l’espansione dello spazio per fiumi e canali in un altro modo. Questo si ottiene spostando più in là le dighe, con l’abbassamento e l’espansione in orizzontale degli argini e con l’escavazione del letto dei fiumi per aumentarne la portata. Altri accorgimenti sono la creazione lungo il corso di fiumi di cassoni di raccolta, la costruzione di canalette parallele in cui altra acqua potrà trovare posto e, per non ridurre lo spazio abitabile, nuove isole residenziali tra fiumi e terre o canali di sfogo. Già oggi, con dune e collinette artificiali, gli agricoltori non devono più essere ricollocati, “le mucche salgono sul loro castello nell’altura e la gente di città ha i piedi all’asciutto”, commenta con soddisfazione il blog di un allevamento del polder Overdiepse.

Il Waterrnoodmuseum si prefigge di educare i visitatori a comprendere quanto sia importante la gestione dell’acqua, quella da cui dobbiamo difenderci, quella che ci fa vivere. Il museo è allestito nei quattro cassoni di cemento armato che vennero usati durante l’inondazione del 1953 per chiudere la falla della diga locale, la Schielandse Hoge Zeedijk, che proteggeva le quattro città maggiori dei Paesi Bassi. Quando fu chiaro che non avrebbe tenuto, e bisognava almeno guadagnare tempo, il sindaco di Neiwwerkerk chiese ad Arue Evegoren, proprietario della chiatta “I due fratelli” di usarla come cuneo tra le fenditure. Altri volontari arginarono l’acqua con sacchi di sabbia e la diga resse fino alla fine della tempesta. Senza scampo invece gli abitanti dei villaggi che non avevano opere di difesa. Per caso si salvarono le grandi città. Ora i Paesi Bassi non vogliono lasciare più nulla, per quanto possibile, al caso.