Didattica a distanza:
si creano
nuove disparità

Cominciamo col mettere in fila alcuni dati di fatto, abitualmente trascurati o non adeguatamente valorizzati. L’Italia è stato il primo paese europeo a disporre la chiusura di tutte le scuole, di ogni ordine e grado, dalla materna all’Università. La decisione è intervenuta il 10 marzo, per tutto il territorio nazionale, ma è stata anticipata alla fine di febbraio in alcune regioni, come la Lombardia e l’Emilia Romagna.

Gli unici in Europa

L’Italia è l’unico importante paese europeo che non ha riaperto le scuole prima della fine del corrente anno scolastico. Altrove – in Germania e Austria, in Olanda e Belgio, in Francia e in Gran Bretagna, e perfino in Spagna, dove il virus ha colpito anche più severamente che in Italia – si sono attuate riaperture parziali o totali delle scuole, già a partire dalla metà di aprile. Altrove, durante il periodo di chiusura, comunque circoscritto, sono state assunte alcune iniziative tendenti a ridurre il disagio di studenti e genitori, mediante forme di apertura parziale o selettiva delle strutture formative, ad esempio per accogliere i figli di coloro che erano impegnati nella lotta contro il virus.

L’Italia è anche l’unico paese europeo a non aver ancora precisato i tempi e le modalità di riapertura nel prossimo anno scolastico, lasciando aperta l’ipotesi del ricorso alla didattica a distanza ad integrazione o in sostituzione della didattica in presenza. In nessuno dei successivi provvedimenti di allentamento delle restrizioni assunti a partire dal 4 maggio si è accennato a qualcosa che riguardasse la scuola. In successione, sono state riaperte le fabbriche, i ristoranti, le palestre e le piscine, i centri commerciali, i negozi di abbigliamento, i cinema e i teatri, ma non è stata varata nemmeno una sola disposizione relativa alla scuola. A partire dal prossimo 15 giugno, genitori, allievi e insegnanti si potranno così trovare letteralmente a contatto di gomito al cinema o al bar, in un centro sportivo o in un supermercato, in spiaggia o in un rifugio alpino, dovunque ma non a scuola.

Le conseguenze della didattica a distanza

Ispirato dai vari comitati tecnico-scientifici, il governo ha elaborato una sorta di graduale e calibrata exit strategy per tutti i settori e gli ambiti della vita associata, salvo che per la scuola, il cui destino, a distanza di poco più di tre mesi dal nuovo anno scolastico, è ancora indeterminato. Si ignora ancora praticamente tutto: non si sa se vi saranno differenze fra zone del paese, in rapporto all’indice dei contagi, e fra ordini di scuole, in rapporto alla fragilità dei soggetti coinvolti. Non è chiaro se le lezioni universitarie si svolgeranno da remoto, o se – e a quali condizioni – riprenderà l’attività didattica normale.

Quanto si è osservato finora, sul piano dei meri dati di fatto, converge con altri indizi nel delineare il tema di fondo, vale a dire la valutazione dell’esperienza in atto con la cosiddetta didattica a distanza. Ciò che traspare, in maniera abbastanza scoperta, è un disegno di per sé coerente, principalmente basato sull’impiego delle nuove tecnologie per sostituire integralmente la didattica tradizionale, confermando la chiusura delle scuole. Non occorre particolare acume per comprendere che le altrimenti inspiegabili reticenze nel descrivere le scelte riguardanti il futuro delle scuole, connesse con l’immotivata fretta nel decretare con largo anticipo la fine delle lezioni, e col ritardo nel programmare la ripresa, trovano la loro ragion d’essere nel progetto di generalizzare gli strumenti della didattica a distanza come forma ordinaria di funzionamento delle scuole.

Non dovrebbe essere necessario sottolineare quali conseguenze devastanti – e non solo sul piano degli studi – avrebbe l’effettiva realizzazione di un simile progetto. Non si tratta di demonizzare il ricorso alle risorse messe a disposizione dalla cultura digitale, né di impugnare il vessillo di una improbabile crociata antitecnologica, ma esattamente al contrario di riconoscere fino in fondo le potenzialità strumentali offerte dalle tecnologie, il loro poter essere utilissime come sussidio o complemento, ma mai come modalità esclusiva, o peggio ancora come finalità, dell’insegnamento.

Una concezione di società

Da questo punto di vista, è fuorviante o ozioso lasciarsi coinvolgere in una sterile disputa di principio in favore o contro un impiego sempre più ampio delle risorse tecnologiche. Il tema discriminante, sul quale concentrare l’analisi e la discussione, riguarda il modo di concepire la scuola, la sua specifica missione, il suo rapporto con la società. Nella sua essenza, la scuola implica principalmente una dimensione sociale – in senso orizzontale, fra gli allievi, e in senso verticale fra essi e i docenti – che non soltanto non è riproducibile per via tecnologica, ma è contraddetta in radice dal funzionamento stesso di strumenti a distanza. Analogamente, la scuola ha svolto, anche in fasi storiche di transizione, una funzione egalitaria che si è tradotta nella riduzione, se non nella cancellazione, delle differenze di partenza, mentre, esattamente al contrario, le oggettive sperequazioni nelle dotazioni strumentali, dovute a differenze di ceto e di censo, si riflettono nelle diversità di opportunità, dando origine a nuove forme di stratificazione sociale.

Tutto ciò conduce, infine, e si risolve, nella questione che condensa e riassume anche quelle precedenti, riguardo alle finalità proprie della scuola. Quanto è stato messo in campo nelle ultime settimane, allo scopo di sostituire la didattica in presenza, potrà forse, e con evidenti limiti, produrre qualche risultato apprezzabile sul piano dell’istruzione, ma è certamente inefficace, e per molti aspetti anche controproducente, ove alla scuola si riconosca il compito di provvedere all’educazione. Altro è, infatti, quel processo di trasmissione di dati e nozioni, mediante il quale si costruisce l’attrezzatura intellettuale di un allievo, e tutt’altra cosa è quel processo che e-duca, “conduce fuori”, fa esprimere liberamente le potenzialità individuali di un giovane. In gioco, come agevolmente si può intuire, non è allora semplicemente la scelta fra due modalità apparentemente equivalenti di didattica. In gioco è non solo una visione della scuola e delle sue funzioni, ma anche una mentalità, una concezione della società, una cultura, nella divergenza non ricomponibile fra la cultura dei test a crocette, e quel processo complessivo che i Greci chiamavano paideia.