94 anni di storia dell’Unità, nata grande e finita giornale ad personam

Sono passati novantaquattro anni da quella notte in cui da una rotativa Keonig&Bauer uscirono le prime copie di un giornale che si chiamava l’Unità. Era il 12 febbraio del 1924, le tre e mezza circa. I pochi redattori aspettavano con ansia nella tipografia dell’Avanti in via Settala 22 a Milano, con un occhio alla porta per paura degli assalti fascisti. Antonio Gramsci era a Mosca all’Internazionale comunista, Palmiro Togliatti era appena uscito dal carcere fascista. Mussolini era al potere da un anno e mezzo.

Novantaquattro anni sono tanti. Dentro corre la storia del Novecento: il fascismo e il nazismo, le violenze e l’Olocausto, la clandestinità, la morte di Gramsci, la Resistenza, l’Italia repubblicana, la Russia sovietica, le battaglie degli anni Sessanta, i grandi balzi in avanti degli anni Settanta, il terrorismo, l’arrivo di Enrico Berlinguer e lo strappo da Mosca, la sua morte a Padova, il crollo del muro di Berlino, lo scioglimento del Pci e la nascita dell’Ulivo e poi quella travagliata del Pd. L’Unità ha attraversato tutte queste fasi, nel bene e nel male. E’ stato un giornale nazionale, uno strumento di battaglia politica, un binocolo attraverso il quale guardare il mondo, un dizionario dei conflitti sociali, un orgoglioso status symbol. E alcuni audaci in tasca l’Unità, cantava Francesco Guccini in Eskimo per raccontare il coraggio che ci voleva in certi momenti ad andare in giro con quella testata bene in vista nella tasca.

Sono stati novantaquattro anni non tutti uguali. Ci sono stati gli alti e i bassi ovviamente come in ogni storia. Anche l’Unità ha avuto i suoi momenti di gloria e quelli vissuti nella polvere. E’ stata bella e travagliata la storia del giornale che nasce per l’ostinata convinzione di Gramsci, il quale scrive all’Internazionale comunista la lettera di fondazione in cui spiega il senso di un giornale degli operai e dei contadini e che ha un nome così potente – l’Unità – in un momento di grandi divisioni e di aspri conflitti. Un nome che avrà “un significato per gli operai e avrà un significato più generale”. Ma quel giornale – non bisogna dimenticarlo – nasce anche per la determinazione con cui Palmiro Togliatti spinge dall’Italia affinché l’Internazionale dia sostegno economico a questa difficile sfida. E’ lui che riesce a creare concretamente le condizioni finanziarie e organizzative per dare vita a un nuovo quotidiano. Soprattutto un vero quotidiano.

Il ruolo svolto da Togliatti accanto a Gramsci non è secondario e spesso, nelle ricostruzioni storiche, non viene riconosciuto come sarebbe giusto che fosse. Sarà decisivo il ruolo del leader comunista soprattutto dopo la caduta del fascismo quando l’Unità, ridotto a un foglio di propaganda durante la clandestinità, diventa un vero grande giornale. Il Corriere della Sera della classe operaia, come amava definirlo il leader del Pci spronando i giornalisti, con l’ambizione di proporre, come si direbbe oggi, un’altra narrazione dell’Italia e del mondo, speculare a quella del quotidiano della grande borghesia. Il coraggio di Togliatti in questa fase è decisivo: a cominciare dalla scelta del direttore che segnerà il profilo di quel quotidiano sin dalla rinascita. Si chiama Pietro Ingrao, ha poco più di trent’anni, è un giovane quasi sconosciuto. La sua nomina provoca qualche mugugno nel vecchio gruppo dirigente. Ma attorno a lui si coagula una bella squadra di giovani giornalisti che hanno poco più di vent’anni e che incideranno nella storia del quotidiano comunista: da Alfredo Reichlin a Luigi Pintor, da Aldo Tortorella a Maurizio Ferrara, da Alberto Jacoviello ad Arminio Savioli solo per citarne alcuni. Hanno tutti una grande passione. Ma anche una visione “conventuale” della vita del giornale, come ha ricordato Ingrao che spesso si trova a fare il confessore per drammi d’amore o per difficoltà economiche. Erano quasi riunioni di autocoscienza che però cementavano il gruppo. Anche se quello spirito moralista che circola nella redazione spinge a comportamenti inquisitori verso chi non rispetta i “codici etici del comunismo”. “Andare al cinema invece che alle assemblee di periferia, mettere da parte i soldi per una vacanza familiare, erano comportamenti furtivi” ha scritto Luigi Pintor in Servabo.

Sarà quel gruppo di giovani guidati da Ingrao ad inventare l’Unità come l’abbiamo conosciuta leggendola, oppure lavorandoci per tantissimi anni come è capitato a chi scrive. Un giornale schierato, dentro i conflitti delle periferie, voce della classe operaia, sensibile ai fermenti culturali. Un giornale nazionale e popolare, capace di pubblicare gli articoli di Italo Calvino o Elio Vittorini, le grandi inchieste sul Mezzogiorno insieme ai reportage dal Giro d’Italia o le cronache del campionato di calcio o il resoconto minuzioso del caso Montesi e di altri grandi delitti che scuotono l’opinione pubblica. L’obiettivo è raccontare le cose con un punto di vista preciso, senza cedimenti al pensiero dominante e soprattutto senza avere la puzza sotto al naso nei confronti di alcuni aspetti della vita di quegli anni. Per questo entrano in quelle pagine anche Lascia o raddoppia di Mike Bongiorno o i film di Walt Disney o le foto di miss Italia.

Quel giornale, costruito come un puzzle prima nelle stanze di via Quattro Novembre e poi dall’inizio del 1957 nel palazzo storico di via dei Taurini a San Lorenzo, manterrà il suo profilo anche quando Ingrao, dopo l’VIII congresso del Pci del 1956, lascerà dopo dieci anni la direzione per entrare nella segreteria del partito. Dopo di lui arriverà Alfredo Reichlin che sarà direttore per due volte (la seconda alla fine degli anni Settanta). Poi ne seguiranno molti altri: ventiquattro fino all’ultima drammatica chiusura del 2017. Il giornale affronta a volte con coraggio (come nel caso del movimento studentesco del Sessantotto seguito con grande partecipazione) a volte con eccessiva timidezza e complicità (come nel caso dell’informazione sui paesi comunisti) gli avvenimenti che segnano la vita italiana e quella internazionale. Riesce a dare voce ai migliori intellettuali italiani e fa crescere una schiera di giornalisti bravi e preparati che in parte arricchiranno nel tempo anche le redazioni di altri grandi giornali. Lentamente anche l’eccessiva dipendenza dal partito lascia il posto a una consapevole autonomia e indipendenza conquistata sul campo a costo di contrasti anche duri, soprattutto dalla fine degli anni Ottanta in poi quando di fronte a un mondo che cambia il Pci sembra sempre in affanno ed il giornale cerca, a volte bene a volte in modo un po’ guascone, di supplire a quelle incertezze. Possiamo dire che da una parte lo spirito gramsciano (il giornale come intellettuale collettivo, quindi il lavoro di squadra e la passione comune, un forte spirito critico, la serietà e la conoscenza dei fatti) e dall’altra l’impostazione ingraiana (un giornale nazional popolare, dalla parte dei più deboli, culturalmente ricco e vigile sulle storie del paese, con un’identità definita) hanno animato la redazione dell’Unità nel corso della sua storia. Fino a quando questo intreccio di giornalismo e di passione politica ha funzionato il giornale ha saputo resistere alle intemperie dei tempi nuovi e ha svolto il suo ruolo con coraggio e con dignità.

Poi, che cosa è accaduto? E’ accaduto che dopo lo scioglimento del Pci la missione dell’Unità ha perduto via via la sua spinta propulsiva e la sua forza di attrazione. Più è diventato leggero il ruolo del partito nella società, più esso ha cercato di rafforzare la sua presenza nel giornale e quindi più debole è diventata l’ autonomia del quotidiano. Più si sono offuscate le ragioni identitarie della forza politica e meno si è stati capaci di costruire un’offerta giornalistica di qualità e di indipendenza. Più si sono indebolite le strutture comunitarie della sinistra e meno si è riusciti a curare la comunità dei lettori che pure aveva costituito, con gli Amici dell’Unità, un’ossatura importante del giornale. Paradossalmente, dopo avere lottato a lungo per conquistarsi uno spazio di autonomia, il giornale è come spiazzato dal lento indebolimento del partito di riferimento e subisce il suo predominio. Non riesce ad approfittare di quella occasione per consolidare il proprio spazio e per costruire un’identità nuova. Non riesce a recidere il cordone ombelicale che lo tiene legato e che un partito debole rende più robusto. E’ come se il giornale avesse paura di camminare da solo e si pieghi, forzatamente, alla ragion di partito. Anzi, di più: quando al partito-comunità si va sostituendo un’idea di leadership solitaria e una struttura leggera (il famoso “io” al posto del “noi”) il giornale si adegua a ripristinare certi vecchi meccanismi di dipendenza che se avevano un senso con un partito grande e plurale, non lo avevano più con una leaderhip singolare.

Insomma, si è pensato, da parte degli uomini che guidano il partito, di poter tornare al giornale di partito senza che ci fosse più il partito. E infatti alla fine si è costruito semplicemente un giornale personale: un house organ nel quale l’house era diventata così piccola da contenere pochi lettori e pochi interessi. Con qualche eccezione (Walter Veltroni nei primi anni Novanta e Furio Colombo all’inizio del Duemila, per citarne due) l’Unità è stata dissanguata da scelte editoriali e politiche che hanno drammaticamente smentito i suoi due atti di nascita (quello di Gramsci del ’24 e quello di Ingrao nel ’47) e la sua lunga storia di grande giornale nazionale e popolare. L’esito dell’ultimo tentativo di rianimare nel 2015 l’Unità – che ha portato alle estreme conseguenze l’idea di quotidiano ad personam attraverso scelte politiche e aziendali completamente e drammaticamente sbagliate – è solo l’ultimo triste capitolo di un declino che è cominciato molti anni prima.

Poteva andare diversamente certo. Ma ci sarebbero volute altre scelte, altri leader, altre passioni, altri obiettivi. Ci sarebbe voluto il coraggio di rischiare su un progetto innovativo piuttosto che assecondare le richieste di tranquillizzare il leader di turno, il suo ego e le sue scelte politiche. Ci sarebbe voluto forse anche un diverso spirito critico e un maggiore orgoglio da parte di noi giornalisti.

Ora che l’Unità è di nuovo chiusa – e chiuso è anche il suo prezioso archivio storico on line senza riuscire ancora, dopo un anno, a sapere perché – ogni tanto qualcuno ci scrive: ma perché non riapriamo l’Unità e ne facciamo di nuovo un bel giornale? La risposta, per chi considera l’Unità una seconda pelle, contiene però un’altra domanda: è ancora possibile? E a quali condizioni?