Marchionne-Boeri
la strana alleanza

Sta diventando il cavallo di battaglia di chi punta a sgretolare il contratto nazionale usando come scusa, da una parte, il blocco della meritocrazia per i giovani, dall’altra, i livelli salariali troppo bassi.
Il presidente dell’Inps e il responsabile delle relazioni industriali di Fca, ventriloquo della dottrina Marchionne. Negli ultimi giorni due figure così distanti hanno proposto la stessa ricetta per migliorare la situazione nel nostro Paese. Una ricetta di tre parole: “salario minimo orario”. Si tratta di fissare per legge un livello salariale di riferimento sotto il quale non si possa essere pagati per un’ora di lavoro. Uno strumento da non confondere con il reddito di cittadinanza o il salario minimo mensile. Che niente c’azzecca con la contrattazione. Il vero cuore del problema, il vero obiettivo della strana coppia di proponenti.
Giovedì ha iniziato Tito Boeri. Durante un dibattito sulla contrattazione ad Arel– il think tank di Enrico Letta – il presidente dell’Inps ha dichiarato: “Abbiamo dei profili salariali che gridano vendetta, si paga l’anzianità e non le competenze”. Per migliorare la produttività del mercato del lavoro, collocare meglio i lavoratori ed eliminare le imprese meno competitive, lo strumento da introdurre “è il salario minimo orario legale intercategoriale per tutti”.
Venerdì invece è stato il turno di Pietro De Biasi, responsabile relazioni industriali di Fca. Intervenendo al convegno nazionale dell’Agi (l’associazione nazionale degli avvocati giuslavoristi) ha così sentenziato: “In Italia il contratto nazionale dei metalmeccanici riveste una duplice funzione: pretende di essere contemporaneamente il contratto dei minimi e mediano, anzichè scegliere una strada e questo porta conseguenze negative sull’inelasticità dei salari rispetto alla congiuntura. La soluzione a questo è il salario minimo legale”. “Con il salario minimo legale – ha aggiunto – la retribuzione minima non è più fissata dal contratto nazionale e quindi la contrattazione può essere liberalizzata.”.
Alla faccia dei tanti che speravano in un ritorno di Fca in Confindustria, De Biasi ha rivendicato la scelta fatta nel 2010: il contratto nazionale sostituito con quello “specifico” di secondo livello (Ccsl), grimaldello per far fuori la Fiom dalle ex fabbriche Fiat prima che arrivasse la sentenza della Corte Costituzionale. E ora lo propone come modello per tutte le grandi aziende.
E’ evidente che sia Boeri che De Biasi (alias Marchionne) hanno nel mirino il contratto nazionale. Vogliono limitare l’azione dei sindacati e di conseguenza quello di Confindustria e di tutti i corpi intermedi, lasciando tutta la contrattazione in fabbrica – come nel 2015 aveva auspicato Renzi quando disse che i sindacati sono importanti (solo) per gestire le crisi aziendali.
Ma in questo piano di delegittimazione rischiano di avere come alleati tutti coloro che puntano all’introduzione del salario minimo da sinistra per riconoscere un diritto importante ai tanti lavoratori autonomi e partite Iva che non hanno contrattazione.
Per evitare tutto questo l’alternativa esiste. Ed è l’inclusione nei contratti nazionali di tutti i lavoratori a prescindere dal contratto. E’ la via che porta avanti da anni la Cgil ed è la ratio della “Carta dei diritti universali”, la proposta di legge su cui sono state raccolte oltre un milione di firme che riscrive il diritto del lavoro e per la prima volta si rivolge a tutti i lavoratori superando la storica – e ormai anacronistica – distinzione tra subordinati e autonomi.
Includendo tutti i lavoratori – qualunque tipo di rapporto abbiano con un’azienda – nei contratti nazionali si possono riconoscere loro i diritti fondamentali, a partire dal livello salariale. Un livello che poi può essere meglio specificato nella contrattazione di secondo livello – quella aziendale (che oggi copre solo il 20 per cento dei lavoratori delle grandi aziende quasi tutte al Nord e quello territoriale, che può essere la vera scommessa per il futuro.
E’ un percorso facile? No di certo. Specie se viene accidentato dall’inedita alleanza tra “professori” a cui l’attuale ruolo va stretto (Boeri) e la grande multinazionale che ha lasciato (fiscalmente) l’Italia riducendo i diritti dei propri lavoratori. E’ però l’unica strada per riunificare un mondo del lavoro sempre più diviso e indifeso. E va perseguita con tenacia.