La svolta di Corbyn:
contro Johnson
e la Tory Brexit

Da storico ho spesso constatato che, dopo avere lungamente consultato ricostruzioni e storiografia, è illuminante tornare alle espressioni esatte dei protagonisti. Nel caso specifico della Brexit ciò sarà meno definitivo poiché gli eventi (contrariamente ad una ricerca storica) sono in corso ed imprevedibili. Tuttavia, le parole di Jeremy Corbyn sull’ultima svolta del suo partito aiutano molto a capire: “in queste circostanze (in caso di referendum, n.d.a) voglio chiarire che il Labour farebbe una campagna per il Remain contro o un no Deal oppure contro un accordo che non protegga l’economia e i posti di lavoro. ”

Quindi non contro la Brexit di per sé, ma contro la Brexit di Johnson resa possibile dal fallimento di May.

Jeremy Corbyn

Ciò significa che a) la “questione maggiore” è sempre stata una nuova società britannica, una politica economica democratica, la riforma della pressoché unilaterale finanziarizzazione del paese in favore del lavoro dipendente; b) dinanzi a questa priorità i terreni di battaglia possono essere molti e diversi, perché in ogni accordo condotto dai tories, e ancora di più in ogni Brexit senza accordo in manotories, ci sono sempre ragioni per opporsi. Naturalmente, fino a che è stato tenuemente possibile, Corbyn ha cercato di condizionare una May nei guai, che appunto per un politico di livello rappresentano un potenziale spazio di condizionamento. Ha lavorato per un accordo equilibrato, nei rapporti con la Ue ma soprattutto per lavoratori e ceti medi britannici. Non è riuscito perché si è trovato di fronte problemi insormontabili nel proprio partito e nei tories. Nei tories infatti l’ala Johnson (ma in fondo anche il suo attuale competitore Hunt) ha scelto la rottura, finalizzata a rapporti ed accordi transatlantici basati su un modello sociale contro cui appunto ora Corbyn chiama tutti alla battaglia (remainers e leavers, senza dimenticare il ruolo che potranno avere alleanze con scozzesi e nord-irlandesi, che per Johnson provano comprensibile repulsione).

Nel proprio partito egli ha avuto difficoltà per due ragioni: la prima è che dopo due successive cocenti sconfitte i residui blairiani e pezzi notevoli della vecchia soft left interna (tranne gente ammirevole e leale come Ed Miliband) hanno usato le armi residue per metterlo in difficoltà. La seconda è che anche fra i suoi sostenitori alcuni hanno ritenuto valida la associazione internazionalismo-Unione europea, in parte per cortocircuiti intellettuali infondati, in parte perché è innegabile che: a) la Brexit è nata come sfida interna ai tories, in cui come detto l’ala brexiteer incarnava lo spirito più spavaldamente reazionario b) il quadro di regolazione in ambito di welfare, lavoro e politiche che la UE sta sistematicamente smontando da lustri è tuttavia più avanzato di quello britannico dopo l’assalto di Thatcher e il quasi nullo controassalto di Blair.

Corbyn, in tutto ciò, ha dovuto tenere una posizione che non disconoscesse il più che legittimo esito del referendum, esponendosi a notevoli mareggiate, nelle quali tra molti limiti ha tuttavia tenuto fermo il punto principale: dei tories non ci si può fidare, tantomeno quando il fine principale della loro Brexit si fosse dimostrato riportare la storia sociale e internazionale del paese alla Belle Époque. Ergo: non un no al risultato del referendum, ma un no ad ogni Tory Brexit. Ha sempre detto e praticato che solo una May costretta dalle eventualità del fallimento avrebbe potuto produrre un accordo accettabile, cioè con impronta Labour. Ma May ha preferito il fallimento all’accordo con il Labour, e in fondo ciò che oggi Corbyn dice al proprio elettorato è: I tories ci hanno portato nel vuoto pur di rimanere uniti, ora non disuniamoci noi, regalando loro la discrezionalità di riempire questo vuoto.

Peraltro, sarebbe stato errato e suicida reputare dei perduti reazionari i moltissimi voti andati al Brexit nel nord e nelle periferie depresse del paese. Nel dibattito interno al Labour è stato ricordato (https://labourlist.org/2019/06/brexit-is-not-an-expression-of-hard-right-politics/): laddove “…una maggioranza referendaria di 17.4 milioni di voti decide per uscire non si può parlare di estrema destra, per quanto convenga ai Labour Remainers metterla in questo modo”. Inoltre, si è ricordato che il 70% dei deputati Labour rappresenta seggi con forti maggioranze Leave. Ciò, oltre che una sana razionalità elettorale, cirammenta la realtà per cui la ideologia egemone nella UE sfavorisce o ignora tutte le periferie europee, ricevendone distacco e avversione. Corbyn, decidendo di rispettare l’esito del referendum (va ricordato che il Labour già di Corbyn aveva invitato a votare Remain), ha evitato di fare la fine del Pd e dalla Spd tedesca: scomparire dalle periferie e dalle classi medie disagiate. Così ha ottenuto un grande risultato nelle elezioni del 2017, che eravamo stati fra i pochi a prevedere nei dati dei sondaggi qualificati ed affidabili.

Oggi Corbyn si trova dinanzi a dati nuovi. Da un lato il Brexit party ha ottenuto una grande vittoria alle elezioni europee, dall’altro il Labour è riuscito a recuperare molti di quei voti in elezioni suppletive in un indicativo collegio Leave, battendo tutti. Inoltre, è palese che, referendum alle spalle, la Brexit conservatrice assumerà il volto del classismo arrogante di Johnson. Il leader laburista punta sul fatto che dinanzi agli esiti sociali concreti di questa prospettiva (non dinanzi alla disputa fumosa sulla natura del referendum del 2016) la riunificazione di londinesi progressisti, classi lavoratrici in difficoltà, ceti studenteschi rovinati dalle rette universitarie e classi medie declinanti possa essere riproposta. Si dirà che ammettere ora un referendum con “l’opzione Remain sulla scheda” sia una tardiva incoerenza. Abbiamo spiegato che non è così. Soprattutto: quante sono le possibilità che, prima del 31 ottobre (mancano solo 3 mesi, Johnson deve ancora essere eletto capo dei tories e poi ricevere una problematica fiducia) si possa svolgere il referendum? E soprattutto: quanto può essere conveniente, in questo quadro, per un Johnson che fosse davvero eletto primo ministro (vedremo…) sbrigarsi come primissima cosa a favorire un nuovo referendum sulla Brexit? Dunque, si comprende perché la cosiddetta “svolta” di Corbyn scommetta di dover combattere non su Brexit o Remain, ma contro la futura società di Boris Johnson, con con ogni mezzo (e la dichiarazione con cui abbiamo aperto questo testo per l’appunto elenca ogni mezzo). Un combattimento che, peraltro, si svolgerà verosimilmente non in un referendum ma in un’elezione politica probabilmente non lontanissima.

Un combattimento in cui si potrà indicare l’avversario nella sua veste più avversa: un eccentrico conservatore ossigenato disposto a svendere il Sistema Sanitario Nazionale alle imprese assicurative Usa come passaggio di un’integrazione politico-economica con gli Usa in un futuro post-Brexit. Sono argomenti importanti, simbologie efficaci, come tutte quelle in realtà indistinguibili da questioni dannatamente concrete.