97 anni fa nasceva l’Unità di Gramsci
Quanto ci manca un giornale di sinistra?

Per chi non dimentica il 12 febbraio è un giorno importante. E’ la data di nascita di un mondo. L’atto fondativo di una testata che aveva un bel nome: l’Unità. Quel giorno del 1924, 97 anni fa, usciva il primo numero dalla rotativa della tipografia dell’Avanti, in via Settala 22 a Milano. L’editoriale era intitolato “La via maestra”. In quella colonna di piombo c’era scritto, tra le altre cose: “L’unità a cui noi facciamo appello non è quindi un richiamo di ordine sentimentale e decorativo; non è un fiotto fangoso e torbido di consensi stagnanti e senza sbocco; essa tende a forgiare lo strumento idoneo per la lotta del proletariato ed ha alla sua base una concezione politica ben definita e coerente, che vi circola come sangue vivo, che la genera e la rinsalda”. Quindi un nome che avrà “un significato per gli operai e avrà un significato più generale”, come aveva spiegato Antonio Gramsci nella lettera di fondazione qualche mese prima.

Un giornale popolare per la classe operaia

Questa idea della sua funzione nazionale e popolare ha fatto da guida alla lunga storia del giornale comunista. Chiuso dal fascismo, il quotidiano ha continuato a circolare clandestinamente: nascosto nei sottofondi delle valigie, sotto le selle delle biciclette, nelle borse della spesa. Poi è rinato, dopo la Liberazione, sotto la guida di Pietro Ingrao per l’impulso di Palmiro Togliatti, che voleva per la classe operaia uno strumento di informazione che avesse la stessa funzione che aveva il Corriere della sera per la borghesia. Così è stato. E l’Unità è diventata un vero giornale di massa, popolare, schierato, combattivo.

Quel quotidiano, che passava di casa in casa la domenica, spuntava dalle tasche degli operai davanti alle fabbriche, veniva mostrato nelle manifestazioni in piazza o si affacciava dalle bacheche davanti alle sezioni del Pci, ha attraversato la storia del Novecento: il pugno duro del fascismo, la clandestinità, la morte di Gramsci, e poi la Resistenza, la speranza di un’Italia democratica fondata sul lavoro, il mito della Russia sovietica, le battaglie operaie e studentesche degli anni Sessanta, le grandi conquiste democratiche degli anni Settanta, l’assalto del terrorismo, l’arrivo alla segreteria di Enrico Berlinguer e lo strappo da Mosca, la sua morte tragica a Padova, il crollo del muro di Berlino, lo scioglimento del Pci e la nascita dell’Ulivo e poi quella, ancora oggi travagliata, del Pd.

L’Organo del Partito comunista italiano, poi Giornale del Partito comunista italiano, infine Giornale fondato da Antonio Gramsci ha raccontato tutte queste fasi, nel bene e nel male, compiendo scelte coraggiose e facendo anche grandi errori. Ma è stata la voce di un popolo che voleva essere protagonista e sapere e conoscere, che non si accontentava del pensiero unico e che voleva combattere per un mondo più giusto nel quale potesse realizzarsi quel pensiero di Marx: da ciascuno secondo le sue capacità a ciascuno secondo le sue necessità.

L’Unità ha svolto questa funzione fino a quando è morto il Pci, il partito di riferimento. In quel momento, un giornale che aveva combattuto per conquistare l’autonomia da Botteghe Oscure, si è sentito paradossalmente quasi un orfano. Ha sbandato, ha cominciato a perdere punti di riferimento e lentamente (tranne qualche eccezione) ha perso la sua ragione d’essere. Con il tempo al pensiero collettivo di un partito si è sostituito il pensiero individuale del leader di turno. Fino alle estreme conseguenze del giornale ad personam che ha caratterizzato l’ultima stagione renziana, tra imprenditori improvvisati, direttori di passaggio e una redazione umiliata nella sua professionalità, e che poi ha condotto alla chiusura definitiva nel 2017, lasciando sul campo giornalisti e tipografi.

Si è creato un vuoto che va riempito

Venti giorni fa si sono celebrati i cento anni del Pci, un partito che non c’è più da un trentennio. Se si è parlato molto di un partito inesistente, un motivo c’è: il vuoto. Il vuoto lasciato nel mondo della sinistra. Un vuoto di idee, di passioni, di speranze, di comunità, di appartenenza, di cultura. E’ proprio quel vuoto, con il quale misuriamo la distanza tra la grande politica di ieri e la piccola politica di oggi, che ci fa interrogare sul senso della sinistra in questo passaggio d’epoca che produce tanti cambiamenti e nuovi drammi e richiederebbe un partito di popolo e non un partito del leader.

Allo stesso modo c’è un vuoto nell’informazione di sinistra che, dopo la scomparsa dell’Unità, ha ormai pochissimi spazi in cui esprimersi, tra i quali questo sito che vive grazie al lavoro volontario dei suoi giornalisti e che cerca di far circolare qualche idea in un mondo spesso votato al conformismo. Se torniamo a parlare dell’Unità, nel giorno in cui cade l’anniversario della sua fondazione, non è quindi per nostalgia, anche se essa c’è, inutile negarlo. Ma lo facciamo soprattutto perché crediamo che quel vuoto non possa essere lasciato vuoto ancora a lungo. C’è uno spazio editoriale da riempire. Diciamo, per capirci, uno spazio tra il Manifesto e la Repubblica. E’ lo spazio di una sinistra riformista radicale che deve riconquistare il suo pensiero critico in un mondo in continua evoluzione che richiede occhi nuovi per saper vedere lontano e strumenti moderni per trasformare le idee in atti di cambiamento.

“Come fa la sinistra senza un giornale?”

A questo servirebbe oggi un giornale: a scoprire quello che non si vede, a raccontare quello che nessuno (o pochi) raccontano, a cercare le idee nuove per una sinistra non subalterna, a spiegare i conflitti che sono l’anima della democrazia, a pungolare i partiti e i sindacati che agiscono in questa parte del campo, a dare voce a chi non ce l’ha più perché si sente perso, abbandonato, scoraggiato. A ricostruire, attraverso le sue pagine, quello spirito di comunità che il tempo, e scelte politiche ed editoriali sbagliate, hanno cancellato. Comunità di pensieri, di progetti, di passioni, di storie, di simboli: di compagne e di compagni.

Non so se questo giornale ideale possa ancora chiamarsi l’Unità. Ma quello è comunque un nome che ancora oggi ha una forza evocativa potente. Quella parola, che quasi cento anni fa voleva tenere insieme operai e contadini, oggi può tenere insieme una sinistra dispersa per un Paese che ha bisogno disperatamente di uscire dalla transizione infinita che lo rende anormale e spingerlo a ritrovare il senso della propria storia e del proprio posto nel mondo. Per questo oggi, 12 febbraio, nel ricordo di quel manipolo di tipografi e di giornalisti che, in allerta per il timore di assalti fascisti, aspettavano in via Settala 22 che la rotativa sputasse le prime copie del giornale, facciamo nostra la domanda che Carlo Ricchini, storico redattore capo del quotidiano fondato da Gramsci, pronuncia nel libro “Care compagne e cari compagni” edito da strisciarossa: “Ma come fa la sinistra senza un giornale, come fa?”.