27 gennaio, mai dimenticare. Per impedire che ritorni l’orrore

Vi sono due verbi per indicare il venir meno della memoria. Si tratta di termini apparentemente identici, e che invece alludono a situazioni diverse. Di-menticare, letteralmente, vuol dire far uscire dalla mente, gettar via qualcosa che faceva parte dei nostri pensieri, delle operazioni della nostra mente, per sostituirlo con qualche altra cosa. D’altra parte, s-cordare significa eliminare dal nostro cuore, cancellare dalla sede delle nostre emozioni e dei nostri sentimenti. Nel primo caso, l’eclisse della memoria si caratterizza soprattutto dal punto di vista intellettuale; nel secondo caso, si tratta di qualcosa che è connesso al nostro universo affettivo.

Per avere un senso compiuto, per non essere limitato ad una sola dimensione, il giorno della memoria dovrebbe essere qualcosa che coinvolge entrambi questi aspetti. Dovremmo non dimenticare e non scordare. Dovremmo tenere ferma nella mente e nel cuore una vicenda che, nonostante l’approfondirsi della distanza temporale, non può in alcun modo essere archiviata come un episodio storico, remoto dal nostro presente. Al contrario, esso va ri-cordato come qualcosa che tuttora segnala quali abissi vertiginosi di disumanità siano parte costitutiva della condizione umana, fino a che punto in ogni fase della nostra vicenda attuale incomba ancora la minaccia di una tragedia che non può essere in nessun caso limitata ad una manifestazione di follia collettiva.

Non si tratta soltanto di sottolineare che, anche in questo caso, la storia deve essere maestra di vita. Si tratta piuttosto di capire che quegli orrori tuttora ci appartengono, quei fantasmi non sono stati definitivamente dissolti. Perché, appunto, il grembo che li ha generati non può essere individuato in una anomalia, in un processo degenerativo, come tale, nella sua eccezionalità, destinato a non ripetersi. Ma è qualcosa che affonda le sue radici nella nostra natura, è anch’esso espressione, per quanto estremizzata, di una “normalità”, le cui tracce sono ben lungi dall’essere state completamente eliminate. Tener fermo nella mente e nel cuore il significato più autentico di questa giornata vuol dire allora essere consapevoli della perdurante attualità di questi incubi, sapere che ad ogni passo può riemergere il lupo che è comunque dentro ogni uomo, vigilare affinchè la conflittualità ineliminabile fra gli individui (di per sé non negativa, e anzi possibile motore di trasformazioni) non si lasci attrarre dal fascino perverso eppure magnetico della libidine distruttiva.

Non vi è dubbio che questo ragionamento, applicabile a situazioni e contesti diversi, in tempi recenti è diventato ancora più attuale, soprattutto per quanto riguarda l’Italia. La nostra è terra di confine. Ma lo è non soltanto, né soprattutto, perché essa si presenti come frontiera, come propaggine meridionale dell’Europa. Lo è invece come luogo in cui convergono e si confrontano storie, culture, tradizioni, lingue diverse. E’ terra di confine nel senso in cui il confine è ciò che delimita e divide, ma anche insieme connette e pone in relazione. E’ dunque terra nella quale si mostra con massima evidenza ciò che altrove può talora passare inosservato, e cioè che l’identità – per potersi costituire – ha bisogno di un costante rapporto con l’altro da sé. Non saremmo ciò che siamo, non avremmo neppure una nostra specifica identità, se ciò non risultasse dall’esistenza di un altro, di altri, con i quali stabiliamo una relazione.

Perciò nessun’altra cosa ha il potere di separare e insieme di unire, come ha il confine. Di qui una conseguenza importantissima, che conferisce al giorno della memoria un’intonazione tutta particolare. Come terra di confine, l’Italia ha più di altre la responsabilità di far sì che la memoria non sia solo celebrazione o dolore, né ancor meno occasione di risentimenti o polemiche strumentali, ma si traduca in una pratica attiva, in una linea di condotta proiettata ad arginare il sempre possibile ritorno degli orrori del passato. Questo dovremmo tenere tutti nel cuore e nella mente: che solo il riconoscimento dell’altro, mediante il dialogo e l’accoglienza, mediante il nostro stesso mettersi in gioco, è la condizione per la realizzazione più piena della nostra migliore identità. E per evitare che ulteriori tragedie si aggiungano alle incancellabili atrocità del passato.