Il Rosatellum
ha colpito le donne

E così il Rosatellum non è riuscito neppure a farci fare passi avanti nel riequilibrio di genere in Parlamento. Anzi, se possibile è andata anche peggio della scorsa legislatura: dati provvisori, si sa, ma per ora ci sono 185 donne alla Camera (erano 198 nel 2013) e 86 al Senato (come nel 2013). I “ritocchini” del voto estero e dei ripescaggi non cambieranno granché la situazione. In totale le donne sono meno di un terzo. Lontano dall’obiettivo europeo fissato ormai 15 anni fa, di avere “almeno” il 40% di donne nelle istituzioni.

E se la pattuglia più nutrita di onorevoli è quella dei 5Stelle (eppure non raggiunge il 40%), il centrosinistra si ferma a 13 senatrici su 59 seggi e 32 deputate su 115 seggi (più o meno come il centrodestra, che non raggiunge complessivamente il 25%). LeU, poi, si ferma a una senatrice (su 4 seggi) e 4 deputate (su 14 seggi assegnati).

Eppure le associazioni di donne organizzate nell’Accordo per la democrazia paritaria avevano già avvertito che c’erano pasticciacci nella scrittura del Rosatellum, tali da vanificare quella tanto sudata conquista che consentiva l’ammissibilità delle liste a patto che nessun sesso fosse rappresentato “in misura superiore al 60%” e che nei collegi plurinominali le candidature dovessero rispettare l’ordine alternato di genere. E infatti è successo. Era già scritto che prevedere le “pluricandidature” (addirittura 1 all’uninominale e 5 al plurinominale) avrebbe inficiato la norma tanto faticosamente strappata.

Il fatto poi che i dati, pur provvisori, sul numero delle parlamentari arrivino puntuali-puntuali per l’8 marzo pare uno scherzo del destino: del resto se sono le donne le più penalizzate – disoccupazione, carichi di lavoro e di cura familiare, stipendi bassi, vessate in casa e sul lavoro, picchiate e molestate – come possono aspirare a governare?

O, rovesciando il modo di vedere le cose, un motivo in più per le donne in piazza oggi in tutta Italia per tornare ad alzare la voce.