833 esuberi alla Sirti
trema il settore
delle telecomunicazioni

Da martedì, nel tardo pomeriggio, tra color che son sospesi ci sono anche gli 833 esuberi annunciati da Sirti, azienda che forse sarà riduttivo, ma certamente più semplice inquadrare nel campo delle telecomunicazioni. Al tavolo del ministero dello Sviluppo Economico, pacificamente assediato da centinaia di lavoratori giunti a Roma da una decina di regioni per picchettare l’ingresso di via Molise e chiedere una soluzione indolore della vertenza, il 12 marzo scorso il management del gruppo ha accolto, grazie anche alla mediazione del governo, la richiesta di sospendere la procedura di licenziamento aperta per 833 addetti al fine di consentire lo svolgimento di un nuovo incontro a Milano, in Assolombarda, il prossimo 21 marzo.

Un appuntamento definito cruciale dal coordinatore della Fiom Cgil nazionale dell’azienda, Pietro Locatelli. Da lì uscirà il colore della fumata in base alle aperture che la direzione sarà disposta a fare per tornare sui suoi passi. Sirti resta comunque la prima grande faglia aperta da un terremoto che sta facendo tremare l’intero settore delle tlc in Italia, un’industria che tra dipendenti e indotto dà lavoro a 200 mila persone. Nonostante i numeri, i governi continuano a trascurarla, a restare sordi alle reiterate richieste dei sindacati che da tempo vorrebbero sedersi a un tavolo con i grandi player e la politica per stabilire regole certe e universali che salvaguardino l’occupazione, traccino percorsi definiti e diano una direzione chiara allo sviluppo del Paese. Dai call center ai tecnici della rete nessuno oggi dorme sonni tranquilli se lavora in questo campo.

Una breve cronaca della secolare storia della Sirti, raccontata con orgoglio sul sito istituzionale, ci informa, tra suggestive foto in bianco e nero, che la Società Italiana Reti Telefoniche Interurbane nasce il 21 novembre del 1921 a Milano e per tutto il Novecento resta protagonista dello sviluppo delle telecomunicazioni del Paese in tutte le fasi cruciali: dalla creazione della rete telefonica, prima, alla ricostruzione, nel dopoguerra, fino all’arrivo di internet. “Era un’azienda molto ricca – ricorda un delegato della Fim Cisl della sede romana, Carlo Viti –. Aveva un patrimonio immobiliare non indifferente. Prima della privatizzazione della rete era il fiore all’occhiello della rete italiana dell’azienda di Stato dei servizi telefonici. Poi decisioni politiche ne hanno svuotato le casse. Erano rimasti gli immobili che sono finiti nella Immsi, l’Immobiliare Sirti. Il pesante debito ereditato da queste manovre ha costretto i dipendenti, negli ultimi dieci anni, a un percorso di lacrime e sangue, una via crucis di ammortizzatori sociali, cassa integrazione, riconversioni, specializzazioni, che ci hanno portato fino al presente”.

Il 10 agosto del 2016 in poche righe il Sole 24 Ore dà notizia dell’acquisizione della Sirti da parte del fondo americano Pillarstone: “Pillarstone Italy, società di investimento a supporto di banche e imprese, ha concluso l’acquisizione del 100% di Sirti, società italiana storica nel settore delle Tlc e famosa per aver realizzato la rete in rame dell’allora Sip”. È un canovaccio già scritto e già vissuto. Il caso Sirti si fa epicentro del terremoto, esplodendo con violenza tra le righe dell’annuncio di metà febbraio: sui 3692 dipendenti, 833 operai e impiegati sono in esubero. È il 23 per cento del totale, uno su quattro, la drammatica sintesi matematica applicata dai sindacati alla vertenza. Nelle trenta sedi sparse sul territorio nazionale si scompongono i numeri di questa crisi e ogni regione deve pagare il proprio dividendo: dai 250 tagli della Lombardia ai 150 della Campania, le crepe si aprono velocemente in tutti i distretti. Inizia la mobilitazione al grido “non uno di meno”. La settimana della lotta che porta in piazza i dipendenti di tutto il Paese. A Catania, lunedì, il corteo dei lavoratori calabresi e siciliani è un fiume di protesta. Arriva la convocazione al ministero per il giorno dopo.

Ma cosa fanno gli addetti della Sirti? Il lavoro si declina in quattro divisioni, la più colpita dalla procedura di licenziamento collettivo è quella delle telecomunicazioni, i cui committenti sono Tim, Vodafone, Wind e gli altri e, soprattutto, due società a partecipazione pubblica, Infratel, soggetto attuatore dei Piani Banda Larga e Ultra Larga del Governo, e Open Fiber, che porta la fibra ottica a banda ultra larga in tutte le maggiori città italiane. A naso siamo nel cuore pulsante dello sviluppo del Paese. In Sirti, insomma, ogni operaio e impiegato maneggia e costruisce futuro. La manutenzione della rete, quel gigantesco sistema nervoso che corre sotto ai tombini di ogni strada di provincia e di ogni centro abitato prima di raggiungere il router di ogni casa e di ogni ufficio per darci il nostro wi-fi quotidiano, è tra le competenze di questi addetti. Internet veloce, ormai indispensabile per ogni attività e per ogni svago, passa dalle sapienti mani delle tute blu e dei gilet catarifrangenti delle maestranze Sirti. “Noi – ci spiega con orgoglio un giovane operaio di Casandrino, provincia di Napoli, durante il presidio di Roma – mettiamo in rete sia le grosse aziende, sia le singole abitazioni, l’utenza residenziale così chiamata, e lavoriamo su tutti i tipi di tecnologie, sia a livello di rete fissa, sia su rete mobile, ponti radio, fibra ottica. I grandi gestori (sempre quelli, Tim, Vodafone, Fastweb etc, ndr) non riescono a evadere il grande quantitativo di ordinativi che hanno e si rivolgono a noi, anche per i lavori più complessi, dato che noi siamo più strutturati di loro, a livello di attrezzature e di uomini, per poter soddisfare meglio quelle che sono le loro esigenze”.

Perché allora questa enorme quota di esuberi? Forse ci siete già arrivati da soli. Il ritornello, ormai vecchio e sperimentato, è stucchevole quanto la metamorfosi di questa crisi, diventata velocemente una gigantesca opportunità di maggior profitto per i padroni del vapore. Lasciamo la risposta al giovane operaio, terrorizzato dall’ipotesi di poter essere licenziato in un territorio, quello campano, in cui trovare un lavoro a molti appare un miracolo e i miracoli, si sa, non accadono di frequente. Le gare per accaparrarsi le committenze seguono un disegno preciso: il massimo ribasso. Non c’è professionalità, qualità, competenza, formazione che tenga. Ai soliti grandi player del settore interessa sempre la stessa cosa: che il servizio costi il meno possibile. I tagli si ripercuotono così sui lavoratori: “alla fine della fiera ci siamo noi – ci spiega Antonio – e ci tocca accettare le condizioni peggiorative”. “La Sirti – ricorda il delegato della Fim Cisl romano, Carlo Viti – è sempre stata ligia alle regole, per questo ha rischiato di ritrovarsi fuori mercato, perché la scelta dei clienti primari predilige il minor prezzo. Il personale in regola ha un costo, dai 30 euro all’ora in su, a seconda delle competenze. Per questo sta aumentando la quota di appalto e subappalto non selezionato. Altra questione è quella di non investire sulla rete perché, in questo caso, i ricavi arriverebbero con troppo ritardo. La scelta delle attività da portare avanti resta, insomma, quella del più alto margine o, come diremmo a Roma, ‘con l’acchiappo facile’. Una scelta di carattere puramente economico. E pazienza per lo stato disastroso di molti pezzi delle nostre infrastrutture. Del resto il proprietario è un fondo d’investimento americano. Se il vantaggio competitivo di essere la migliore a fare manutenzione non gli viene riconosciuto dai clienti, in sostanza, cosa impedisce agli americani di abbandonare tutto e di fregarsene?”.

Per questo, ci spiega Pietro Locatelli della Fiom Cgil, “uno degli elementi che i sindacati vogliono portare al tavolo e inserire in un eventuale accordo è la regolamentazione della percentuale di subappalto che non solo Sirti ma tutte le aziende del settore applicano. E qui entra in campo il governo: i criteri da applicare alle gare, oggi giocate esclusivamente sul massimo ribasso, imponendo di fatto un sistema di competizione a ribasso ben lontano da qualsiasi esigenza di qualità, devono cambiare. Altrimenti diritti, formazione, salute e sicurezza dei lavoratori resteranno sempre al palo”. Ed è per questo che i sindacati da tempo chiedono l’apertura di un tavolo di settore. Perché i temi sul campo sono tanti e sono fondamentali per il futuro dei lavoratori e del Paese. E i sindacati lo sanno bene che senza regole una soluzione alla vertenza Sirti oggi non scongiura una nuova crisi in un’altra azienda dello stesso campo domani. “In Italia manca la previsione – sintetizza, rassegnato, Locatelli –. Non esiste il concetto di essere previdenti e agire per tempo. Una volta la chiamavamo politica industriale”. E se per i dipendenti Sirti ci sarà da attendere fino al 21 marzo per sperare che scoppi la primavera, per l’Italia l’inverno sembra ancora lungo.

Giorgio Sbordoni
(Radio Articolo 1)

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